Coronavirus, nuovo record di contagi in Russia, vacanze pagate da oggi per frenare il virus. Ecco la situazione nei cinque continenti
di Raimondo Bultrini , Rosalba Castelletti , Elena Dusi , Anais Ginori , Antonello Guerrera , Anna Lombardi , Tonia Mastrobuoni , Daniele Mastrogiacomo , Gianluca Modolo , Sharon Nizza , Alessandro Oppes , Raffaella Scuderi , Andrea Tarquini , di Raimondo Bultrini, Rosalba Castelletti, Elena Dusi, Anais Ginori, Antonello Guerrera, Anna Lombardi, Tonia Mastrobuoni, Daniele Mastrogiacomo, Gianluca Modolo, Sharon Nizza, Alessandro Oppes, Raffaella Scuderi, Andrea TarquiniIl numero di contagi, secondo dati dell'Oms, è ridotto alla metà rispetto alla primavera scorsa. Resta la preoccupazione per le varianti e per il ritardo nella distribuzione di vaccini ai Paesi in via di sviluppo. In Russia oggi record di contagi e di vittime nelle ultime 24 ore: 40.096 contagi e 1160 morti.
L'eredità della pandemia, perché bisogna restare in allerta
di Elena Dusi
Il mondo tira il fiato, in attesa di un inverno che si spera sia l’ultimo dell’emergenza. Il Covid ha rallentato la sua corsa. Se 2,7 milioni di casi e 46mila morti nell’ultima settimana sembrano tanti – dati dell’Organizzazione mondiale della sanità – sono in realtà circa la metà rispetto al periodo peggiore: la primavera, con l’immane ondata indiana.
Quell’incendio non è rimasto senza eredità. Dal calderone di virus ribollente è saltata fuori la variante Delta, un ceppo del…
Il numero di contagi, secondo dati dell'Oms, è ridotto alla metà rispetto alla primavera scorsa. Resta la preoccupazione per le varianti e per il ritardo nella distribuzione di vaccini ai Paesi in via di sviluppo. In Russia oggi record di contagi e di vittime nelle ultime 24 ore: 40.096 contagi e 1160 morti.
L'eredità della pandemia, perché bisogna restare in allerta
di Elena Dusi
Il mondo tira il fiato, in attesa di un inverno che si spera sia l’ultimo dell’emergenza. Il Covid ha rallentato la sua corsa. Se 2,7 milioni di casi e 46mila morti nell’ultima settimana sembrano tanti – dati dell’Organizzazione mondiale della sanità – sono in realtà circa la metà rispetto al periodo peggiore: la primavera, con l’immane ondata indiana.
Quell’incendio non è rimasto senza eredità. Dal calderone di virus ribollente è saltata fuori la variante Delta, un ceppo del coronavirus due volte più contagioso del precedente Alfa (o variante inglese) e tre volte più del ceppo originario arrivato da Wuhan.
La Delta, nonostante la fase di riflusso, non cessa di darci lezioni. Tre quelle in corso al momento. La prima: i vaccini da soli non bastano a frenare i contagi. La seconda: senza vaccini però si sta ancora peggio. La terza: chi prova a tenerla fuori dalla porta di casa è costretta a rinunciare.
La prima campanella è suonata in estate prima in Israele, poi negli Stati Uniti, ora in Gran Bretagna, Paesi che hanno vaccinato presto e bene e poi si sono seduti sugli allori, riaprendo il Paese senza più distanze o regole come il Green Pass. Il compiacimento iniziale ha portato a una nuova fiammata dei casi, che si è spenta da un mese in Usa e Israele e sta iniziando solo ora ad attenuarsi nel Regno Unito. I vaccini, con un’efficacia in calo dopo circa sei mesi e creati con il virus di Wuhan nel mirino, non sono perfetti contro la Delta. Circa un vaccinato su quattro resta suscettibile al contagio. Ecco allora che il Regno Unito si è ritrovato con numeri di infezioni monstre – 51mila casi il 21 ottobre – non lontano dall’ondata record di inizio anno - 59mila il 9 gennaio – ma in media un decimo dei decessi: 1.820 il 20 gennaio e 223 il 19 ottobre.
Peggio è andata all’Europa dell’Est, regione tinta di colore più scuro nella cartina della pandemia tracciata dall’Oms. Russia e Turchia vengono immediatamente dopo la Gran Bretagna per numero di contagi. Si tratta di Paesi in cui i vaccini ci sono, ma non vengono usati. I vaccini nazionali prodotti da Mosca sono stati accettati dal 36% dei cittadini, e il Cremlino ha decretato una settimana di sospensione del lavoro per frenare i contagi. Stessa percentuale di immunizzati per la Romania, che ha reintrodotto il coprifuoco e chiuso le scuole per due settimane. È al 38% la Bulgaria, che ha introdotto il Green Pass tra le proteste dei cittadini e ha annunciato l’esaurimento dei respiratori. Dovrà mandare i malati in eccesso all’estero. La Lettonia (58% di immunizzati) è tornata al lockdown generale. La Polonia sta regalando o vendendo le dosi inutilizzante nonostante sia solo al 53% di copertura. I vaccini non saranno perfetti, ma combattere la Delta a mani nude ci rimanda ai ricordi più cupi della pandemia. Perfino la Germania (68% di vaccinati contro il nostro 77%), con un record di casi da maggio – 13mila al giorno in media nell’ultima settimana - dimostra che ogni punto percentuale, in fatto di immunità, conta.
