Johnson: “Agire per salvare il clima o crolleremo come l’antica Roma”
dal nostro inviato Antonello Guerrera , dal nostro inviato Antonello GuerreraSULL’AEREO DI STATO BRITANNICO LONDRA-ROMA — Alle 17.30, mentre sorvoliamo la Toscana, la corposa sagoma di Boris Johnson appare dalle prime file dell’aereo di Stato Airbus A321, con la scritta “United Kingdom” e, dopo la Brexit, ridipinto a festa con i colori Union Jack. Il primo ministro britannico si unisce ai giornalisti che ha invitato a bordo, tra cui Repubblica, unico media italiano e dell’Ue sul volo del leader da Londra a Roma, alla vigilia del G20 nella capitale italiana e del cruciale vertice sul clima di Glasgow “Cop26”.
Mentre in patria è tornata l’emergenza Covid per cui lui stesso ammette il «numero alto dei casi» ma conferma «niente restrizioni per ora», Johnson indossa il suo solito vestito blu, ma con il papavero sul revere sinistro che ricorda i caduti della Prima guerra mondiale e sul destro la spilletta della Cop26. Evento su cui la sua Global Britain organizzatrice insieme all&r…
SULL’AEREO DI STATO BRITANNICO LONDRA-ROMA — Alle 17.30, mentre sorvoliamo la Toscana, la corposa sagoma di Boris Johnson appare dalle prime file dell’aereo di Stato Airbus A321, con la scritta “United Kingdom” e, dopo la Brexit, ridipinto a festa con i colori Union Jack. Il primo ministro britannico si unisce ai giornalisti che ha invitato a bordo, tra cui Repubblica, unico media italiano e dell’Ue sul volo del leader da Londra a Roma, alla vigilia del G20 nella capitale italiana e del cruciale vertice sul clima di Glasgow “Cop26”.
Mentre in patria è tornata l’emergenza Covid per cui lui stesso ammette il «numero alto dei casi» ma conferma «niente restrizioni per ora», Johnson indossa il suo solito vestito blu, ma con il papavero sul revere sinistro che ricorda i caduti della Prima guerra mondiale e sul destro la spilletta della Cop26. Evento su cui la sua Global Britain organizzatrice insieme all’Italia, e soprattutto il mondo, si giocano tutto: «Il futuro e la nostra sopravvivenza».
Boris Johnson, 56 anni, parla di tutto per circa quaranta minuti con i reporter presenti sul volo. Si sa, è un appassionato classicista, ha persino un busto di Pericle a Downing Street.
E così il primo ministro si presenta citando l’antica Roma, per lui esempio leggendario e catastrofico di come una straordinaria civiltà possa capitolare in pochi anni se non si adegua alle sfide del presente. Per Johnson potrebbe presto capitare lo stesso all’Occidente e all’intero pianeta se non si agisce immediatamente contro il cambiamento climatico.
«È il nostro memento mori», ci ammonisce nel suo amato latino. «Roma e le sue meravigliose rovine sono il luogo perfetto per il G20 e per la Cop26 che inizia domenica: perché ci ricordano che, se non aggrediamo il cambiamento climatico, una civilizzazione straordinaria può crollare a una velocità terrificante. Non è un paragone azzardato».
Perché, primo ministro?
«L’umanità, la civilizzazione, la società possono fare retromarcia molto facilmente. Dopo la sua caduta, a Roma si abbassò il livello di istruzione, le capacità costruttive, andarono perdute le meravigliose ville, persino il bestiame si restrinse di diversi centimetri come grandezza. La stessa cosa può capitare a noi se non agiamo contro il cambiamento climatico, adesso. Perché consegneremmo a figli, nipoti e generazioni successive un mondo che, a causa del surriscaldamento terrestre, sarà segnato da colossali migrazioni, mancanza di cibo e acqua, e molti altri conflitti. Per questo non possiamo perdere tempo: dobbiamo limitare l’aumento della temperatura terrestre a 1,5 gradi».
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Al G20 sarà decisiva la partita del clima, visto che i venti Grandi rappresentano l’80% delle emissioni mondiali, inclusi Cina e India. Nelle ultime settimane c’è stato molto pessimismo sulla Cop26, anche da parte sua. Compromesso impossibile?
«Utilizzerò una metafora calcistica. Siamo alla fine del primo tempo e perdiamo 1-5. La seconda frazione sarà durissima. Ma se tutto il mondo fa squadra, possiamo ribaltare il risultato. Rispetto ai romani, poi, abbiamo qualcosa in più che può salvarci: la tecnologia. Perché i romani fecero relativamente pochi progressi rispetto alla lunga durata dell’Impero. Oggi invece, la tecnologia può sostenerci enormemente nella lotta al cambiamento climatico. Le promesse sinora fatte da molti Paesi sull’energia pulita mi rendono più ottimista».
