"La libertà è nell'hijab", bufera in Francia su una pubblicità del Consiglio d'Europa contro le discriminazioni
dalla nostra corrispondente Anais Ginori , dalla nostra corrispondente Anais GinoriPARIGI - “Beauty is in diversity as freedom is in hijab". La foto di una donna con il copricapo islamico accompagnata da questa frase ("La bellezza è nella diversità come la libertà è nell'hijab") ha scatenato l'ennesima battaglia del velo in Francia. L'immagine era parte di una campagna lanciata sui social all'interno del programma di inclusione e antidiscriminazione del Consiglio d'Europa. I ritratti di giovani donne musulmane, velate solo su metà dell'immagine, dovevano portare un messaggio di apertura culturale e sociale, ma non nel paese che da ormai vent'anni si divide su questo pezzo di stoffa, spesso descritto come simbolo di oppressione religiosa. La prima legge francese per vietare nelle scuole i simboli religiosi, in particolare l'hijab, risale al 2004. Allora era al governo il premier di destra Jean-Pierre Raffarin, ma gran parte dei socialisti votò in favore. Da allora nessun go…
PARIGI - “Beauty is in diversity as freedom is in hijab". La foto di una donna con il copricapo islamico accompagnata da questa frase ("La bellezza è nella diversità come la libertà è nell'hijab") ha scatenato l'ennesima battaglia del velo in Francia. L'immagine era parte di una campagna lanciata sui social all'interno del programma di inclusione e antidiscriminazione del Consiglio d'Europa. I ritratti di giovani donne musulmane, velate solo su metà dell'immagine, dovevano portare un messaggio di apertura culturale e sociale, ma non nel paese che da ormai vent'anni si divide su questo pezzo di stoffa, spesso descritto come simbolo di oppressione religiosa. La prima legge francese per vietare nelle scuole i simboli religiosi, in particolare l'hijab, risale al 2004. Allora era al governo il premier di destra Jean-Pierre Raffarin, ma gran parte dei socialisti votò in favore. Da allora nessun governo ha modificato la normativa, che s'inserisce sulla legge sulla laicità dello Stato votata nel 1905. Anzi da tempo si discute di nuove restrizioni sul velo, per esempio tra le studentesse all'università.
Con la campagna per le presidenziali già in corso (si vota ad aprile), e un'estrema destra sempre più forte data la nuova popolarità del quasi-candidato Eric Zemmour, la campagna del Consiglio d'Europa non è passata inosservata. "L'Islam è il nemico della libertà. Questa campagna è il nemico della verità" ha commentato Zemmour, denunciando una "jihad pubblicitaria". Inevitabile l'attacco di Marine Le Pen: "Questa comunicazione europea a favore del velo islamico è scandalosa e indecente, mentre milioni di donne lottano coraggiosamente contro questa sottomissione", ha sottolineato la candidata del Rassemblement National. Critiche anche dalla destra più moderata, dove la candidata all'investitura dei Républicains Valérie Pécresse ha ribadito la sua visione negativa dell'hijab: "Non è un simbolo di libertà, ma di sottomissione”, sostiene la presidente della regione Île-de-France. L'ex commissario Ue Michel Barnier, anche lui in corsa per l'Eliseo, parla di iniziativa “assolutamente inappropriata". "Mi sarebbe piaciuto - ha detto Barnier - che le persone che hanno fatto questa brutta campagna andassero a intervistare le donne di Kabul che stanno lottando proprio per non indossare questo velo. Il velo non è uno strumento di libertà per le donne, è il contrario".
Contro l'iniziativa dell'organismo Ue guidato dalla croata Marija Pejcinovic Buricsi si è mosso anche il governo, attraverso una dichiarazione della segretaria di Stato per la gioventù, Sarah El Haïry: “Esprimo la mia forte disapprovazione”. Travolto dalle polemiche l'organismo che controlla i diritti umani nel continente è stato costretto a ritirare la campagna sui social. "I tweet sono stati cancellati e rifletteremo su una migliore presentazione del progetto", spiega l'organismo con sede a Strasburgo. Secondo un portavoce del Consiglio la diffusione dei ritratti di donne velate aveva come obiettivo di “sensibilizzare sulla necessità di rispettare la diversità, l'inclusione e di combattere tutti i tipi di discorsi di odio". Le frasi inserite nelle immagini, come quella sulla libertà nell'hijab, riflettevano dichiarazioni individuali fatte dai partecipanti a uno dei workshop del progetto. “Non rappresentano la posizione del Consiglio d'Europa o del segretario generale", ha precisato un portavoce.