Il Giappone alle urne, il governo consevatore verso la vittoria secondo gli exit poll
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - Da quando sono nati, nel 1955 - con la spinta decisiva della Cia - hanno governato praticamente ininterrottamente. Tranne due piccoli “incidenti di percorso” (nella prima metà degli anni ’90 e tra il 2009 e il 2012) i conservatori hanno dominato il panorama politico giapponese degli ultimi 66 anni. E il Paese. Anche alle elezioni di oggi i conservatori del Partito Liberal democratico (Ldp) si apprestano a vincere. Ma questa volta sarà una vittoria in tono minore. Con qualche sorpresa. E i primi exit poll lo confermano: al partito di governo andrebbero tra i 212 e i 255 seggi (meno dei 276 attuali) e assieme al partito buddhista Komeito la coalizione si dovrebbe attestare tra i 239 e i 288 (inferiore, anche qui, ai 305 della legislatura uscente).
Con qualche sorpresa. E i primi exit poll lo confermano: al partito di governo andrebbero tra i 212 e i 255 seggi (meno dei 276 attuali) e assieme al partito buddhista Komeito la coalizione si dovrebb…
PECHINO - Da quando sono nati, nel 1955 - con la spinta decisiva della Cia - hanno governato praticamente ininterrottamente. Tranne due piccoli “incidenti di percorso” (nella prima metà degli anni ’90 e tra il 2009 e il 2012) i conservatori hanno dominato il panorama politico giapponese degli ultimi 66 anni. E il Paese. Anche alle elezioni di oggi i conservatori del Partito Liberal democratico (Ldp) si apprestano a vincere. Ma questa volta sarà una vittoria in tono minore. Con qualche sorpresa. E i primi exit poll lo confermano: al partito di governo andrebbero tra i 212 e i 255 seggi (meno dei 276 attuali) e assieme al partito buddhista Komeito la coalizione si dovrebbe attestare tra i 239 e i 288 (inferiore, anche qui, ai 305 della legislatura uscente).
Con qualche sorpresa. E i primi exit poll lo confermano: al partito di governo andrebbero tra i 212 e i 255 seggi (meno dei 276 attuali) e assieme al partito buddhista Komeito la coalizione si dovrebbe attestare tra i 239 e i 288 (inferiore, anche qui, ai 305 della legislatura uscente).
Il segreto del successo finora? Un'opposizione frammentata e troppo vasta (ben 9 partiti), un astensionismo marcato che li ha sempre favoriti, la disaffezione alla politica da parte dei più giovani, campagne elettorali brevissime che spesso non danno il tempo agli avversari di organizzarsi, e un sistema elettorale che non ha saputo - e voluto - adeguarsi alle trasformazioni urbane e demografiche del Paese con il risultato che oggi le aree rurali del Sol Levante continuano ad avere più peso di molti distretti urbani delle grandi metropoli.
Da questa mattina fino alle 20 (ora di Tokyo) quasi 106 milioni di giapponesi sono stati chiamati a rinnovare i 465 seggi della Camera bassa, uno dei due rami che compone la Dieta (il Parlamento). Pandemia ed economia i temi dominanti di questa campagna elettorale lampo (appena 12 giorni, la più breve dal Dopoguerra) su cui ha puntato il primo ministro Fumio Kishida, eletto dal Parlamento lo scorso 4 ottobre come nuovo premier dopo aver vinto le primarie interne della Ldp prendendo il posto del dimissionario Yoshihide Suga. Sessantaquattro anni, ex ministro degli Esteri con Shinzo Abe, per Kishida la politica è affare di famiglia visto che il padre e il nonno sono stati deputati. Non popolarissimo, però, stando agli ultimi sondaggi: un gradimento che a inizio mese viaggiava attorno al 50%, uno dei più bassi per un premier appena entrato in carica negli ultimi vent'anni.
Secondo l'ultimo sondaggio del quotidiano Nikkei, soltanto il 78% degli intervistati nella fascia d'età 20-29 anni pensava di andare a votare, contro il 97% in quella 60-69 anni. Una discrepanza generazionale, nel Giappone che invecchia sempre più rapidamente, che favorisce i conservatori al potere.
Anche questa volta il Giappone dovrà fare i conti con l'astensionismo. Alle ultime elezioni nel 2019, quelle per il rinnovo di metà della Camera alta, soltanto il 48,8% degli aventi diritto era andato a votare (alle legislative del 2017 furono il 53,7% e a quelle del 2014 appena il 52,7%). Percentuali basse che, storicamente, hanno sempre permesso alla coalizione conservatrice di restare al potere.
Nel rivolo di sigle e formazioni politiche che di solito a sinistra si disperdono, quest'anno però c'è una novità. Yukio Edano, leader del Partito democratico costituzionale (il principale avversario della Ldp), ha appena stretto un'alleanza con il Partito comunista e altre formazioni minori a sinistra, con accordi per appoggiare candidati comuni in numerosi distretti, proprio per evitare una dispersione di voti e provare a battere i conservatori. A sorpresa, proprio i comunisti (atipici) giapponesi, potrebbero cambiare il corso di queste elezioni. Hanno abbandonato da tempo Marx e Lenin. Per Stalin e Mao, invece, non hanno mai avuto simpatia. Sono il partito politico più vecchio del Giappone (nati nel 1922), ma alla scrivania di un ministero non si sono avvicinati mai. Considerati una minaccia alla sicurezza nazionale - alla stregua dell'Isis e della Corea del Nord - i comunisti giapponesi potrebbero essere l'ago della bilancia di queste elezioni. Comunisti, sì, ma atipici. Radicali nelle politiche non lo sono ormai da molti anni. Con il Pcus sovietico interruppero le relazioni già negli anni '60 e oggi sono i più critici oppositori dei comunisti al governo nella vicina Cina. Ne hanno denunciato gli abusi dei diritti umani (come a Hong Kong e nel Xinjiang) e a luglio, quando Pechino festeggiava i 100 anni del Pcc, sono stati l'unico partito giapponese a non mandare nemmeno lo straccio di un telegramma di congratulazioni. Non sono mai andati oltre il 13% alla camera bassa, è vero, ma hanno una base molto ben organizzata. Quella che potrebbe spingere molti giapponesi a votare per l'opposizione. Questa volta compatta.