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La rivoluzione delle donne al lavoro nell'Arabia Saudita di Mohammed bin Salman

A cinque anni dal lancio, la partecipazione femminile all'economia - raddoppiata - è il successo più visibile del programma di riforme Vision 2030. Ma in molte altre aree - prime fra tutti rispetto dei diritti umani e trasparenza - restano i dubbi
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RIAD - Dalla porta del negozio di profumi dove lavora, Eman invita i clienti ad entrare spruzzando per loro piccole quantità di profumo su cartoncini bianchi: per ognuno ha un consiglio. Bergamotto per chi cerca qualcosa di delicato, vaniglia per chi preferisce il dolce. Eman lavora da Reef, boutique artigianale di profumi con sede a U Walk, uno dei nuovi centri commerciali di Riad, da un anno e mezzo: viene a lavoro usando Uber e spende per andare e tornare da casa il 30% del suo salario, che corrisponde a circa 1100 dollari al mese. "Mi piacerebbe avere più soldi per me - ammette - ma va bene anche così: questo lavoro mi piace e mi fa sentire indipendente", dice. A 25 anni e con un diploma di scuola superiore in tasca, questa ragazza che sotto l'abaya (la lunga tunica che tutte le donne devono portare qui) indossa scarpe da ginnastica e maglietta rock, è uno dei volti della rivoluzione che sta cambiando il volto di quello che a lungo è…

RIAD - Dalla porta del negozio di profumi dove lavora, Eman invita i clienti ad entrare spruzzando per loro piccole quantità di profumo su cartoncini bianchi: per ognuno ha un consiglio. Bergamotto per chi cerca qualcosa di delicato, vaniglia per chi preferisce il dolce. Eman lavora da Reef, boutique artigianale di profumi con sede a U Walk, uno dei nuovi centri commerciali di Riad, da un anno e mezzo: viene a lavoro usando Uber e spende per andare e tornare da casa il 30% del suo salario, che corrisponde a circa 1100 dollari al mese. "Mi piacerebbe avere più soldi per me - ammette - ma va bene anche così: questo lavoro mi piace e mi fa sentire indipendente", dice. A 25 anni e con un diploma di scuola superiore in tasca, questa ragazza che sotto l'abaya (la lunga tunica che tutte le donne devono portare qui) indossa scarpe da ginnastica e maglietta rock, è uno dei volti della rivoluzione che sta cambiando il volto di quello che a lungo è stato uno dei Paesi più conservatori del mondo.

 

Le donne

Come Eman - che preferisce non dire il suo cognome -  migliaia di donne ogni giorno vanno a lavoro in tutta l'Arabia Saudita: un fenomeno inimmaginabile solo cinque anni fa, ma che è diventato comune, e non solo nelle grandi città, con il processo di riforme economiche lanciato da Mohammed bin Salman, 35 anni, il controverso principe ereditario che governa l'Arabia Saudita in vece del padre, l'anziano re Salman. L'ingresso in massa delle donne al mondo del lavoro è il successo più evidente di Vision 2030, (il nome del piano): in quattro anni, la partecipazione femminile al mercato del lavoro è raddoppiata, arrivando a toccare il 33%. Le donne sono ormai prevalenti nel commercio al dettaglio e presenti nella maggior parte degli uffici pubblici: e lentamente si stanno facendo strada anche in posizioni dirigenziali e nel settore privato (935.508 nel 2021 contro le 56.000 del 2010, secondo le stime dell'economista americana Jennifer Peck).

Risultati che il governo non si stanca di sottolineare e che servono a bilanciare le accuse di autoritarismo e di mancanza di libertà di espressione che le organizzazioni per i diritti umani senza sosta rivolgono a Mbs: l'ondata di arresti fra gli attivisti che chiedevano le stesse libertà che ha poi concesso e soprattutto l'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi per mano di uomini a lui vicini, hanno reso il principe un pariah in Occidente, ma in patria di questo pochi sembrano curarsi di questo. Così Mohammed bin Salman  vive il costante paradosso di essere colui che ha portato l'Arabia Saudita nel presente, eliminando divieti come quello che impediva alle donne di guidare, togliendo potere alla temutissima polizia religiosa e regalando ai sauditi - soprattutto i più giovani, che sono il 60% della popolazione - libertà che le generazioni precedenti potevano solo sognare: quella di ascoltare musica e ballare per esempio, ma anche quella di andare al cinema o, semplicemente, sedere in un ristorante con un amico o un'amica.  Ma di essere allo stesso tempo colui che ha schiacciato con il pugno di ferro ogni forma di dissenso dentro la società e la famiglia reale, instaurando un clima di paura che non ha precedenti nel Paese.

