Kerry tratta con la Cina: ultimi sforzi per salvare Cop26
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA - "Il tempo sta scadendo". L'Onu lancia un "allarme tonante". E così per salvare il vertice sul clima Cop26 e il pianeta le diplomazie stanno completando un ultimo giro di frenetici, quasi disperati negoziati, per evitare un fallimento mondiale e generazionale. Per questo, John Kerry ieri è arrivato a Londra per dialogare con i rappresentanti della Cina, il Paese più inquinante al mondo con il suo 28% di emissioni globali. L'obiettivo - e la speranza - dell'inviato Usa per il clima è quello di smuovere Pechino dai suoi paletti, sinora irremovibili: ossia raggiungimento di zero emissioni soltanto entro il 2060 e picco di queste ultime addirittura fissato al 2030.
Ciò mentre il Regno Unito si propone di tagliarle del 78% entro 10 anni, l'Europa il 55%, l'America stessa il 50%.
Ieri l'Onu ha lanciato un allarme devastante: se le emissioni globali non saranno tagliate globalmente del 55% entro il 2030 n…
LONDRA - "Il tempo sta scadendo". L'Onu lancia un "allarme tonante". E così per salvare il vertice sul clima Cop26 e il pianeta le diplomazie stanno completando un ultimo giro di frenetici, quasi disperati negoziati, per evitare un fallimento mondiale e generazionale. Per questo, John Kerry ieri è arrivato a Londra per dialogare con i rappresentanti della Cina, il Paese più inquinante al mondo con il suo 28% di emissioni globali. L'obiettivo - e la speranza - dell'inviato Usa per il clima è quello di smuovere Pechino dai suoi paletti, sinora irremovibili: ossia raggiungimento di zero emissioni soltanto entro il 2060 e picco di queste ultime addirittura fissato al 2030.
Ciò mentre il Regno Unito si propone di tagliarle del 78% entro 10 anni, l'Europa il 55%, l'America stessa il 50%.
Ieri l'Onu ha lanciato un allarme devastante: se le emissioni globali non saranno tagliate globalmente del 55% entro il 2030 non solo non riusciremo a limitare l'aumento della temperatura terrestre sotto i +1,5 gradi Celsius, come ha esortato l'ultimo studio del Panel climatico delle Nazioni Unite Ipcc, ma addirittura, di questo passo, sfonderemo quota +2,7°. Insomma, "una catastrofe", parole del segretario generale dell'Onu António Guterres.
Da mesi l'America ha preso in mano la complicatissima partita cinese. Per due motivi: le mire di leadership mondiale di Pechino, in barba all'emergenza climatica, possono essere mitigate solo se gli Stati Uniti (secondo Paese più inquinante al mondo, 18% delle emissioni) si impegneranno indiscutibilmente per la rivoluzione ambientalista, sacrificando Pil e forse altri primati globali. Cosa non facile perché in patria il presidente Joe Biden sta avendo grosse difficoltà a far passare un pacchetto di investimenti, tra cui il clima, da circa 2mila miliardi.
Secondo: il Paese organizzatore, il Regno Unito (insieme all'Italia), è in una mini "guerra fredda" con la Cina e proprio ieri Londra, dopo il dietrofront su Huawei e 5G, ha annunciato l'ennesima purga contro Pechino, stavolta sugli investimenti nel nucleare britannico, pilastro della "rivoluzione" verde di Boris Johnson. Che sulla Cop, dopo l'ottimismo dei mesi scorsi, ora mette le mani avanti: "Un accordo sarà molto difficile". Anche perché aggravato dalla crisi energetica.
Oltre ad aver convinto Riad a zero emissioni entro il 2060, Londra insieme alla Ue (Timmermans è appena stato tre giorni a Nuova Delhi) si sta invece occupando della questione India, il terzo Paese più inquinante al mondo (7%) Sinora ha potuto fare poco, anche per deja vù colonialisti. Il primo ministro Narendra Modi non ha tuttora annunciato alcun impegno contro l'inquinamento, né per il 2030 né per il 2050. Ma, piuttosto a sorpresa e a differenza del cinese Xi Jinping, Modi ha annunciato che a Glasgow ci sarà.
Anche il premier australiano Scott Morrison alla fine si unirà in Scozia, e, dopo molta riluttanza di Canberra, Johnson e il presidente della Cop26 Alok Sharma hanno strappato dall'Australia l'impegno di emissioni zero entro il 2050 con un grosso caveat: non ci sarà una legge ad hoc, ma solo un vago impegno di cittadini e imprese.
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L'imminente G20 di Roma sarà uno snodo cruciale anche per la Cop26. Perché i Venti grandi rappresentano l'80% delle emissioni globali e, oltre a spianare la strada per il vertice di Glasgow, devono decidersi anche a concedere finalmente i promessi 100 miliardi di dollari ai Paesi più poveri per la conversione all'energia pulita. Le sfide sono campali, anche per le singole nazioni, perché la rivoluzione verde costerà molti miliardi e i contribuenti prima o poi ne pagheranno le spese in bolletta. Ma a questo ci si penserà dopo. Ora bisogna salvare il pianeta. La chiave di volta, anzi l'impresa, sarà convincere i due giganti asiatici. E a Glasgow, dove la famiglia reale doveva esserci al completo per convincere i grandi alla causa verde, a causa degli ultimi acciacchi neanche la Regina Elisabetta ci sarà.