Il Dipartimento di Stato americano ha ufficialmente annunciato le dimissioni di Zalmay Khalilzad, inviato speciale per l’Afghanistan prima di Trump e poi di Biden, l’uomo che ha negoziato gli accordi del 29 febbraio 2020 tra Washington e talebani per il ritiro americano. Khalilzad era già stato inviato speciale prime e ambasciatore americano a Kabul nel 2002-2005, periodo in cui ha esercitato una fortissima influenza sulla scena politica afghana.
Sia nel 2002-5 che nel 2018-2021 Khalilzad è stato molto criticato per il suo protagonismo e per le sue interferenze nella politica locale. Essendo di origini afghane, Khalilzad è sempre riuscito facilmente ad inserirsi nelle dinamiche politiche locali. Nel 2002-5 la sua influenza venne vista come cruciale nel mantenere sotto il controllo di Washington la complessa scena politica afghana, ma rimane la questione di quanto sia stato sano per lo stato Afghano un ruolo così forte per l’ambasciatore d…
Il Dipartimento di Stato americano ha ufficialmente annunciato le dimissioni di Zalmay Khalilzad, inviato speciale per l’Afghanistan prima di Trump e poi di Biden, l’uomo che ha negoziato gli accordi del 29 febbraio 2020 tra Washington e talebani per il ritiro americano. Khalilzad era già stato inviato speciale prime e ambasciatore americano a Kabul nel 2002-2005, periodo in cui ha esercitato una fortissima influenza sulla scena politica afghana.
Sia nel 2002-5 che nel 2018-2021 Khalilzad è stato molto criticato per il suo protagonismo e per le sue interferenze nella politica locale. Essendo di origini afghane, Khalilzad è sempre riuscito facilmente ad inserirsi nelle dinamiche politiche locali. Nel 2002-5 la sua influenza venne vista come cruciale nel mantenere sotto il controllo di Washington la complessa scena politica afghana, ma rimane la questione di quanto sia stato sano per lo stato Afghano un ruolo così forte per l’ambasciatore di una potenza estera.
Di sicuro oggi a Khalilzad rimangono pochi estimatori per i suoi sforzi negoziali, cominciati nel settembre 2018. Tra gli afghani, specie i sostenitori della defunta Repubblica Islamica, Khalilzad ha molti nemici: non solo tra i fautori di Ghani, che lo hanno combattuto dal primo momento, ma anche tra i fautori dell’opposizione politica a Ghani, i cosiddetti ex mujaheddin (Karzai, Abdullah e molti altri).
Costoro avevano scommesso su Khalilzad e avevano creduto alle sue promesse di un governo ad interim, che avrebbe espulso dalla scena politica l’odiato Ghani ed aperto la strada a un compromesso e a un governo di coalizione con i talebani.
Invece, del compromesso e del governo di coalizione non c’è traccia e Khalizad stesso, nell’annunciare le sue dimissioni, ha implicitamente menzionato questo fallimento nella sua lettera di dimissioni come causa del suo abbandono.
Questo era infatti il piano di Khalilzad nelle sue grandi linee: avendo ricevuto l’ordine di preparare il terreno per un ritiro americano, aveva impostato la sua soluzione su una cooperazione col Pakistan, che avrebbe dovuto garantire un’uscita dall’Afghanistan a testa alta per gli Americani.
Ovviamente, questa scelta poteva funzionare solo se il Pakistan riceveva a sua volta benefici sostanziali. Fin dai primi scambi con i pachistani, Khalilzad accettò l’idea che occorreva un governo di transizione, o ad interim, che sostituisse l’amministrazione Ghani e che diventasse un accettabile partner negoziale per i talebani.
Non c’è dubbio che si trattasse di un piano ambizioso, che avrebbe potuto funzionare solamente con un approccio più muscolare verso Ghani, che ovviamente non aveva la minima intenzione di fare strada per Khalilzad ed il suo piano.
