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Stretta sul gioco d'azzardo, la Cina arresta il re dei casinò di Macao

Alvin Chau è a capo di uno dei principali agenzie che gestiscono i flussi di clienti nella città delle scommesse. Crollano in Borsa i titoli legati al business
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PECHINO - Gioco d'azzardo transfrontaliero illegale e riciclaggio di denaro. Dopo più di due anni di indagini, con queste accuse il "boss del tavolo verde" di Macao Alvin Chau è finito in manette, assieme ad altri otto uomini e due donne. Chau è il fondatore della Suncity, "agenzia" che procaccia all'ex colonia portoghese facoltosi giocatori dalla Cina continentale: Macao è infatti il solo fazzoletto di terra di tutto il Dragone dove è legale sedersi al casinò. 
 
 
Il fermo da parte della polizia della città è arrivato dopo che, sab…
PECHINO - Gioco d'azzardo transfrontaliero illegale e riciclaggio di denaro. Dopo più di due anni di indagini, con queste accuse il "boss del tavolo verde" di Macao Alvin Chau è finito in manette, assieme ad altri otto uomini e due donne. Chau è il fondatore della Suncity, "agenzia" che procaccia all'ex colonia portoghese facoltosi giocatori dalla Cina continentale: Macao è infatti il solo fazzoletto di terra di tutto il Dragone dove è legale sedersi al casinò. 
 
 
Il fermo da parte della polizia della città è arrivato dopo che, sabato, le autorità di Wenzhou, nella provincia dello Zhejiang, avevano spiccato un mandato d'arresto nei confronti dell'imprenditore 47enne, accusato di essere a capo di un vero e proprio cartello di cui farebbero parte quasi 200 persone, che poteva contare su una rete di 12mila "agenti" incaricati di promuovere il gioco d'azzardo e una clientela di 80mila scommettitori in Cina. L'arresto di Chau ha creato il panico in Borsa, con le azioni delle più importanti case da gioco che hanno segnato pesanti segni meno: la Mgm China ha perso il 10%, la Wynn Macau il 7,8% e la Sands China il 5,3%. 
 
La Suncity di Chau è una di quelle agenzie - che spesso operano in un'area grigia ma legale - che in gergo tecnico si chiamano junket. E funzionano così. Sono una specie di facilitatori, incaricati di andare a pescare giocatori con una certa disponibilità e portarli - offrendo loro tutta una serie di benefit, dai viaggi gratuiti ai soggiorni, alle cene nei migliori ristoranti - nelle sale Vip dei casinò, dove si puntano i soldi veri. In cambio di un certo numero di fiches scambiate ai tavoli ogni mese, le case da gioco garantiscono ai junket una commissione. I junket fanno credito ai giocatori (per ovviare al limite che i cinesi possono cambiare in valuta estera, 50mila dollari all'anno) e sono poi responsabili di riscuotere gli eventuali debiti. Sostanzialmente guadagnano dalle perdite di chi si siede al tavolo a puntare. Meglio dunque andare a pescare dei "polli" piuttosto che degli "squali". 
 
 
Secondo molti analisti, l'arresto di Chau "significa che la Cina non tollererà più che Macao promuova in qualsiasi forma il gioco d'azzardo nel continente". Per la Las Vegas d'Oriente - anzi, visti i fatturati degli anni scorsi sarebbe più giusto chiamare Las Vegas la Macao d'Occidente - le cose hanno iniziato a mettersi male già dallo scorso anno: c'entrano la pandemia, certo, ma pure la stretta voluta da Xi Jinping. Il gioco d'azzardo rappresenta per Macao l'80% delle entrate annuali e il 55% del Prodotto interno lordo. Qui, in poco più di 30 chilometri quadrati dove vivono nemmeno 700mila persone, i mega casinò sono 41. Nel 2019 eravamo a 100 milioni di dollari di entrate al giorno, oggi a 30 milioni. A settembre, poi, il governo locale ha deciso di lanciare una consultazione pubblica di 45 giorni per rafforzare le regole sulla sorveglianza delle attività delle case da gioco. Il piano sarebbe quello di mettere rappresentanti del governo dentro i cda delle compagnie che hanno le licenze per i casinò, in modo da controllare attività illecite come il riciclaggio di denaro. La legge, se passasse, farebbe sì che pure i dividendi dei casinò locali e di quelli quotati negli Usa sarebbero soggetti ad approvazione del governo della città.
 
Una decisione arrivata poche settimane dopo che Xi ha lanciato la sua "prosperità comune". E il gioco d'azzardo mal si sposa con la nuova idea di redistribuzione che ha in mente il presidente per i cinesi. L'ostilità di Pechino verso i tavoli verdi si era già vista, d'altronde, nel marzo dello scorso anno quando il marketing per attirare potenziali giocatori d'azzardo dalla Cina era stato vietato. Che è sostanzialmente il core-business dei junket come la Suncity di Alvin Chau.