Anche chi credeva di restarne fuori, con la variante venuta dall’India, ha dovuto rivedere i suoi programmi. Della “zero Covid strategy” si sono fatti forti per un anno Paesi isolati come Australia e Nuova Zelanda. Ma lockdown ripetuti (Melbourne è rimasta deserta 200 giorni dall’inizio della pandemia) e tracciamenti capillari non sono riusciti a star dietro alla Delta. “Questo modo di vivere non è sostenibile” ha dichiarato il premier australiano Scott Morrison il 23 agosto, seguito dalla Nuova Zelanda. L’ultimo Paese risoluto a lottare fino all’ultimo virus è la Cina. Con 2,2 miliardi di iniezioni praticate, ha già immunizzato due terzi della sua popolazione. Ma i vaccini nazionali – gli unici utilizzabili – non raggiungono l’efficacia dei nostri. I 170 casi degli ultimi 17 giorni, con 3 morti da aprile, hanno spinto il regime a intraprendere un ulteriore sforzo: la costruzione ex novo di un centro per la quarantena a Canton da 5mila posti, per ospitare 14 giorni tutti i viaggiatori provenienti dall’estero. Perfino il cibo sarà servito loro da robot.
Russia
di Rosalba Castelletti
Da oggi vacanze pagate per tutta la popolazione, esclusi i lavoratori essenziali, per almeno una settimana. Ristoranti chiusi alle 23 e stop a tutti gli eventi di intrattenimento. Dopo mesi di proclami trionfalistici e resistenza ai lockdown, la Russia torna a chiudere seppure con riluttanza. Per la prima volta dalla primavera del 2020.
Non un vero e proprio lockdown. Ma è comunque l’ultima spiaggia di fronte all’ennesimo record di contagi provocati dal Covid-19: 40.251 solo nelle ultime 24 ore, sopra al precedente record di 40.096 positivi registrati giovedì. Aumentano anche i decessi: 1.160 nella giornata di ieri, appena tre unità sotto il precedente record, che portano sopra i 237mila il bilancio complessivo, il numero più alto in Europa. Per di più sottostimato secondo esperti e matematici: da un esame delle statistiche pubblicate dall’agenzia di statistica nazionale Rosstat, le morti in eccesso dall’inizio della pandemia sarebbero circa 660mila.
Non è solo colpa del diffondersi della variante Delta e persino di una sottovariante, AY.4.2, 10 volte più contagiosa, ma della sfiducia verso i vaccini. Solo il 36 per cento della popolazione (tenendo conto di vaccinati e positivi al virus) si è sottoposto a entrambi le dosi, benché il Paese sia stato il primo al mondo a registrare un vaccino contro il Covid-19, lo Sputnik V, e ora ne vanti ben quattro.
La diffidenza, secondo Levada Tsentr, l’istituto di sondaggi indipendente dichiarato “agente straniero”, è strettamente correlata con l’eccesso di propaganda. Le autorità hanno più volte prematuramente rivendicato la vittoria sul virus, hanno imposto solo blande misure di sicurezza con il risultato che il 55 per cento della popolazione non ha paura del coronavirus, stando all’ultimo sondaggio del Levada. Un numero rimasto praticamente invariato dall’inizio dell’anno. Le autorità hanno cominciando a riconoscere che le loro ricette non hanno funzionato. A cominciare dal presidente Vladimir Putin: “È strano che persino persone ben istruite, con titoli di studio avanzati, non vogliano vaccinarsi. È in gioco la vostra vita e quella dei vostri cari”. Un mea culpa arrivato troppo tardi.
Regno Unito
dal nostro corrispondente Antonello Guerrera
LONDRA - Oggi il Regno Unito è di certo il malato d’Europa del coronavirus. I numeri sono indiscutibili: 315mila casi totali nell’ultima settimana, per complessivi 942 morti e 6.730 ricoverati negli ultimi sette giorni, tutte rilevazioni in rialzo, rispetto alla settimana precedente. Cifre che riflettono la oramai totale mancanza di mascherine e protezioni, visto che in Inghilterra sembra di essere tornati al 2019, come se il virus non fosse mai esistito. Ma ciò certifica anche una chiara strategia del governo Johnson, ovvero quella di “convivere con il virus” (definizione ufficiale) oppure (lettura ufficiosa) sviluppare una immunità di gregge composta da immunità vaccinale e quella naturale, quest’ultima soprattutto dei giovani che non vogliono vaccinarsi e che difatti costituiscono il gruppo più ampio di nuovi contagiati.
