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Greenpeace: "I risultati raggiunti non sono abbastanza: dobbiamo fare di più per il clima"

La protesta degli attivisti di Greenpeace contro i cambiamenti climatici (afp)
Jennifer Morgan, direttrice dell'ong leader mondiale per la tutela ambientale: "Ci sono Paesi che lavorano contro un accordo. Le ultime ore possono essere decisive"
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"Non è un piano per risolvere la crisi climatica, è un accordo in cui tutti incrociamo le dita e speriamo per il meglio. Non è abbastanza e i negoziatori non dovrebbero nemmeno pensare di lasciare Glasgow finché non avranno concordato un testo soddisfacente rispetto alla crisi che stiamo vivendo. Perché questo non lo è". Jennifer Morgan direttrice di Greenpeace International boccia la prima stesura dell'accordo di Cop26. Ma sa bene, per aver partecipato come attivista a decine di Conferenze Onu sul clima, che le ultime ore possono essere decisive.

Chi sono le nazioni che lavorano contro un accordo vero?

"Certamente l'Arabia Saudita e l'Australia. Nel testo che è stato fatto circolare c'è la richiesta di accelerare la dismissione del carbone e la fine dei sussidi a tutti combustibili fossili, ma certamente Canberra e Riad lavoreranno nelle prossime ore per smantellare quel passaggio. I sauditi ci a…

"Non è un piano per risolvere la crisi climatica, è un accordo in cui tutti incrociamo le dita e speriamo per il meglio. Non è abbastanza e i negoziatori non dovrebbero nemmeno pensare di lasciare Glasgow finché non avranno concordato un testo soddisfacente rispetto alla crisi che stiamo vivendo. Perché questo non lo è". Jennifer Morgan direttrice di Greenpeace International boccia la prima stesura dell'accordo di Cop26. Ma sa bene, per aver partecipato come attivista a decine di Conferenze Onu sul clima, che le ultime ore possono essere decisive.

Chi sono le nazioni che lavorano contro un accordo vero?

"Certamente l'Arabia Saudita e l'Australia. Nel testo che è stato fatto circolare c'è la richiesta di accelerare la dismissione del carbone e la fine dei sussidi a tutti combustibili fossili, ma certamente Canberra e Riad lavoreranno nelle prossime ore per smantellare quel passaggio. I sauditi ci avevano già provato venerdì, provocando lo stallo delle trattative e l'ira dei Paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici. C'è il Brasile, che sta cercando di indebolire il testo sul mercato del carbonio. La stessa cosa sta facendo l'Australia sul carbon offset, la riduzione delle emissioni di anidride carbonica o altri gas serra effettuata per compensare le emissioni prodotte altrove. Infine, anche se è un discorso un po' diverso, si sente la mancanza della leadership americana sugli aspetti finanziari dell'accordo, il che ha prodotto un pericoloso deficit di fiducia tra il Nord e il Sud del mondo. Se Stati Uniti e Paesi ricchi non manterranno le promesse fatte a quelli in via di sviluppo, a partire dai 100 miliardi di dollari l'anno, sarà davvero difficile che da Cop26 esca un buon accordo".

 

 

Ma la sfida "mantenete le promesse o faremo fallire Cop26" non rischia di fare il gioco proprio di chi auspica un nulla di fatto?

"Se sei un Paese povero e stai soffrendo per il Covid, e non hai ricevuto molto aiuto per la pandemia, se non hai i vaccini e la tua economia è in ginocchio, e se alla fine a tutto questo si aggiunge l'emergenza climatica con le sue conseguenze catastrofiche, beh vuol dire che ti trovi in una situazione quasi disperata e hai tutto il diritto di venire qui a dire: stiamo morendo e abbiamo bisogno del supporto che ci avete promesso. Penso che la loro minaccia di far fallire Cop26 sia assolutamente legittima e molto diversa dall'atteggiamento di Paesi come l'Arabia Saudita che intende proseguire su un cammino fatto di combustibili fossili, il che significa far diventare la vita dei poveri del mondo persino peggiore di quella che è".

Non ha citato Cina e India. Le loro promesse di decarbonizzazione, rispettivamente nel 2060 e nel 2070, non sono troppo poco?

"Ogni Paesi dovrebbe fare di più. Tuttavia l'India la settimana scorsa ha preso nuovi impegni sulle energie rinnovabili. E considero un passo avanti anche il suo annuncio sulla carbon neutrality per il 2070. Lo stesso discorso vale per la Cina, che sono sicura prenderà misure aggiuntive oltre quelle annunciate. La speranza, nell'immediato, è che i due giganti asiatici siano propositivi nelle trattative di queste ore decisive".

 

L'altro giorno qui a Glasgow si è parlato di donne e clima. Ma se è vero che sempre più ragazze guidano le proteste, i leader politici che poi prendono le decisioni sono per la maggior parte uomini. Assisteremmo a una Cop26 diversa se i negoziati fossero al femminile?

"Ne sono sicura: se i leader delle nazioni fossero in maggioranza donne l'esito della Cop sarebbe completamente diverso. Ci sono qui donne fantastiche, attiviste certo, ma anche membri delle delegazioni che fanno un grande lavoro. D'altra parte abbiamo visto cosa ha prodotto la leadership femminile nella Cop21 del 2015 a Parigi (la padrona di casa era l'allora ministra dell'Ambiente francese Ségolène Royal, ndr): fu un successo. Abbiamo bisogno di più donne nelle stanze del potere e nei negoziati di questo tipo".

Anche lei si unisce al coro di chi parla di fallimento imminente per Cop26?

"E' presto per dirlo, può ancora succedere di tutto. Certamente gli ultimi rapporti scientifici pubblicati ci mostrano come si stia allargando il divario tra l'obiettivo degli 1,5 gradi e le misure concordate finora. E' una constatazione molto, molto allarmante. Spero che le nazioni facciano tutto il possibile in queste ultime ore per colmare il quel divario".

Il testo finale cosa dovrà contenere perché lei e Greenpeace lo possiate considerare un successo?

"Ci piacerebbe vedere sancita nero su bianco l'uscita dai combustibili fossili, un segnale inequivocabile che petrolio, carbone e gas non possono essere considerati parte del nostro futuro. Ci piacerebbe vedere scritto il riconoscimento della grande distanza che ci separa da 1,5 gradi e un piano serio per raggiungere quell'obiettivo. Ci piacerebbe vedere scritti impegni finanziari credibili da parte dei Paesi ricchi, soprattutto sull'adattamento e sul loss and damage dei Paesi in via di sviluppo. E naturalmente un regolamento che permetta di verificare il mantenimento di tutte le promesse".