"Ci vediamo al fronte": il primo ministro etiope Abiy Ahmed pronto a imbracciare le armi contro i tigrini
di Raffaella Scuderi , di Raffaella ScuderiNel giorno in cui il premier etiope Abiy Ahmed parte per il fronte per condurre il proprio esercito contro le truppe dei tigrini, che secondo le fonti si troverebbero a 130 chilometri dalla capitale, giunge la notizia che dopo Francia, Germania e Turchia, anche le Nazioni Unite stanno predisponendo l'evacuazione dal Paese.
Con un post pubblicato ieri sui social, il 45enne premio Nobel per la Pace nel 2019 ha annunciato in sola lingua amarica (quasi sempre pubblica le sue dichiarazioni in entrambe le lingue, amarica e inglese), la sua intenzione di recarsi al fronte per combattere contro il Fronte di liberazione del popolo del Tigray, Tplf. "È tempo di guidare il Paese attraverso il sacrificio. Domani mi unirò al fronte per guidare le forze…
Nel giorno in cui il premier etiope Abiy Ahmed parte per il fronte per condurre il proprio esercito contro le truppe dei tigrini, che secondo le fonti si troverebbero a 130 chilometri dalla capitale, giunge la notizia che dopo Francia, Germania e Turchia, anche le Nazioni Unite stanno predisponendo l'evacuazione dal Paese.
Con un post pubblicato ieri sui social, il 45enne premio Nobel per la Pace nel 2019 ha annunciato in sola lingua amarica (quasi sempre pubblica le sue dichiarazioni in entrambe le lingue, amarica e inglese), la sua intenzione di recarsi al fronte per combattere contro il Fronte di liberazione del popolo del Tigray, Tplf. "È tempo di guidare il Paese attraverso il sacrificio. Domani mi unirò al fronte per guidare le forze di difesa", ha scritto. Si è poi appellato agli etiopi, aggiungendo: "Coloro di voi che aspirano a essere ricordati nella storia si sacrifichino per il proprio Paese. Ci vediamo al fronte".
Il ministro della Difesa etiope, Abraham Belay, ha dichiarato ai media di Stato che "da domani, tutte le forze di sicurezza adotteranno misure e tattiche speciali", senza specificare i dettagli dell'operazione. Nella capitale sono rimasti i funzionari federali e regionali che lavoreranno "più duramente che mai al massimo delle loro capacità per svolgere attività amministrative e di sviluppo", ha detto Ahmed. Ma c'è anche chi specula sul fatto che quella di Abiy possa essere più una fuga che una discesa in campo.
Dopo poco più di un anno dall'inizio del conflitto tra il governo federale e i ribelli della regione etiope del Nord, i tigrini, l'Etiopia sta affrontando un'ennesima escalation di violenza da cui sembra difficile tornare indietro, come testimoniano anche le decine di funzionari americani e dell'Unione africana che si sono avvicendati ad Addis Abeba per cercare di aprire una finestra di dialogo. I tigrini, che denunciano un assedio governativo sulla loro regione che sta uccidendo migliaia di persone e tanti bambini, si troverebbero a 130 chilometri dalla capitale, vicini a conquistare la città di Debre Berhan, nella regione Amhara. Lo confermano fonti locali citate dall'emittente Sky News Arabia.
Il governo federale di Ahmed non cede alle richieste della comunità internazionale per un accordo di pace. Addis Abeba ha classificato tigrini e componenti dell'Ola, la Oromo Liberation Army, scesi in campo a fianco del Tigray, come terroristi. E come tali li affronta: non intende trattare.
Ultimo a decidere per l'evacuazione del proprio personale - vista la pericolosità della situazione - è stato l'Onu, che farà uscire dall'Etiopia le famiglie dello staff internazionale. È quanto si legge in un documento interno della sicurezza nel quale si ordina all'organizzazione di "coordinare l'evacuazione e assicurare che tutte le famiglie dello staff internazionale lascino l'Etiopia non oltre il 25 novembre". Indicazioni simili sono state date da Francia e Turchia, seguendo quanto già fatto nelle scorse settimane da Usa e Regno Unito.
I "significativi progressi" verso i negoziati per un cessate il fuoco di tutte le parti in conflitto rischiano di essere vanificati da un'escalation militare "allarmante". Lo ha dichiarato oggi l'inviato speciale degli Stati Uniti per il Corno d'Africa, Jeffrey Feltman, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Washington di ritorno da una nuova missione ad Addis Abeba, dove ha avuto colloqui con le parti nel tentativo di mediare un cessate il fuoco. Secondo Feltman, sia il governo federale che il Tplf sembrano credere "di essere sul punto della vittoria militare", tuttavia gli ultimi sviluppi sul campo "minaccino la stabilità e l'unità complessive dell'Etiopia".