Sia l’amministrazione Trump che quella Biden non hanno voluto applicare la pressione necessaria su Ghani. Trump non ha nemmeno sfruttato l’occasione d’oro contestatissime elezioni presidenziali del settembre 2019, quando l’estensione delle frodi elettorali appariva ovvia. Rifiutarsi di riconoscere Ghani come il presidente legittimo e proporre un governo ad interim sarebbe stato probabilmente possibile a quel punto.
In agosto Khalilzad sembrava sul punto di farcela, quando il 14 Ghani accettò di trasferire il potere a un governo provvisorio, ma l’illusione durò solo fino al giorno dopo, quando Ghani invece consegnò Kabul agli Haqqani, distruggendo una volta per tutte qualsiasi possibilità di un governo di transizione e di una coalizione tra talebani ed ex mujaheddin.
Ma se l’era di Khalilzad si chiude, quale nuova stagione diplomatica sta per aprirsi? Le iniziative diplomatiche a livello regionale si moltiplicano. L’incontro di Mosca, cominciato ieri, è la prima occasione formale a cui i talebani vengono invitati e quindi si può leggere come un primo passo verso la loro integrazione diplomatica a livello regionale, anche se di riconoscimento diplomatico per ora non si parla e la loro delegazione è stata introdotta all’incontro come "Movimento dei talebani". La partecipazione dell’India rinforza il senso di un progresso diplomatico per i talebani, modesto ma nondimeno reale.
La preoccupazione principale dei russi, ma anche degli altri Paesi della regione, è di evitare il collasso dello Stato in Afghanistan, che complicherebbe la situazione enormemente anche per loro. Serpeggia in Russia il sospetto che il caos in Afghanistan sarebbe ben visto sia dagli americani che da alcuni attori attualmente esclusi dall’Afghanistan.
I russi tendono a collegare l’offensiva dello Stato Islamico, il congelamento dei fondi afghani e la sospensione degli aiuti internazionali in un unico grande quadro cospiratorio. Per evitare il caos, i Paesi della regione devono rimboccarsi le maniche.
Il problema più immediato ovviamente sono i soldi, che nessuno vuole tirare fuori. Ormai Russia, Cina, Pakistan e gli altri si sono rassegnati al fatto che i fondi della Banca Centrale afghana giacenti negli Usa non verranno rilasciati a breve. Pertanto, servono soluzioni alternative visto che, nonostante l’atteggiamento apparentemente rilassato dei talebani, lo stato afghano è sull’orlo del collasso.
Un trasferimento diretto di fondi sarebbe probabilmente limitato a questo stadio, misure alternative potrebbero includere facilitazioni commerciali, che si tradurrebbero in maggiori entrate per l’Emirato. In questo senso la conferenza di Mosca potrebbero anche inaugurare una discussione sulla divisione del lavoro nel fornire un sostegno finanziario, al fine di incoraggiare uno sforzo congiunto.
Per i talebani però non sono solo buone notizie. La conferenza ha anche chiaramente lo scopo di rafforzare la pressione sui talebani, affinché si rendano più presentabili. Sulla carta si intende ancora parlare della formazione di un governo "inclusivo", mentre i cinesi sembrano voler tornare alla carica con le loro richieste di misure più stringenti da parte dei talebani riguardo alla presenza di jihadisti stranieri.
Vale la pena di notare che prima dell’inizio dell’incontro allagato (10 partecipanti), Russia, Cina e Pakistan hanno avuto un incontro separato. L’assenza dell’Iran in questo incontro separato colpisce e suggerisce che la Russia tende ormai a orientarsi verso Pakistan e Cina, in un momento in cui le tensioni tra Pakistan e Iran sono in ascesa.
A questo riguardo, i russi sono anche rimasti molto più silenziosi degli Iraniani riguardo alla mancata messa in atto dei vari accordi negoziati dai talebani in maggio-agosto con vari personaggi e gruppi legati a Russia ed Iran. L’impressione che si ricava è che i russi siano più disposti degli Iraniani ad accontentarsi di un ruolo più esterno, diplomatico, mentre il Pakistan consolida la sua influenza politica e la Cina quella economica.