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Anche l'Europa apre la caccia alle terre rare in Africa

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Lavorano nelle miniere a centinaia di metri di profondità, con sistemi di protezioni nemmeno lontanamente paragonabili agli standard occidentali. Spesso utilizzando soltanto pale e picconi, portando via i detriti sulle spalle. Non è raro che vengano impiegati anche bambini, costretti a sottoporsi agli stessi turni degli adulti.

E’ uno dei motivi per cui l’Africa è diventata il nuovo Eldorado delle “terre rare”, i minerali più ricercati del momento, componenti fondamentali nelle tecnologie che ci porteranno oltre la transizione ecologica (rinnovabili, auto elettriche, batterie) e nel nuovo mondo iper-tecnologico (supercomputer, realtà aumentata, reti intelligenti). Senza dimenticare il loro utilizzo negli armamenti più avanzati, che colpiscono bersagli nemici con sonde acustiche, plasma o onde elettromagnetiche, nonché nel settore dove vengono impegnati in alcune cure del cancro.

La possibilità di disporr…

Lavorano nelle miniere a centinaia di metri di profondità, con sistemi di protezioni nemmeno lontanamente paragonabili agli standard occidentali. Spesso utilizzando soltanto pale e picconi, portando via i detriti sulle spalle. Non è raro che vengano impiegati anche bambini, costretti a sottoporsi agli stessi turni degli adulti.

E’ uno dei motivi per cui l’Africa è diventata il nuovo Eldorado delle “terre rare”, i minerali più ricercati del momento, componenti fondamentali nelle tecnologie che ci porteranno oltre la transizione ecologica (rinnovabili, auto elettriche, batterie) e nel nuovo mondo iper-tecnologico (supercomputer, realtà aumentata, reti intelligenti). Senza dimenticare il loro utilizzo negli armamenti più avanzati, che colpiscono bersagli nemici con sonde acustiche, plasma o onde elettromagnetiche, nonché nel settore dove vengono impegnati in alcune cure del cancro.

La possibilità di disporre di centinaia di migliaia di persone a stipendi da fame – come ha raccontato di recente un’inchiesta del Washington Post – ne ha reso più vantaggioso lo sfruttamento economico. Anche se – va detto – la corsa alle terre rare africane ci sarebbe stata lo stesso. Perché i 15 elementi che passano sotto questa dizione (dal lantanio al lutezio, dallo scandio al neodimio) sono centrali per qualsiasi Paese o multinazionale che voglia essere al centro del potere nei prossimi decenni. Per fare un esempio: in qualunque pala eolica sono presenti magneti composti da una lega di neodimio, ferro e boro.  

Ma è anche una questione di supremazia geopolitica, non solo tecnologica. L’Africa è una valida alternativa allo strapotere della Cina, di gran lunga il primo produttore a livello mondiale di terre rare, con il 90% del totale prodotto. Anche se - nel suo sottosuolo – ne possiede molto di meno, non più del 35%. Perché, in realtà, rari non lo sono per nulla, essendo molto diffusi in tutta la crosta terrestre, molto più di rame e nichel, per citare due elementi molto conosciuti. 

Il problema è estrarli, perché sono sempre mescolati assieme ad altri minerali e le pratiche sono molto impattanti a livello ambientale, per la CO2 e le scorie – anche radioattive - prodotte durante la lavorazione, per la quale vengono usati acidi e solventi in quantità.

Ecco perché l’Africa, dove in molti paesi non esistono leggi per la protezione dell’ambiente e se anche ci sono i controlli sono inesistenti. Fatte le proporzioni è un po’ quello che avviene anche in Cina, dove la legislazione è meno severa che in Occidente. Inoltre, il processo di raffinazione e purificazione dei minerali necessità di tecnologie i cui brevetti sono per lo più in mano alle aziende di Pechino, che li hanno sviluppati a partire dagli anni Ottanta.

Secondo dati citati dalla rivista online Startmag, entro il 2021 la Cina avrà rilasciato più brevetti di tutti di tutti gli altri paesi messi insieme. 

Ma nonostante la supremazia, la fame di materie prime per sostenere la crescita industriale ha portato la Cina a cercare terre rare anche altrove. E’ così venuto naturale l’approdo in Africa, continente dove il governo di Pechino negli ultimi 15 anni ha stretto accordi con diversi paesi per lo sfruttamento minerario. Società cinesi estraggono e lavorano terre rare in Madagascar – dove sono presenti nelle maggiori quantità – Mozambico, Congo e Malawi.

Una sorta di colonizzazione 2.0 che non è passata inosservata alle altre grandi superpotenze. Stati Uniti e Russia – in una sorta di riedizione di guerra fredda commerciale - hanno a loro volta stretto rapporti con i governi dei paesi più ricchi nel sottosuolo.

Persino l’Unione Europea – che importa il 98% del suo fabbisogno - che finora non si è caratterizzata per politiche aggressive nei confronti dell’Africa ha però allacciato i primi rapporti commerciali, avendo avviato politiche volte a differenziare le sue forniture. Con una differenza sostanziale: così come avvenuto per le forniture di gas naturale che il colosso Gazprom ha generosamente concesso a Pechino alla Cina, anche in Africa Mosca e Pechino evitano di farsi troppa concorrenza. Con gli Stati Uniti costretti a inseguire per colmare il distacco: perché bisogna ricordare che nel 2020, la Cina ha prodotto 140 mila tonnellate di terre rare e gli Usa 38 mila.

Oltre agli interessi geopolitici, i giacimenti africani fanno ovviamente gola anche alle società private, a partire dai colossi attivi nel settore delle materie prime. Attraverso concessioni o partenariati con società locali, miniere sono attive in anche Gabon, Namibia, Uganda, Angola.  

Del resto, non ci sono solo ragioni geopolitiche che spingono le superpotenze a contrastare l’espansione cinese in Africa. Pechino è sempre meno propensa a esportare una quota di terre rare, per la crescente domanda delle sue industrie tecnologiche. In particolare, è entrata nel vivo la corsa alla supremazia per i veicoli elettrici: la Cina, per esempio, ha la leadership nel settore degli autobus che vende in tutto il mondo. E, in passato, è anche successo che abbia usato le “terre rare” come arma politica: è accaduto nel 2010, quando la Cina ha bloccato le esportazioni verso il Giappone come ritorsione per l’arresto del capitano di una nave sorpresa lungo le coste delle isole Senkaku, nel Mar Cinese meridionale. Ufficialmente fanno parte del Giappone, ma sono rivendicate da Pechino. Il blocco delle spedizioni ha mandato in crisi, per qualche settimana l’industria automobilistica nipponica, tanto che il governo di Tokyo ha poi varato una politica per differenziare gli acquisti di terre rare, dimezzando la quota in arrivo dalla Cina. Lo stesso ha fatto anche la Russia, con il Cremlino che ha varato un piano da 1,5 miliardi di dollari per lo sfruttamento dei minerali che si trovano sul suo sottosuolo, considerando che si tratta comunque il quinto paese al mondo per produzione e riserve stimate.