Quanto è sostenibile questa strategia, ovvero lasciar circolare il virus senza alcuna protezione o restrizione, mentre ci si vaccina il più possibile, anche con me terze dosi? La discriminante sarà quanto reggerà la sanità britannica. Sinora, nonostante varie criticità e problemi cronici (come le file di ambulanze al pronto soccorso), ce l’ha fatta. Certo, sarà tutto da vedere con l’arrivo dell’inverno e dell’impatto di coronavirus, influenza e altri virus, contemporaneamente. Ma il ministro delle Finanze (cancelliere dello Scacchiere) Rishi Sunak ha appena annunciato lo stanziamento di 6 ulteriori miliardi di sterline (circa 7 miliardi di euro) proprio alla sanità.
Secondo il governo, questa resta la strategia giusta. Il primo ministro Boris Johnson ha sinora esitato a reintrodurre le mascherine al chiuso e ogni altro tipo di restrizione, non solo per motivi economici ma anche perché ci sono dei modelli a sostegno di questa tesi. Alcuni studi infatti, per esempio quello della London School of Hygiene and Tropical medicine, sostengono che questa immunità di gregge britannica contribuirà presto a far scendere i casi, dopo un picco previsto tra qualche giorno, e così le nuove infezioni, dalle circa 50mila di oggi, potrebbero calare fino a 6mila giornaliere, e ciò senza ricorrere a mascherine e nuove restrizioni.
Il problema è che il Regno Unito, con il contenimento nullo del virus, nella peggiore delle ipotesi potrebbe “regalare” al mondo una nuova variante, con tutte le incognite del caso, tra queste l’efficacia dei vaccini contro di essa. Per ora è stato scoperto già un nuovo ceppo di quella Delta, il A.Y.42, che dai primi studi sembrerebbe (condizionale d’obbligo) leggermente più contagioso e resistente. Tuttavia, secondo gli scienziati britannici, per ora non si tratta di una variante “of concern”, ossia che desta preoccupazione. E questa sarebbe una ottima notizia per tutto il mondo.
Germania
dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni
BERLINO - Il ministro della Salute Jens Spahn vuole mettere un punto. “Secondo me il periodo di emergenza (da Covid, ndr) accertato dal Bundestag si deve concludere: quattro adulti su cinque sono vaccinati”. Ma c’è polemica: molti pensano che con i contagi in vertiginoso aumento potrebbe essere prematuro proclamare la fine dello stato di emergenza. Secondo l’Istituto Koch l’incidenza (il numero di infetti ogni 100mila abitanti negli ultimi sette giorni) ha raggiunto in Germania già quota 110, ben oltre la soglia di allarme. Ventiquattr’ora prima era 106, una settimana fa 74.
Lo stato di emergenza impone assegna al governo federale e ai land il potere di imporre misure anti-coronavirus come l’obbligo della mascherina, il distanziamento, le restrizioni nei contatti o i piani vaccinali. Scade automaticamente dopo tre mesi se non viene rinnovato dal Bundestag.
Spahn ha sottolineato, però che la fine dell’emergenza non significa la fine della pandemia: “Anche io sono convinto che dobbiamo continuare a mantenere anche in autunno e in inverno la regola delle 3G (prevede che si debba essere vaccinati, guariti o testati: “geimpft, genesen, gestestet”, ndr) nei luoghi chiusi, che dobbiamo continuare a portare le mascherine e il distanziamento nei trasporti pubblici e nel commercio al dettaglio”. Il politico cristianodemocratico è anche a favore di misure di sicurezza speciali nelle scuole e nelle case di cura.
Francia
dalla nostra corrispondente Anais Ginori
PARIGI - In Francia i bollettini sanitari registrano contagi in leggera risalita ma la speranza è quella di una “ondina”. Domenica scorsa ci sono stati più di 5mila nuovi casi rispetto ai 3.778 della domenica precedente, anche il tasso R0 cresce di nuovo e ha appena superato la soglia simbolica di 1. Per adesso però non si vede un impatto sui ricoveri negli ospedali. E anche il ritorno di forme influenzali tra la popolazione viene intrepretato come un segnale che il Covid non è più il virus dominante. Il meteo è stato clemente, il freddo non è ancora arrivato e ci sono state giornate di alte temperature con quella che Oltralpe viene chiamata “estate indiana”, l’equivalente dell’ottobrata. "Se non ci sono nuovi varianti, dovremmo vedere l'epidemia svanire gradualmente, con ondine, come forse quelle che stiamo vivendo in questi giorni", ha spiegato Alain Fischer, che guida il programma di vaccinazione. ‘Gradualmente - ha proseguito- il virus potrebbe diventare endemico, cioè un virus che è presente ma che non causa un'infezione grave". Il governo convinto che sia possibile evitare una quarta ondata che come in passato metta in crisi il sistema sanitario. Nell'immediato la preoccupazione dell'esecutivo è per la campagna sulla terza dose per i più fragili: da oltre un mese viene proposto un richiamo della vaccinazione ai più di 65 anni e a chi ha altre patologie a rischio ma solo un terzo dei francesi (circa due milioni) nel target ha risposto all'appello. Il governo sta pensando di inserire la terza dose nel green pass in modo da accelerare la campagna.
