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(afp)

Sudan, gas lacrimogeni contro gli insegnanti: 113 arrestati e almeno un morto nella protesta anti-golpisti

La società civile scende in piazza per dire no all'accordo con il nuovo regime
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La svolta in Sudan, a poco meno di due settimane dal colpo di Stato del 25 ottobre, per un nuovo governo a duplice guida, militare e civile, non piace alla Sudanese professionals association, componente delle “Forze del cambiamento e della libertà”, che ha ripreso a manifestare nella capitale Khartoum. La polizia per disperdere la folla ha sparato oggi gas lacrimogeni per fermare un corteo, per lo più composto da insegnanti, diretto al quartier generale della Difesa. La repressione delle proteste seguite al golpo ha causato finora almeno 16 morti e 300 feriti. Secondo la Spa, 113 insegnanti sono stati arrestati durante la dimostrazione pacifica per protestare contro la sostituzione dei capi di dipartimento del ministero dell'Istruzione con funzionari nominati dai militari. E ci sarebbe almeno un morto e un disperso, oltre a 15 feriti.

La svolta in Sudan, a poco meno di due settimane dal colpo di Stato del 25 ottobre, per un nuovo governo a duplice guida, militare e civile, non piace alla Sudanese professionals association, componente delle “Forze del cambiamento e della libertà”, che ha ripreso a manifestare nella capitale Khartoum. La polizia per disperdere la folla ha sparato oggi gas lacrimogeni per fermare un corteo, per lo più composto da insegnanti, diretto al quartier generale della Difesa. La repressione delle proteste seguite al golpo ha causato finora almeno 16 morti e 300 feriti. Secondo la Spa, 113 insegnanti sono stati arrestati durante la dimostrazione pacifica per protestare contro la sostituzione dei capi di dipartimento del ministero dell'Istruzione con funzionari nominati dai militari. E ci sarebbe almeno un morto e un disperso, oltre a 15 feriti.

Intanto, mentre il malcontento generale delle piazze non si placa, il presidente del Consiglio sovrano, il generale Abdel Fattah al Burhan, che si dice pronto ad accogliere la mediazione per un nuovo accordo sulla transizione del paese, ha ribadito la volontà di garantire elezioni libere nel luglio del 2023. L’annuncio arriva una settimana dopo che i militari hanno disperso con la forza le manifestazioni fuori dal quartier generale dell’esercito di Khartoum che invitavano i generali a farsi da parte e ripristinare il governo civile guidato dal premier deposto e arrestato, Abdalla Hamdok. Quest’ultimo, grazie alle pressioni internazionali, sarebbe pronto ad assumere nuovamente l’incarico ma solo a condizione di poter scegliere i nomi del nuovo esecutivo composto da tecnocrati. La componente civile che sosteneva il suo governo non intende però appoggiare una transizione che veda ancora il coinvolgimento di militari e ha annunciato due giorni di sciopero generale, la ripresa della disobbedienza civile e presto convocherà nuove manifestazioni di piazza.

“Riteniamo la giunta militare responsabile della sicurezza dei manifestanti, sarà responsabile di ogni goccia di sangue versata” affermano in una nota i leader della Spa denunciando la nuova escalation di violenze nei confronti di chi protesta. 

L’esercito nel 2019 aveva deposto il presidente Omar al Bashir  l’11 aprile dopo mesi di proteste. Dopo una prima fase di gestione comune della transizione, i vertici del Consiglio sovrano hanno accusato Hamdok di non essere in grado di guidare il Paese, che le riforme in Sudan procedevano troppo a rilento e che l’impasse creata dalla spaccatura nella controparte civile impediva di proseguire la transizione e hanno chiesto la sostituzione del governo. E così, a fronte dell’approssimarsi del cambio alla guida del processo di transizione, che secondo l’accordo costituzionale del 2019, confermato nel 2020 con un’intesa a Juba, doveva avvenire a metà novembre, è maturato il golpe che ha assunto da subito i contorni di una presa di potere dei militari per non cederlo ai civili.