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Libia, parte la corsa al voto. La ministra filo-Haftar nel mirino

(afp)
Il Consiglio sospende Al Mangoush, prima donna agli Esteri accusata di fare il gioco del generale della Cirenaica. Ma il premier respinge l’ordine. Da oggi si aprono le candidature a presidenziali e parlamentari. Crescono le tensioni tra i rivali
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Lo scontro politico in Libia sta entrando in una fase di fibrillazione generalizzata. E questo per un solo motivo: si avvicina la data delle presidenziali fissate al 24 dicembre e, fra mille contraddizioni, tutti si preparano a una battaglia inedita e decisiva per il Paese.

È in questo contesto che va letta l'ultima "fiammata" nel confronto che da settimane va avanti fra governo e Consiglio presidenziale. Il Consiglio presidenziale, ossia la presidenza della Repubblica condivisa tra un presidente e due vice, ha sospeso dal suo incarico la ministra degli Esteri Najla al-Mangoush, vietandole di lasciare la Libia. La mossa ieri mattina è stata contrastata dal capo del governo, il primo ministro Abdelhamid Dbeibah.

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Lo scontro politico in Libia sta entrando in una fase di fibrillazione generalizzata. E questo per un solo motivo: si avvicina la data delle presidenziali fissate al 24 dicembre e, fra mille contraddizioni, tutti si preparano a una battaglia inedita e decisiva per il Paese.

È in questo contesto che va letta l'ultima "fiammata" nel confronto che da settimane va avanti fra governo e Consiglio presidenziale. Il Consiglio presidenziale, ossia la presidenza della Repubblica condivisa tra un presidente e due vice, ha sospeso dal suo incarico la ministra degli Esteri Najla al-Mangoush, vietandole di lasciare la Libia. La mossa ieri mattina è stata contrastata dal capo del governo, il primo ministro Abdelhamid Dbeibah.

Dopo aver lasciato la Libia per lavorare come docente universitaria negli Stati Uniti, Mangoush aveva preso posizione a favore del generale Khalifa Haftar quando aveva iniziato a combattere nell'Est del Paese contro i militanti islamici responsabili di decine di assassinii.

Era poi stata attaccata dalle milizie filo-turche dopo aver chiesto il "ritiro di tutti i mercenari". Di recente sui media libici erano apparsi suoi interventi video passati diffusi con l'intento di screditarla e di farla apparire troppo allineata ad Haftar.

Non solo. Aveva fatto discutere un'intervista a Bbc dove si esprimeva a favore dell'estradizione dell'attentatore di Lockerbie. Il Consiglio l'aveva perciò accusata di avere una linea politica contraria agli interessi del Paese. L'attacco aveva però un altro obiettivo: indebolire il ruolo di Dbeibah che proprio oggi potrebbe annunciare la sua candidatura alla presidenza.

Il premier deve il suo incarico a un accordo raggiunto in febbraio durante una conferenza Onu a Ginevra che prevedeva che nessuno degli attuali ministri libici (e quindi neppure il premier) potesse candidarsi. Ma la confusa legge elettorale ancora in fase di elaborazione tra il Parlamento di Tobruk e l'Alto Consiglio di Stato di Tripoli potrebbe lasciar spazio alla candidatura di Dbeibah. Che infatti ha utilizzato questi mesi alla guida del governo per lanciare una campagna "populista", rivolta proprio ad acquisire consenso fra una popolazione libica stremata da 10 anni di caos e guerra civile.

Oggi la Commissione elettorale, organismo indipendente sostenuto dall'Onu, aprirà i termini per le candidature alle presidenziali e successive parlamentari. Le prime verranno accettate fino al 22 novembre, mentre le seconde fino al 7 dicembre.

Tra i candidati alla presidenza della Libia, oltre a Dbeibah se confermerà la sua candidatura, ci dovrebbe essere il generale Khalifa Haftar che nei giorni scorsi ha mandato suo figlio Saddam in Israele. Secondo i giornali israeliani, il figlio del generale avrebbe proposto a Israele il riconoscimento una volta che il padre venisse eletto in cambio di appoggio politico.

Altro candidato di livello, che in questi mesi ha girato Paesi europei e arabi per raccogliere sostegno, è l'ex ministro dell'Interno Fathi Bashaga. Si candiderà anche Ahmed Maitig, ex vicepresidente con Fayez Al-Serraj, apprezzato dagli americani ma anche dall'Italia.

La candidatura più "misteriosa" rimane quella di Saif el -Islam, il figlio di Muhammar Gheddafi, il colonnello che guidò la Libia per 41 anni e venne ucciso dai ribelli il 20 ottobre del 2011 a Sirte. In agosto in un'intervista al New York Times, Saif aveva lanciato vari segnali politici, fra cui quello che potrebbe vederlo come candidato. Il sostegno degli ex gheddafiani, ma soprattutto di molte tribù fedeli agli Qaddadfa, non rende irrealistico un suo ruolo politico. Da oggi la ruota della giostra politica in Libia riprenderà a girare ancora più veloce.