Spagna
di Alessandro Oppes
L’esperienza consiglia la massima cautela, ma la Spagna vede ormai all’orizzonte la “nueva normalidad” a lungo rincorsa. Tutto merito di una campagna vaccinale efficacissima che colloca il Paese al primo posto in Europa con l’80 per cento della popolazione già immunizzato. A guardare i dati dell’ultima settimana, l’unico elemento che preoccupa è l’incremento dei contagi (+24 per cento), dopo mesi di calo costante. Ma poi continuano a scendere i ricoveri in ospedale, i ricoveri in terapia intensiva, il numero di morti. Per evitare il rischio di un’inversione di tendenza, è già partita la campagna per la somministrazione della terza dose agli ultrasettantenni, mentre presto dovrebbe arrivare il via libera al richiamo per i due milioni di persone vaccinate con il monodose Johnson&Johnson.
La Spagna è entrata ormai stabilmente in una situazione di “rischio basso”, cioè con un’incidenza inferiore ai 50 casi ogni 100mila abitanti. E questo ha indotto tutte le amministrazioni regionali a ridurre progressivamente le restrizioni anti-Covid. La gestione delle misure di controllo della pandemia avviene infatti su base territoriale dal 9 maggio scorso, giorno in cui è stato revocato lo “stato d’allarme”, la misura costituzionale di carattere eccezionale che il governo di Pedro Sánchez aveva imposto all’inizio della crisi, nel marzo 2020, e che era stata più volte prorogata dal Parlamento.
Una delle poche norme che restano valide su tutto il territorio nazionale è l’obbligo dell’uso della mascherina nei locali di uso pubblico al chiuso (compresi i bar e, a differenza dell’Italia, anche nelle palestre durante l’esercizio fisico). Per il resto, le regioni si muovono in ordine sparso, alcune con una normativa più rigida (la Catalogna in particolare), altre con una tendenza a lasciare maggiori spazi di libertà ai cittadini. In prima fila, tra queste ultime, ovviamente Madrid, la cui presidente Isabel Díaz Ayuso ha costruito proprio sulla campagna per le riaperture il trionfo elettorale del 4 maggio scorso.
E infatti, in un Paese che prova a ripartire ancora con qualche prudenza, Ayuso è stata la prima a rimuovere la quasi totalità delle restrizioni: dall’inizio di ottobre, sono state eliminate tutte le limitazioni di capienza e di orario per qualsiasi attività, dai negozi ai ristoranti, dagli eventi culturali a quelli sportivi. L’unica raccomandazione è che si rispettino le misure di prevenzione (igiene e ventilazione dei locali) e si mantenga la distanza di sicurezza nelle zone di assembramento. Ma nella capitale non esiste l’obbligo di green pass, che invece Baleari e Galizia hanno imposto per l’accesso ai locali notturni, mentre la Catalogna pensa di applicarlo a ristoranti, palestre e spazi culturali.
Nordeuropa, Europa centro-orientale, Balcani
di Andrea Tarquini
Ecco la situazione sul fronte del bilancio di casi e vittime del Covid 19 e delle misure di lotta alla pandemia paese per paese nel Nordeuropa, in Centroest Europa e Balcani.
SVEZIA - Tra i cinque Pesi nordici è il piú colpito in proporzione agli abitanti (circa 10 milioni) visto il rifiuto di misure severe in nome della libertà di scelta dei cittadini e della scommessa del discusso epidemiologo capo Anders Tegnell di puntare sull'immunità di gregge: niente mascherine né lockdown. Il totale dei casi è finora di 1,17 milioni con 14.983 morti.
NORVEGIA – La media settimanale di casi è 645. Il totale dei contagi ammonta a 201mila e il totale morti a 894, su una popolazione di circa 5,5 milioni di abitanti. Il prospero regno ha adottato lockdown e altre misure restrittive poi alleggerite, e una rapida vaccinazione di massa.
DANIMARCA - I nuovi casi sono 1411 con una media settimanale di 1203. Il totale del casi ammonta a 308mila con in tutto 2697 morti. La Danimarca è stato il Paese Ue più veloce nella vaccinazione di massa e il primo a riaprire tutto, poi si vedrà con la prossima ondata.
FINLANDIA. Il 25 ottobre 1732 nuovi casi con una media settimanale di 526 casi. Su 5,5 milioni di abitanti il totale di casi ammonta a 154mila con un totale di 1150 morti. Nelle ultime ore lo stato d´allarme delle autorità è aumentato: nel paese che ha un lungo confine con la Russia tutto il territorio nazionale, non piú solo la regione di Helsinki, è stato dichiarato zona rossa.
ISLANDA – La piccola democrazia a un passo dall'Artico lamenta 243 nuovi casi il 25 ottobre, la media settimanale è di 75 nuovi casi al giorno. Il totale dei casi dall'inizio della pandemia ammonta a 13142, i morti sono in tutto 33, su un totale di circa 370 mila abitanti. L'Islanda ha adottato dall'inizio misure severe come la chiusura delle frontiere con gravi danni alla branca-pilota del turismo (misure poi revocate), una velocissima campagna di vaccinazione e una campagna di test a tappeto ripetuta più volte.
