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Myanmar, l'audizione fantasma a San Suu Kyi nel suo processo segreto

A sinitra, San Suu Kyi al processo 
Oggi è cominciata la parte più delicata per l'ex leader: l'inizio dell'autodifesa diretta e senza la mediazione dei legali. Ma nulla può filtrare fuori dall'aula: anche ai suoi avvocati è vietato parlare del processo
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BANGKOK - Forse nessuno vedrà mai le immagini del processo che si sta svolgendo a porte chiuse nella capitale Naypydaw contro la ex leader de facto del Myanmar per 5 anni. Ma oggi è cominciata per la 76enne Aung San Suu Kyi la parte più delicata, l'inizio dell'autodifesa diretta e senza la mediazione dei legali - come informano fonti attendibili e anonime - per dimostrare la sua innocenza ai giudici militari che l'accusano di 11 reati. Nel caso di condanne piene, dovrebbe restare in galera fino al 2120 o giù di lì.

Oltre a imputazioni gravi di corruzione in lingotti d'oro e migliaia di dollari, di violazione delle norme anticovid e incitamento al disordine, o curiose come l'importazione illegale di due walkie talkie, è sospettata di aver costruito una casa personale con i soldi della Fondazione benefica no profit dedicata a sua madre. Potrebbe trattarsi in gran parte di pretesti, ma sono trapelate sempre meno notizie da qu…

BANGKOK - Forse nessuno vedrà mai le immagini del processo che si sta svolgendo a porte chiuse nella capitale Naypydaw contro la ex leader de facto del Myanmar per 5 anni. Ma oggi è cominciata per la 76enne Aung San Suu Kyi la parte più delicata, l'inizio dell'autodifesa diretta e senza la mediazione dei legali - come informano fonti attendibili e anonime - per dimostrare la sua innocenza ai giudici militari che l'accusano di 11 reati. Nel caso di condanne piene, dovrebbe restare in galera fino al 2120 o giù di lì.

Oltre a imputazioni gravi di corruzione in lingotti d'oro e migliaia di dollari, di violazione delle norme anticovid e incitamento al disordine, o curiose come l'importazione illegale di due walkie talkie, è sospettata di aver costruito una casa personale con i soldi della Fondazione benefica no profit dedicata a sua madre. Potrebbe trattarsi in gran parte di pretesti, ma sono trapelate sempre meno notizie da quando, nell'agosto scorso, uno degli avvocati più loquaci è stato messo a tacere con un apposito ordine, esteso poi nelle settimane scorse (l'ultimo ieri) a tutti e 5 i legali del suo collegio.

L'inizio della fase processuale dedicata alla difesa di Suu Kyi è un momento difficile per il regime che - dopo una violenta crisi di Covid-19 e l'aumento dei fuochi di resistenza anche armata - è stato umiliato da tutti i Paesi vicini aderenti all'Asean proprio a causa della scomoda prigioniera. Dal vertice in corso dell'associazione - con la presenza virtuale via zoom di Joe Biden - è stato infatti volutamente escluso il comandante che guidò il golpe del 1 febbraio, nonché presidente autoeletto Min Aung Hlaing.

L'organismo panasiatico, generalmente rispettoso del patto di "non interferenza" tra i 10 membri (Myanmar ne fa parte dal '97), stavolta ha reagito con durezza al rifiuto del governo militare di far incontrare un inviato dell'Asean con la Lady agli arresti. A un offeso generale Hlaing è stata offerta l'opzione di mandare un "non politico" a rappresentarlo, ma da Naypyidaw nessuno è stato autorizzato a partire.     

Finora era stato solo attraverso i brevi messaggi o interviste per lo più social degli avvocati che il pubblico aveva saputo dell'intenzione di Suu Kyi di dichiararsi estranea ai fatti. Secondo le stesse fonti anonime oggi per la prima volta ha avuto la possibilità di rivolgersi senza intermediari alla Corte. Forse la settimana prossima sapremo almeno in parte ciò che ha detto, ma dal punto di vista della giunta il caso è troppo delicato per nuovi possibili fraintendimenti, come quando i legali attribuirono a Suu Kyi una battuta ambigua ("Io sto con le decisioni del popolo") letta dai militari e da molti dissidenti come adesione al movimento di rivolta violento sostenuto dal governo in esilio dell'Nug, da lei virtualmente presieduto assieme all'ex capo dello stato Kyaw Win Myint, a sua volta agli arresti.

I militari hanno messo il bavaglio agli ultimi legali dopo che uno di loro aveva riferito del rifiuto dell'ex presidente di cedere alle minacce per farlo dimettere con una scusa di salute, riferite in aula dallo stesso Myint. Da allora non conosciamo più molto del processo, né i dettagli dell'abito di Suu Kyi come in precedenti udienze, o aneddoti come il mal d'auto durante il trasporto (bendata) dalla casa cella all'aula, che convinse i giudici a ridurle a due il numero di udienze settimanali.

Sappiamo però che la corte ha accolto la sua istanza per impedire ai testimoni d'accusa di entrare in aula con gli appunti scritti. Uno di questi, l'ex capo ministro di Rangoon - suo ex collega di partito -  disse anche in un video pre-registrato di averle dato mazzette in dollari e oro.

Sostenuta a lungo dall'occidente, Suu Kyi paga il prezzo del suo appoggio all'esercito - che l'ha poi destituita - durante la crisi degli islamici Rohingya. L'Asean si presenta in questi giorni come il suo unico efficace alleato nelle acque stagnanti della diplomazia internazionale, alle prese con un'altra tragedia umanitaria di proporzioni se possibile ancora più devastanti come l'Afghanistan.

Ma anche nel Myanmar, pressoché sotto silenzio, migliaia di profughi fuggono affamati dalla guerra civile condotta contro i golpisti dalle minoranze indipendentiste armate e dai giovani della disobbedienza civile delle città. È una realtà vietata a ogni osservatore imparziale, comprese le Nazioni Unite che hanno appena cambiato il proprio "Inviato speciale" per il Myanmar, nominando un'alta dirigente, Noeleen Heyzer di Singapore, nella vana speranza di farle incontrare non già la Nobel in cella, ma quantomeno un generale qualsiasi.