Nel deserto spunta una portaerei americana. Non è un miraggio, ma un bersaglio con cui le forze di Pechino si allenano a colpire la Us Navy
di Gianluca Di Feo , di Gianluca Di FeoUna portaerei che si staglia in mezzo al deserto. Come un miraggio, la sagoma di una nave lunga oltre trecento metri è emersa dalle sabbie di una delle lande più sperdute del pianeta: il Taklamakan, mille chilometri di vuoto nel cuore dell’Asia Centrale. E poco lontano, a rendere ancora più surreale la scena, dalle dune sono spuntati due incrociatori: dall’alto sono visibili persino le torrette dei cannoni e i lanciatori dei missili.
Le immagini riprese dai satelliti che scrutano la parte più inaccessibile della Cina hanno destato sorpresa. Ma lo stupore per quella flotta nel deserto è durato poco, perché gli analisti del Pentagono hanno capito perfettamente di cosa si tratta: un poligono realizzato dalle forze armate di Pechino per addestrarsi a colpire la Us Navy.
Una portaerei che si staglia in mezzo al deserto. Come un miraggio, la sagoma di una nave lunga oltre trecento metri è emersa dalle sabbie di una delle lande più sperdute del pianeta: il Taklamakan, mille chilometri di vuoto nel cuore dell’Asia Centrale. E poco lontano, a rendere ancora più surreale la scena, dalle dune sono spuntati due incrociatori: dall’alto sono visibili persino le torrette dei cannoni e i lanciatori dei missili.
Le immagini riprese dai satelliti che scrutano la parte più inaccessibile della Cina hanno destato sorpresa. Ma lo stupore per quella flotta nel deserto è durato poco, perché gli analisti del Pentagono hanno capito perfettamente di cosa si tratta: un poligono realizzato dalle forze armate di Pechino per addestrarsi a colpire la Us Navy.
Il primo profilo tracciato nella sabbia è quello della portaerei nucleare Gerald Ford, la nuova ammiraglia americana costata tredici miliardi di dollari e destinata a schierare nelle acque turbolente del Pacifico uno stormo con settantacinque jet da combattimento. Le altre sagome sono quelle di due caccia della classe Arleigh Burke, le più diffuse navi da battaglia statunitensi.
Sono giganteschi bersagli, quasi sicuramente costruiti per sperimentare una delle armi più particolari dell’arsenale di Pechino: un missile balistico a lunghissimo raggio concepito per abbattere le pedine chiave di Washington nella sfida del Pacifico. Il DF-21D è un ordigno che non si può intercettare: piomba sull’obiettivo a una velocità pari a dieci volte quella del suono, con un profilo di volo che copre 1.500 chilometri ad altezze stratosferiche. Nei sogni dei generali cinesi questo sistema dovrebbe mettere fuori gioco la Us Navy in pochi minuti di combattimento, garantendo la supremazia nei mari dell’Asia. O quantomeno, fare da deterrente, convincendo la Casa Bianca a non avventurarsi nelle acque contese tra Taiwan e Giappone.
Il super-missile viene accreditato con una precisione di dieci metri, tale da devastare le navi avversarie senza ricorrere a testate nucleari. Ma una cosa è colpire bersagli immobili arenati tra le dune, altro è centrare una portaerei che naviga tra le onde, cambiando traiettoria a cinquanta chilometri orari. Gli ingegneri cinesi per questo stanno progettando sensori che permettano di correggere la traiettoria finale dell’assalto. Sui risultati raggiunti finora, però, gli analisti occidentali mostrano grande perplessità.
Il poligono è l’ennesima prova del livello di tensione raggiunto in Asia, dove il confronto tra Cina e Stati Uniti ormai si avvicina pericolosamente a un punto di non ritorno. Nelle sfide quasi quotidiane tra navi e aerei delle due potenze il rischio che un incidente provochi un’escalation è sempre più alto.
Non a caso, un altro Paese già da tempo ha messo in campo una finta-portaerei per testare gli attacchi contro la Us Navy. Si tratta dell’Iran, che è andata oltre il piatto simulacro cinese: Teheran ha costruito un modello in legno identico nelle dimensioni alle navi vere, con tanto di modelli di jet allineati sul ponte. Poi l’ha rimorchiato nel Golfo Persico, come bersaglio per le esercitazioni dei suoi barchini d’assalto e dei suoi missili a corto raggio. Manovre più utili per i filmati di propaganda che non per accertare le capacità reali: affrontare una portaerei implicherebbe fare i conti con la sua scorta, in grado di neutralizzare i nemici a centinaia di chilometri di distanza. Certo, gli spazi nello Stretto di Hormuz, crocevia delle rotte del petrolio, sono molto ridotti e questo potrebbe offrire una chance ai motoscafi dei pasdaran. Tante incognite, in un mondo dove le ragioni della forza sembrano imporsi sulle speranze della diplomazia.