POLONIA - Grave situazione in peggioramento nel più grande Paese orientale di Ue e Nato, con oltre 38 milioni di abitanti. I nuovi casi sono 2953 con tendenza all'aumento del 90 per cento secondo le autorità, la media settimanale è di oltre 4965 casi. Il totale dei contagiati ammonta a 2,98 milioni, pari a un terzo in più degli abitanti della grande area di Varsavia, i morti sonno finora 76.447. I reparti d'emergenza, dicono anche fonti ufficiali, scoppiano. Non si esclude il trasporto di malati all'estero, nuove misure restrittiveo ma insieme di accogliere pazienti romeni. Nuove misure restrittive sono molto probabili.
CECHIA – Nonostante le strutture sanitarie ben migliori di quelle del resto dell´Est di Ue e Nato, la Repubblica ceca è stata colpita in modo gravissimo. Con 10,7 milioni di abitanti circa i contagi il 30 ottobre sono stati oltre 5900, il 23 erano stati 4244 e la media settimanale è di 3082 casi. In tutto i contagiati sono finora 1,73 milioni, più degli abitanti della capitale Praga, e i morti sono stati 30.625. Il governo pensa a reintrodurre dure misure restrittive. Intanto ha deciso di non riconoscere il vaccino Sputnik e di imporre quarantena ai di solito numerosissimi turisti russi. Green pass presto obbligatorio.
SLOVACCHIA - Situazione aggravatasi negli ultimi giorni con 993 nuovi casi quotidiani il 25 e una media settimanale di 2785. Su circa 5 milioni di abitanti il totale dei contagi è al momento di 457 mila e il totale di morti di 12.917. Il governo ha proibito l'uso di Sputnik restituendo le dosi alla Russia e punta sui vaccini occidentali. Si aspettano nuove misure restrittive. Green pass di introduzione probabilmente imminente.
UNGHERIA - Caso critico dell'Est minimizzato dal regime. Il 25 i nuovi casi sono stati 6688 e la media settimanale si attesta sui 2018 nuovi casi. Su circa 10 milioni di abitanti. Per essere vaccinati è necessaria una complessa procedura di registrazione che secondo fonti critiche finisce anche in mano alla polizia segreta e questo spiega molti rifiuti. Il totale ufficiale dei contagiati è stato di 951mila e il totale ufficiale dei morti di 30.307, ma fonti critiche parlano di cifre abbellite dai media di regime e dalla invisibile censura. Il regime ha puntato sul vaccino russo Sputnik, di dubbia efficacia.
ROMANIA - È l´inferno, ed è stato appena decretato per la seconda volta il coprifuoco. Sono vaccinati meno del 30 per cento dei circa 24 milioni di abitanti, la struttura sanitaria è esplosa con pannes irreparabili degli apparati a ossigeno e altri problemi. I nuovi contagi il 25 sono stati 9187, la media settimanale è sui 14.816 casi. Il totale di casi ammonta a 1,57 milioni, i morti sono in totale ben 44.980. Il paese intanto manca di governo, il premier incaricato è un militare, il generale Ciuca. Si pensa a trasferire pazienti all´estero. Coprifuoco in vigore da giorni, vietati banchetti e nozze, green pass obbligatorio.
BULGARIA - Altra situazione allarmante nel più povero paese della Ue. Nuovi casi il 25: 5663, con appena 7 milioni di abitanti, media settimanale a quota 4005 casi. Il totale dei casi dall'inizio della pandemia è di 575 mila, i morti sono in tutto 23.316. L'attesa delle terze elezioni anticipate in un anno (il 14 novembre prossimo) e quindi l'assenza di un governo che sia più che caretaker frena decisioni su misure d´emergenza.
SERBIA - Situazione critica anche nella prima potenza militare ed economica dell'ex Jugoslavia. Secondo i dati del 25 su circa 7 milioni di abitanti i nuovi casi sono 5908 con una media settimanale di 6974 nuovi casi al giorno. Il totale dei casi registrati dalle autorità ammonta a ben 1,1 milioni e i morti sono finora 9571. Su nuove misure d'emergenza il potere esecutivo si mostra pronto a dichiararle, anche dure, ma al momento laconico.
Israele
di Sharon Nizza
TEL AVIV - La quarta ondata Covid, Israele se l’è messa alle spalle, concordano esperti e politici. Lo confermano tutti gli indici in drastico calo: in primis i ricoveri gravi, 249 attualmente (erano 708 un mese fa), tra i quali il 78% non risulta immunizzato. Gli 866 contagi di ieri presentano un tasso di positività dello 0,88%, il più basso da giugno. Dati che hanno portato il governo a riaprire il Paese ai turisti (solo vaccinati) dall’1 novembre, per la prima volta dal marzo 2020. I numeri riflettono il risultato della campagna di somministrazione della terza dose (inoculata a 4 milioni su una popolazione di 9,2 abitanti) di cui Israele è stato pioniere, iniziando a fine luglio, ancora prima dell’approvazione della Fda. A cui si combina l’applicazione del Green pass, che da ottobre è disponibile solo per gli immunizzati con il booster o per quanti abbiano ricevuto la seconda iniezione nei sei mesi precedenti.
