Un video indigna la Cina: la padrona in quarantena anti-Covid, il cane ucciso a bastonate dagli addetti alla prevenzione delle epidemie
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - Lo hanno colpito sulla testa, più volte, con una sbarra di ferro. E’ morto così il cane della signora Fu: ucciso da due “operatori per la prevenzione delle epidemie”, bardati nelle loro tute bianche protettive entrati nell’appartamento per ispezionare e sanificare la casa dal Covid. A denunciarlo è stata lei stessa con un video (grazie alle telecamere dentro casa) e un post pubblicati su Weibo - il Twitter cinese - il 12 novembre, che in pochi giorni ha sollevato un’ondata di indignazione in tutta la Cina.
Un caso di Covid e i residenti del complesso Golden Phoenix Garden, nel distretto di Xinzhou nella città di Shangrao (provincia del Jiangxi) sono stati spediti in hotel a fare la quarantena centralizzata. Come tutti i suoi vicini di casa, anche la signora Fu non si è potuta sottrarre. Le avevano detto, però, che il suo cane non poteva stare con lei. E così lei lo aveva lasciato a casa. Quando &…
PECHINO - Lo hanno colpito sulla testa, più volte, con una sbarra di ferro. E’ morto così il cane della signora Fu: ucciso da due “operatori per la prevenzione delle epidemie”, bardati nelle loro tute bianche protettive entrati nell’appartamento per ispezionare e sanificare la casa dal Covid. A denunciarlo è stata lei stessa con un video (grazie alle telecamere dentro casa) e un post pubblicati su Weibo - il Twitter cinese - il 12 novembre, che in pochi giorni ha sollevato un’ondata di indignazione in tutta la Cina.
Un caso di Covid e i residenti del complesso Golden Phoenix Garden, nel distretto di Xinzhou nella città di Shangrao (provincia del Jiangxi) sono stati spediti in hotel a fare la quarantena centralizzata. Come tutti i suoi vicini di casa, anche la signora Fu non si è potuta sottrarre. Le avevano detto, però, che il suo cane non poteva stare con lei. E così lei lo aveva lasciato a casa. Quando è finalmente potuta rientrare nel proprio appartamento, la scoperta.
A indignare gli utenti del social - il post è già stato visualizzato oltre 200 milioni di volte - è stata pure la risposta delle autorità. Che hanno sì affermato che i due responsabili sono stati immediatamente licenziati. Aggiungendo, però, che il cane era stato trattato in modo “innocuo”. Basta guardare il video per rendersi conto del contrario. Le autorità hanno giustificato l’ingresso a casa della signora dicendo che a tutti i residenti era stato ordinato di lasciare le porte aperte, per procedere alla disinfezione. Quella dell’appartamento della signora Fu era però chiusa e così con l’aiuto della polizia sono entrati.
“Sono senza parole”, scrive un utente del social. “A questo cane non era stato nemmeno diagnosticato il Covid. Tuttavia, lo hanno picchiato fino a farlo morire. Come potete essere così crudeli?”. “Quanti altri cani sono stati uccisi in questo modo?”, si chiede invece un altro utente.
Di animali uccisi in questi mesi le cronache sono piene. A settembre tre gatti, positivi al virus, sono stati abbattuti nella città di Harbin, nella provincia dello Heilongjiang. Lo scorso mese la stessa sorte era toccata ad altri felini nella città settentrionale di Chengdu. Secondo la legge cinese - come riporta il South China Morning Post - gli animali selvatici o il bestiame infetto possono essere uccisi durante una pandemia. Il problema è che cani e gatti non sono catalogati come tali. Dal punto di vista medico, poi, non ci sono ancora prove definitive sul fatto che gli animali domestici possano trasmettere il Covid. Secondo il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie americano, il rischio che gli animali domestici trasmettano il virus all’uomo è considerato “basso”.
Un caso, quello del cane della signora Fu, che aggiunge ancora più dubbi e perplessità - anche tra non pochi cittadini e tra i principali virologi ed epidemiologi- sulla strategia della “tolleranza zero” portata avanti dalla Cina per eliminare il Covid. Da quando è scoppiata la nuova ondata legata alla variante Delta lo scorso 17 ottobre, già 21 province cinesi (più della metà del Paese) hanno registrato casi: per un totale di 1.308. Numeri decisamente bassi per gli altri Paesi, ma non per il Dragone. Ieri a Dalian (260 casi finora) sono partiti i test a tappeto per tutta la popolazione. Nella vicina Zhuanghe 10mila studenti universitari sono stati messi in quarantena.