Esteri

Cop26, Usa moderatamente soddisfatti: "Tutti scontenti, ma è una dichiarazione potente"

A Glasgow l'inviato americano per il clima John Kerry ha mediato fino all'ultimo e vede il bicchiere mezzo pieno, nonostante la frenata imposta dall'India sul carbone
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NEW YORK. Un compromesso imperfetto ma potente. Ecco come gli americani giudicano l'accordo faticosamente raggiunto a Glasgow nell'ambito della Cop26 per accelerare la lotta ai cambiamenti climatici, dove fino all'ultimo si è limitato il linguaggio del documento conclusivo. Lo ha chiarito l'inviato speciale per il clima John Kerry ancor prima del voto finale, citando un vecchio detto reso famoso da Voltaire: "Il meglio è nemico del bene. Sì, lo sappiamo che la perfezione è nemica del buono. Ma in tal senso l'accordo è buono. È una dichiarazione potente". Quello appena concluso, ha detto, "è il frutto di un buon negoziato che lascia tutte le parti scontente. Ma per raggiungere l'obiettivo condiviso di mantenere la temperatura della Terra al livello indicato dagli scienziati, non c'era altro modo che mediare fra le diverse posizioni".

E lui lo ha fatto fino all'ultimo, cercando un linguaggio accettabile per tutti pur di stabilire nuove regole per il carbon fossile. Forte di quell'accordo raggiunto con Pechino tre giorni fa, che ha sorpreso un po' tutti. Sì, il patto fra i due maggiori inquinatori del mondo, con gli americani responsabili del 24,6 delle emissioni globali e i cinesi del 13,9 come ricordava ieri il New York Times. Insieme hanno ribadito la volontà di rispettare gli accordi di Parigi e cooperare a nuove regole. Con il Dragone impegnatosi per la prima volta a sviluppare un piano per ridurre il metano anche se non ha specificato tempi e limiti. "Il problema è così grande che ci ha spinto a superare conflitti e competizione pur di trovare la via giusta da seguire", aveva detto allora il solito Kerry che ieri lo ha ribadito fino all'ultimo: "I delegati hanno fatto un lavoro importantissimo e sono stati capaci di tirar fuori una dichiarazione potente".  Sottolineando che gli impegni presi rappresentano una importante responsabilità, certo, ma anche, riprendendo una definizione del presidente Joe Biden, un'opportunità: "Fare scelte che influiscono sull'intero Pianeta è un privilegio. Ci siamo uniti per le generazioni future".

Gli americani, insomma, sono soddisfatti: "Lieti che ci sia stato un aumento delle ambizioni e che tutti siano stati parte del processo", ha insistito l'inviato speciale. Già. Ma a prescindere dai risultati, non si può non notare come pure all'interno del partito democratico, l'impegno americano venga comunque guidicato diversamente. Lo dimostrano le parole della speaker della Camera Nancy Pelosi, en diverse da quelle della deputata "socialista" di New York Alexandria Ocasio-Cortez (la madrina del Green New Deal, fra le poche ad aver votato contro il piano infrastrutture di Biden perché contestualmente non è stato portato al voto in Senato anche il pacchetto sulle "infrastrutture umane" Build Back Better che contiene anche il piano da 555 miliardi di dollari sull'ambiente) pure se entrambe sono approdate a Glasgow con la stessa delegazione.

Pelosi si è detta ottimista, riaffermando quanto il presidente Biden sia "pronto a raccogliere la sfida del momento", tanto più dopo aver presentato il suo piano per tagliare le emissioni di metano del 50 per cento entro il 2030: "L'America è tornata a guidare la lotta alla crisi climatica" ha dunque ribadito, rilanciandone le parole. Aoc, come qui tutti chiamano la giovane deputata di New York, non la pensa così: "Non abbiamo ancora recuperato la nostra autorità morale. Stiamo facendo dei passi, certo. Ma dobbiamo andare oltre i buoni propositi, per ottenere il rispetto internazionale. Per considerarci davvero leader nella lotta ai cambiamenti climatici dobbiamo prima ridurre davvero le emissioni".