Ma cautela è la nuova parola d’ordine. Non si parla più di vittoria, semmai tregua. “L’inverno sta arrivando”, ha detto il premier Naftali Bennett riferendosi all’aumento dei casi in Europa, che rispecchia la situazione di Israele a luglio, quando la copertura del primo round vaccinale stava cominciando a indebolirsi. “Accanto al successo che sta dimostrando il modello Israele nella lotta al Covid, prepariamo il terreno in vista di future ondate”. La possibile quinta ondata non è un miraggio, ed è già sulla bocca degli esperti locali. Bennett ha destinato 10 miliardi di Nis (circa 3 miliardi di euro) a una rete di sicurezza economica e sanitaria in vista della prossima variante. E ora il grosso della sfida si concentra sulla campagna vaccinale dei più piccoli: il ministero della Salute è pronto a partire a stretto giro con l'inoculazione dei bambini tra i 5 e gli 11 anni, per cui attendeva solo la luce verde data ieri dalla Fda a Pfizer. I sondaggi dicono che quasi il 50% dei genitori non esiterà a vaccinare i propri figli, mentre un 30% si dice contrario, tra cui un 2% oppositori ideologici/no-vax. In un Paese con un terzo della popolazione sotto i 17 anni, dicono gli esperti, la vaccinazione dei bambini potrebbe essere la chiave per il raggiungimento dell’immunità di gregge. Sarà questo il fronte che più occuperà Israele nelle prossime settimane.
Sharon Nizza
Stati Uniti
dalla nostra inviata Anna Lombardi
NEW YORK - Le statistiche qui fanno ancora impallidire gli esperti: negli Stati Uniti d’America, Paese dove le dosi di vaccino anti-coronavirus decisamente non mancano, solo il 57,5 per cento degli americani è completamente immunizzato (e il 66,5 ha ricevuto almeno la prima dose). Questo, nonostante la media giornaliera di nuovi casi sia ancora altissima: circa 75mila e solo nell’ultima settimana ci sono stati comunque 1500 morti al giorno. Certo, le cose vanno meglio di qualche mese fa: durante l’estate i numeri a livello nazionale erano circa il doppio e il totale di contagi attivi attuale, pari a 944.647, indica che nelle ultime due settimane sono scesi del 29 per cento. Pure i decessi sono diminuiti: 19.524, giù del 19 per cento. I casi – nel Paese che ha registrato il numero record di 45.616.284 contagi totali in circa 20 mesi (e 739.259 morti) - dunque diminuiscono ovunque. Ma Montana, Idaho e Wyoming – stati tradizionalmente repubblicani, attualmente fanalini di coda per numero di vaccinati, ahimè spesso per motivi ideologici rispecchiando un divario nella percentuale di vaccinati squisitamente politico – ancora faticano a venir fuori dall’epidemia. E oggi si contendono il triste podio di Stati con più casi pro-capite (circa uno ogni 300 abitanti). La diffusione del Covid sulla mappa americana, disegna in questo momento una vera scacchiera: zone rosse, dove il virus ancora imperversa e zone rosa dove invece sembra essersi placato.
Intanto la commissione indipendente di esperti della Food and Drug Administration, l’agenzia federale del farmaco, ha consigliato il via libera al vaccino Pfizer anche ai bambini fra i 5 e gli 11 anni: aprendo di fatto le porte al vaccino a 28 milioni di piccini. Un dato molto importante, visto che, secondo dati riportati da Usa Today, si sono ammalati di Covid – spesso in maniera non grave - il 42 per cento dei bambini in quella fascia d’età. Anche per loro doppia dose di vaccino a 21 giorni di distanza, ma il siero “junior” sarà pari a un terzo di quello somministrato agli adulti. Nonostante il numero ancora relativamente alto di casi, gli esperti americani vedono l’inizio della fine del tunnel. A patto, insistono, che la popolazione a rischio continui a vaccinarsi, sottoponendosi pure alla terza dose. Un lieve rialzo di contagi si sta infatti registrando in Vermont, lo Stato più vaccinato d’America, proprio fra la popolazione particolarmente anziana. E l’inverno alle porte fa ancora paura.
