Tra Draghi e Erdogan un libro e un ciao per superare la crisi
di Tommaso Ciriaco , di Tommaso CiriacoROMA - "Non ci siamo parlati per molto tempo", dice Mario Draghi nel chiuso della saletta della Presidenza italiana del G20. È il rompighiaccio con cui il premier crea un varco nel bilaterale con Recep Tayyip Erdogan. Non c'è calore, né gelo nei colloqui tra Italia e Turchia: temperatura ambiente al chiuso della Nuvola, l'unico approccio possibile dopo quel "dittatore" scagliato dal premier in diretta mondiale, al quale il Presidente turco replicò: "Maleducato e impertinente". Il leader, però, fa qualcosa di più, che spiazza: regala a Draghi un libro. Il suo. Quello che racconta la sua vita. Gesto cortese, di attenzione. Ma anche, chissà, segnale: ecco chi sono, la mia storia.
ROMA - "Non ci siamo parlati per molto tempo", dice Mario Draghi nel chiuso della saletta della Presidenza italiana del G20. È il rompighiaccio con cui il premier crea un varco nel bilaterale con Recep Tayyip Erdogan. Non c'è calore, né gelo nei colloqui tra Italia e Turchia: temperatura ambiente al chiuso della Nuvola, l'unico approccio possibile dopo quel "dittatore" scagliato dal premier in diretta mondiale, al quale il Presidente turco replicò: "Maleducato e impertinente". Il leader, però, fa qualcosa di più, che spiazza: regala a Draghi un libro. Il suo. Quello che racconta la sua vita. Gesto cortese, di attenzione. Ma anche, chissà, segnale: ecco chi sono, la mia storia.
Un passo indietro, poi due avanti. C'è il sole all'ingresso dell'opera di Fuksas. "Ciao", lo saluta il presidente del Consiglio. Erdogan porge la mano, non sa bene che fare, poi la ritrae imbarazzato, infine sfrutta un movimento del polso del collega italiano per agganciare il contatto. Finalmente la stretta. Metà imbarazzo, metà inconveniente della diretta. "Spostiamoci - aggiunge Draghi in inglese, quasi tirandolo a sé - lasciamo che si veda il logo del G20".
Non è il saluto caloroso riservato a Biden, oppure l'abbraccio a Modi. Il premier guarda alle telecamere, il turco lo fissa ancora negli occhi. Non si cancella mai del tutto uno scontro di quella portata, però si costruisce un percorso diplomatico inevitabile, questo sì. Intransigenti sui principi, pragmatici per ricercare il multilateralismo che si professa. Il risultato sono dieci minuti di faccia a faccia senza testimoni. Dopo il bilaterale tra le delegazioni, infatti, i due leader si ritrovano soli nella saletta della Presidenza G20. Nulla di strano, vista la delicatezza del colloquio. Attorno a Erdogan, d'altra parte, tutto si muove con uno standard di attenzione altissimo: è l'unico dei Venti - che si sappia - ad aver portato in delegazione anche un nutrizionista e un cuoco.
Davanti ai rispettivi staff, d'altra parte, il dialogo funziona. Nessun accenno, all'"incidente del dittatore", questa la prima regola d'ingaggio degli sherpa che hanno preparato il colloquio, quello scontro va considerato chiuso con la telefonata tra i due leader di qualche settimana fa. Si discute invece del destino di Tripoli e delle elezioni. Quelle di dicembre rischiano di slittare, anche se Draghi insiste sulla necessità di rispettare la scadenza. Un rinvio, aggiunge, sarebbe nefasto per gli equilibri sul terreno. Il presidente della Turchia è meno netto, si concentra sulla necessità di stabilizzare le varie anime del Paese. Ha meno da perdere da una condizione di instabilità "soft" nel teatro libico. Si dibatte anche di migranti: come arginare il flusso che sembra aumentare, e a che prezzo? Non c'è una ricetta risolutiva, per ora. E poi la crisi afghana, con un occhio all'aeroporto di Kabul: è sotto il controllo turco, ogni evacuazione passa da lì. Quanto al riconoscimento dei talebani, Erdogan sostiene una posizione che colpisce gli italiani: ci sarà soltanto dopo aver verificato il rispetto dei diritti delle donne. L'interscambio commerciale tra Roma e Ankara funziona: +20% rispetto all'era pre-Covid.
Se l'agenda di Draghi è fitta di bilaterali, quella di Erdogan non scherza. Il turco - che oggi vedrà Biden - si ritrova anche con Ursula von der Leyen, a cui negò una sedia e il rispetto durante una visita ufficiale. Stavolta il leader fa sedere la presidente della Commissione, prima di accomodarsi. Accompagna addirittura la sedia, come a chiudere per il sofa-gate. Semmai è von der Leyen a prendersi una soddisfazione, ma con Charles Michel. Fu lui, in quell'incontro della discordia, a non battere ciglio di fronte al gestaccio del turco. Ad accompagnare la politica tedesca, stavolta, c'è il commissario Ue Paolo Gentiloni. E Michel? A Roma, alla Nuvola. Ma fuori dalla porta.