La Cina aumenta la sua produzione di carbone: ecco perché
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - Un milione di tonnellate al giorno in più. La fabbrica del mondo non si può fermare e per combattere la crisi energetica che sta vivendo il gigante asiatico si rifugia nel caro, vecchio e sporco carbone. Pechino si è impegnata a non finanziare nuove centrali all’estero, ma dentro le mura di casa non può fare a meno, ancora, di aumentare la propria produzione.
Ieri la Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme ha affermato infatti che quella giornaliera è stata superiore a 11,5 milioni di tonnellate da metà a fine ottobre, circa 1,1 milioni di tonnellate in più rispetto alla fine di settembre. Proprio tra agosto e settembre, per tenere fede agli impegni …
PECHINO - Un milione di tonnellate al giorno in più. La fabbrica del mondo non si può fermare e per combattere la crisi energetica che sta vivendo il gigante asiatico si rifugia nel caro, vecchio e sporco carbone. Pechino si è impegnata a non finanziare nuove centrali all’estero, ma dentro le mura di casa non può fare a meno, ancora, di aumentare la propria produzione.
Ieri la Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme ha affermato infatti che quella giornaliera è stata superiore a 11,5 milioni di tonnellate da metà a fine ottobre, circa 1,1 milioni di tonnellate in più rispetto alla fine di settembre. Proprio tra agosto e settembre, per tenere fede agli impegni presi (picco delle emissioni prima del 2030 e neutralità carbonica entro il 2060) e con i prezzi record dei combustibili - in un momento in cui la domanda di elettricità in Cina è in aumento, con il mondo che lentamente emerge dalla pandemia e la produzione di beni di consumo che cresce - era arrivato l’ordine di rallentare. Difficile: oggi il Dragone è dipendente dal carbone ancora per il 60% del suo mix energetico (e assieme agli altri combustili fossili si arriva all’87%): Pechino ne brucia la metà di tutto quello consumato nel mondo.
La marcia indietro
È successo l’inevitabile: centrali al ralenti, razionamenti dell’energia con relativi blackout nelle città e nelle fabbriche e costi per le aziende a salire. Ecco perché nelle ultime settimane le autorità hanno fatto marcia indietro e ordinato alle miniere di ritornare a spingere, riaprendo anche quelle già chiuse: si continua a bruciare. E poi si avvicina l’inverno: e sarà molto freddo. Una carenza di carbone potrebbe tagliare l’energia che serve alle industrie tra il 10 e il 15% a novembre e dicembre (stima uno studio di Ubs), traducendosi in un rallentamento del 30% dei settori chiave che più consumano, come l’acciaio, i prodotti chimici e la produzione di cemento.
La Cina ha fatto enormi passi avanti negli ultimi anni verso la transizione energetica. Tornare al carbone rischia di rovinare tutto. “Fiumi limpidi e montagne verdeggianti costituiscono un patrimonio inestimabile”, disse Xi due anni fa, primo presidente cinese a fare della questione climatica una “priorità nazionale”. Questione centrale anche per migliorare la propria immagine all’estero (proprio in Cina, a Kunming, si è appena conclusa la Cop15 sulla biodiversità), per imporre i propri valori e pure il proprio vocabolario. Già dal 2012 il concetto di “civilizzazione ecologica” è entrato in Costituzione, preferito a quello di “sviluppo sostenibile” forse giudicato “troppo occidentale”.
Ora tocca a noi inquinare
Pechino non vuole sottrarsi alla lotta, ma chiede tempistiche che rispettino la propria diversità, continuando a punzecchiare gli Stati Uniti per essersi ritirati con Trump dagli Accordi di Parigi e di essere i responsabili, storicamente, del maggior numero di emissioni. Rispetteremo gli impegni che abbiamo preso - questo è il ragionamento - ma voi Paesi avanzati avete avuto la vostra Rivoluzione industriale e avete inquinato il mondo, ora noi - Paesi in via di sviluppo - abbiamo il diritto di perseguire la nostra crescita economica e combattere la povertà. “Responsabilità comuni, ma differenziate” è la frase magica che esemplifica la linea cinese.
Tradotto: nel 2020 (dato del Centre for Research on Energy and Clean Air) la Cina ha costruito centrali a carbone per una potenza pari a più del triplo di quella installata da tutti gli altri Paesi messi assieme. E pure quest’anno le centrali si sono moltiplicate: nei primi 6 mesi il governo ha dato luce verde alla costruzione di 18 altiforni per la produzione di acciaio (Pechino ne produce la metà di quello mondiale) e 43 centrali elettriche a carbone.
In attesa di vedere come andrà la missione di Xie Zhenhua, l’uomo scelto dal presidente per rappresentare la Cina alla Cop26, Xi ha promesso che presto ci saranno piani più dettagliati e nuove misure a sostegno dei settori chiave dell’economia per raggiungere gli obiettivi. Nel frattempo, l’impegno è quello di limitare l’uso del carbone a partire dal 2026, arrivare al 25% dei combustibili non fossili tra dieci anni (e all’80% nel 2060) e aumentare da qui al 2030 la capacità totale dell’energia solare ed eolica a 1.200 gigawatt.