America Latina
di Daniele Mastrogiacomo
L’America Latina sembra vincere la battaglia contro il Covid. Dopo essere stata sorpresa da una prima ondata che forse non si aspettava, la regione ha dovuto fare i conti con una seconda fase ancora più dura e letale. Solo il Brasile, come in parte il Venezuela, ha continuato nella sua politica negazionista per l’ostinazione del suo presidente che puntava sull’immunità di gregge per non fermare la produzione e salvare l’economia. Una tattica a dir poco criminale che ha provocato una vera strage tra la popolazione. Ancora in questi giorni, Bolsonaro ha spacciato l’ennesima bufala sul web: ha sostenuto che il vaccino anti Covid provocava l’Aids. Lo ha affermato sulla base di presunti risultati di presunte ricerche che la scienza si è affrettata a smentire. Con la vaccinazione di massa, oggi il Brasile conta 21.735.560 contagi e 605.804 vittime. Il dato più alto al mondo rispetto alla popolazione. Crollato il numero di decessi, 160 nelle ultime 24 ore. I vaccinati sono 269 milioni con una dose, 115 con la doppia: il 54,3 per cento.
L’Argentina vive invece il suo peggior momento. La curva dei contagi e dei decessi è schizzata verso l’alto, soprattutto nei grandi centri urbani come Buenos Aires. Gli infettati sono 5.281.585, le vittime 115.851, la netta maggioranza sopra i 60 anni. Raggiunto con i vaccini il 55,8 per cento della popolazione. Il Cile brilla come Paese virtuoso: fatica a superare l’ultima ondata ma ha già protetto con un vaccino il 76,5 della popolazione. Il Perú ha invece reagito bene dopo aver pagato un tributo di vite umane altissimo: 200 mila decessi e 2,2 milioni di contagi. Vaccinata il 45 per cento della popolazione. Stessa cosa in Ecuador, altro Paese crollato sotto l’offensiva iniziale del coronavirus con 33 mila morti: ha vaccinato il 57,2 per cento dei suoi abitanti. La Colombia ha protetto il 40,3 per cento della popolazione dopo aver avuto 127 mila vittime. Il Venezuela, infine, fornisce dati rassicuranti. Non si sa se veri o sottostimati: 401 mila contagi, 4.822 morti, vaccinato il 21,8 per cento degli abitanti. Ma qui deve fare i conti con la difficoltà nel reperire le dosi a causa delle dure sanzioni imposte dagli Usa e dalla Ue.
Daniele Mastrogiacomo
Cina
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo
PECHINO - Chiudere, chiudere, chiudere. Con i confini sigillati da quasi due anni e a poco più di cento giorni dalle Olimpiadi invernali di Pechino nel febbraio 2022, la Cina - nel bel mezzo di una nuova ondata - continua la propria strategia della “tolleranza zero” contro il Covid. Ostinandosi a volerlo eliminare. Undici finora le province del Dragone che stanno combattendo di nuovo contro la pandemia e le infezioni della variante Delta, molto più aggressiva. E 133 i casi dallo scoppio di questo nuovo focolaio: Mongolia Interna e Gansu le province più colpite. Casi si sono registrati anche a Pechino - la capitale da proteggere: 5 confermati più un asintomatico negli ultimi tre giorni. Risultato: la maratona cittadina cancellata, le autorità che invitano i residenti a non lasciare la città se non strettamente necessario, e tamponi fatti nelle 48 ore precedenti da esibire e 14 giorni di osservazione a cui sottoporsi per chi invece vuole entrare.
Sul senso di questa strategia - con la maggior parte degli altri Paesi che invece gradualmente iniziano a riaprirsi - si interrogano in molti. Il Dragone ha già vaccinato oltre l’80% della popolazione (2,24 miliardi di dosi somministrate finora e oltre 1 miliardo di persone che hanno completato il ciclo vaccinale). La Cina può permettersi di rimanere isolata ancora a lungo, considerati i costi sociali, economici e pure geopolitici che tutto ciò comporta? Lockdown mirati e tempestivi, quarantene centralizzate, tamponi di massa, tracciamenti e controllo delle frontiere: all’inizio della pandemia questo mix ha contribuito a far ritornare il Paese praticamente alla normalità: molto prima di qualsiasi altra nazione nel mondo. Ma ora? Un simile atteggiamento rischia di isolare la Cina, come ha scritto qualche giorno fa in un editoriale sul South China Morning Post Donald Low, professore alla Hong Kong University of Science and Technology. La maggior parte della popolazione, in ogni caso, ben nutrita dalla propaganda, è pronta a sacrificarsi e a combattere questa “guerra”. Quando qualche settimana fa Zhang Wenhong, uno dei più importanti epidemiologi del Paese, ha suggerito che dal prossimo anno la Cina dovrà iniziare a convivere con il virus, è partita subito la rivolta, ben organizzata, in Rete: un traditore che vuole imitare l’Occidente.
Asia
di Raimondo Bultrini
BANGKOK - L’India è il Paese dove la variante Delta si è preparata a migrare verso i 4 punti cardinali. La buona notizia è che si è drasticamente ridotto e stabilizzato il numero di nuovi casi rispetto alle tragiche punte di luglio e ai 450mila morti ufficiali, anche se sono stati molti di più nella realtà. Carenza di cure mediche, di ossigeno, di vaccini e personale hanno costretto il governo a tenersi stretta la produzione delle sue grandi industrie, caposaldi del programma “Covax” di sostegno dell’Oms ai paesi poveri. Nonostante questo meno di un terzo della vasta popolazione è stata vaccinata 2 volte, anche se il 70 per cento degli adulti over 60 ha ricevuto almeno una dose. In questo quadro il premier Narendra Modi ha celebrato nei giorni scorsi la miliardesima fiala di vaccino inoculata in India, sperando di far dimenticare le immagini dell’estate scorsa di cadaveri sul Gange o cremati in migliaia di pire.