Ma la Cina, il peggior inquinatore del pianeta, non sembra smuoversi dai suoi impegni insufficienti: emissioni giù solo dal 2030 e azzerate nel 2060.
«Ho parlato poco fa al telefono con il presidente Xi Jinping e l’ho ringraziato per il suo impegno a ridurre l’utilizzo di carbone all’estero. Detto questo, gli ho fatto due appunti: per esempio, il picco di emissioni nel 2030. Gli ho chiesto di anticiparlo almeno al 2025. Ma non mi pare di averlo convinto… Per quanto riguarda il carbone, invece, Xi mi ha detto che al momento l’utilizzo è fondamentale per l’economia domestica. Allora io gli ho risposto con un esempio “evangelico”: quando sono andato a Pechino nel 2008 la produzione energetica del Regno Unito era dipendente per il 40% dal carbone. Oggi è solo l’1%. Si può fare, insomma».
Anche l’India però, come Pechino, sembra inerte contro il cambiamento climatico.
«Difatti vogliamo che si impegni di più per esempio sulla riduzione delle emissioni scadenzate (in gergo, “Ndc”, ndr). Però Nuova Delhi sta facendo un gran lavoro sulle rinnovabili, per l’esempio l’energia solare. Non vedo l’ora di incontrare il premier Modi qui a Roma. Possiamo fare ancora meglio».
Vista l’emergenza climatica, il G20 rischia di essere oscurato dalla Cop26?
«Di certo questa è un’opportunità importante per il clima. Perché è una maratona, bisogna fare costanti progressi per tenere in vita l’obiettivo di 1,5 gradi. Non dobbiamo perdere neanche un’occasione».
È vero che lei ora mangia meno carne, come gesto simbolico per limitare le emissioni?
«In generale, mangio di meno (ride, ndr). Il che non fa male all’ambiente».
Intanto, la premier indipendentista scozzese Nicola Sturgeon ha detto che lei è riluttante a incontrarla perché ha un “fragile ego maschile”.
«Ohh.. questa mi è nuova! (ride, ndr). Ma no, mi fa sempre piacere vedere Nicola. E poi darà una mano importante per la riuscita della Cop».
In ambienti diplomatici si sussurra che il suo rapporto con il premier italiano Mario Draghi si sia deteriorato, ultimamente. Teme che questo possa avere conseguenze anche sulla Cop26, visto che Italia e Regno Unito sono co-organizzatori?
«Il mio rapporto con Mario è splendido! Sono voci che non hanno fondamento».
Però Draghi e il presidente francese Macron stanno costruendo un nuovo asse sulla Difesa, con particolare attenzione all’Indo-Pacifico dopo il controverso accordo “Aukus” di Regno Unito e Usa per i sottomarini nucleari all’Australia, in chiave anti-cinese. È preoccupato, visto che si tratta di un’area vitale per la sua “Global Britain”?
«No, affatto. Anzi è molto incoraggiante che gli europei si impegnino sempre di più nell’area per far rispettare le leggi internazionali. È una gran cosa».
La Francia ha fatto la voce grossa nella cosiddetta “guerra della pesca” post Brexit. L’altro giorno ha sequestrato un peschereccio britannico.
«I nostri pescatori sono nella legge, quindi devono continuare il loro lavoro in base alle leggi post Brexit firmate con l’Ue. Ma risponderemo a ogni infrazione dell’accordo. La Francia è uno dei migliori, più antichi e più vicini alleati, amici e partner. Ciò che ci unisce è più forte delle turbolenze attuali. Dirò questo a Emmanuel Macron domani (oggi, ndr). Non credo che il presidente francese sia tra coloro che, da una parte e dall’altra, vogliono dividere i due Paesi».
La battaglia sulla pesca sarà la premessa di una futura guerra commerciale tra Regno Unito e Unione Europea?
«Difficile dirlo. Ma una cosa è certa. Qualora ce ne fosse bisogno, risponderemo in maniera appropriata. Faremo il necessario per difendere gli interessi britannici».
In base a questo principio, siete pronti anche ad attivare la soluzione “nucleare” sull’Irlanda del Nord, come state minacciando? Ossia l’articolo 16 pilastro dell’accordo Brexit con la Ue che lei stesso firmò nel 2019, rischiando così conflitti commerciali o un nuovo possibile confine tra le due Irlande?
«C’è un problema innegabile che va risolto: quel protocollo limita fortemente il commercio e gli scambi tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord (che spacca il Regno Unito, ndr). Non mi pare che le attuali soluzioni sul tavolo risolvano questo problema. Quindi siatene certi: proteggeremo l’integrità territoriale del Regno Unito e il mercato interno britannico».