Ora il continente riporta circa 15.000 nuovi casi al giorno contro un picco di oltre 400.000. Ma parallelamente al declino nel Paese d’origine, la freccia del grafico Covid si è impennata nei Paesi vicini azzerando i primi successi di Vietnam, Singapore, Corea del sud, Malesia e Thailandia, tutti ancora alle prese con pericolosi focolai Delta, particolarmente virulenti in Indonesia e nelle Filippine anche se in apparente rallentamento.
Il più alto numero di morti – 18 - riportati la settimana scorsa tra i 5 milioni di singaporeani dall’inizio della pandemia, ha convinto il governo a imporre per legge la vaccinazione piena dall'inizio del prossimo anno in tutti i luoghi di lavoro, pena licenziamento. Analoghe norme sono in via di applicazione ovunque, mentre molti Paesi messi in ginocchio dal crollo del turismo stanno nel frattempo riaprendo ai viaggiatori vaccinati, con preferenza per quelli provenienti da nazioni abbienti e non troppo contaminate. La Thailandia - dopo un primo esperimento di quarantena all’aperto sulle coste di Phuket - ha aperto a 46 paesi tra i quali l’Italia con l’unico obbligo di un controllo all’arrivo in albergo. Per questo le vaccinazioni sono state più massicce nelle tradizionali mète di Phuket e Bangkok, il doppio dell’attuale media del 38% di inoculati due volte. Tranne Singapore – che punta a immunizzare oltre l’80 per cento - tutti i più popolosi Paesi della regione condividono l’obiettivo del 70 per cento entro fine anno. Le Filippine hanno da poco autorizzato il vaccino per gli adolescenti tra i 12 e i 17 anni.
Africa
di Raffaella Scuderi
Al 23 ottobre l’Africa ha registrato 8,5 milioni di casi Covid, con 217mila morti. I vaccinati con una dose sono il 4,9% della popolazione. Il Paese più colpito resta il Sudafrica. Seguono Marocco, Tunisia, Etiopia, Libia, Egitto e Kenya. E i numeri aumentano. A fronte della situazione mondiale della pandemia, il continente è quello che sembra aver sofferto meno. Ma il conteggio reale rimane sconosciuto. L’allarme arriva dall’Organizzazione mondiale della Sanità: “In Africa si teme che l'85% dei casi di Covid non sia registrato, e che quindi il numero reale dei contagi salga da 8,5 a 59 milioni”, lo ha detto dieci giorni fa la direttrice di Oms Africa, Matshido Moeti, che ha spiegato che "le nostre analisi indicano che solo un caso su sette viene testato".
Per quanto riguarda i vaccini, ad oggi sono state somministrate oltre 86 milioni di dosi in tutto il continente. In Africa i vaccini arrivano grazie soprattutto a Covax, in fase di rallentamento per deficit finanziario. Una svolta alla campagna vaccinale l’ha data in questi giorni l’Unione africana che ha annunciato di voler acquistare 110 milioni di dosi di Moderna. La decisione sarebbe stata mediata da Washington che ha rinunciato a una parte dei suoi vaccini, riferisce Reuters. Le dosi verranno consegnate nei prossimi mesi, di cui 15 milioni entro fine 2021, 35 milioni entro aprile 2022 e 60 milioni da maggio a settembre.
La grave carenza di vaccini rappresenta un rischio non solo per la salute ma anche per la crescita economica. Si rischia l'emergere di nuovi ceppi più virulenti di Covid-19 che potrebbero diventare un problema permanente, ha dichiarato la scorsa settimana il Fondo monetario internazionale. Potrebbe anche invertire decenni di progressi nella lotta del continente contro l'indigenza. La pandemia ha provocato 30 milioni di nuovi poveri estremi nel 2020. Le aspettative, sostiene il Fmi, non sono buone: è probabile che solo una manciata di paesi dell'Africa sub-sahariana riesca ad ottenere un'ampia disponibilità di vaccini prima del 2023 e la loro sorte dipende dalla comunità internazionale. Secondo il Fondo, l'Africa sub-sahariana avrebbe bisogno di 425 miliardi di dollari di finanziamenti aggiuntivi nei prossimi cinque anni per garantire una solida ripresa e recuperare il terreno perduto. L'economia dell'Africa nel 2021 registra un rimbalzo del Pil a +3,7%, la ripresa più lenta al mondo. Le economie avanzate crescono di oltre il 5%, e molti Paesi in via di sviluppo di oltre il 6. La ripresa dipende dai progressi nella lotta contro il Covid, sostiene il Fondo.
Elaborazione dati a cura di Paola Cipriani e Eva Csuthi