 

 

Le riforme a metà

"E' impossibile negare la trasformazione sociale che sta avvenendo in Arabia Saudita. C'è molta attenzione e molto movimento sia dentro che fuori il Paese - commenta Robert Mogielnicki, senior resident scholar dell'Arab Gulf Institute di Washington - ma questi cambiamenti tangibili non si sono trasformati in un flusso di investimenti verso il Paese. La quantità e le dimensioni delle iniziative economiche e dei mega-progetti che vanno sotto l'ombrello di Vision 2030 è ambiziosa: il Covid ha rallentato i piani, ma il governo sta andando avanti a velocità elevata e questo gli va riconosciuto". Così, se il tasso di disoccupazione è in costante calo - dal 15,4% del 2020 al 11,3 del secondo quadrimestre 2021, secondo le statistiche ufficiali - è anche vero che il programma di saudizzazione del mercato del lavoro (che prevede quote fisse di sauditi in ogni ramo dell'economia) non riesce a rispondere alle richieste di un settore privato che richiede lavoratori formati e preparati: il risultato è spesso un affiancamento fra stranieri e sauditi, più che un vero e proprio rimpiazzo. E se gli investimenti stranieri sono in crescita negli ultimi mesi, il livello è ancora lontano da quello che ci si era posti nel 2016: 5,5 miliardi raccolti nel 2020 contro un obiettivo di 19. "La difficoltà nel rendere l'ambiente degli affari più semplice per gli stranieri è una delle grandi debolezze di Vision 2030", riassume James Swanston, specialista di Medio Oriente per il gruppo Capital Economics.

 

I successi

A funzionare, soprattutto nelle aree urbane, sono le riforme sociali: a un visitatore che manchi da qualche anno, Riad e Gedda si presentano completamente rivoluzionate. Non sono solo i nuovi cinema e i centri commerciali: ma l'aria rilassata che si respira in città, le ragazze con il viso scoperto (quasi inesistenti nella capitale solo 5 anni fa), quelle con le abaye colorate e portate aperte fino ai piedi, più a sottolineare che a coprire (come era prima) i corpi. La polizia religiosa che per anni aveva terrorizzato la popolazione, con minacce di arresti e frustrate, è scomparsa: i negozi non chiudono più buttando fuori i clienti all'ora della preghiera (cinque volte al giorno) né c'è più la rigida divisione fra sessi nello spazio pubblico: i ragazzi parlano liberamente fra loro ai concerti o ai centri commerciali, godendo di libertà di cui i loro fratelli maggiori hanno per anni potuto godere solo fuori dai confini nazionali.

 

Il consenso

Cambiamenti che garantiscono al principe un ampio consenso sociale, in vista di un'ascesa al trono che nessuno mette più in dubbio. I giovani gli riconoscono il merito di aver aperto un Paese per molti anni prigioniero del passato. Le donne quello di aver dato loro un ruolo. Per trovare voci diverse dal coro, occorre varcare i confini nazionali e guardare a quella parte della diaspora saudita che non teme di provocare ire che hanno dimostrato di poter essere mortali anche lontano da Riad o alle grandi organizzazioni di difesa dei diritti umani: perché in patria nessuno risponde, anche a domande all'apparenza innocue. "L'acquisizione del Newcastle da parte dell'Arabia Saudita è il tentativo di pulirsi l'immagine da parte di un regime brutale e oppressivo", commentava per tutti Amnesty International qualche settimana fa quando è arrivata la notizia dell'ingresso nel capitale della squadra inglese del PIF, il fondo di investimento saudita che è il braccio operativo di Mbs.

 

Le speranze

Ragionamenti che non sfiorano Eman né la collega che, con il viso completamente coperto dal velo, insieme a lei vende profumi da Reef. Per le ragazze il giovedì sera è un buon momento: l'inizio del fine settimana qui, che vuol dire vendite superiori alla media e la promessa di una limonata rinfrescante a fine turno al ristorante libanese di fronte al negozio. Prima di chiamare ciascuna il suo autista Uber e farsi riportare a casa. Piccole libertà, forse, per un occidentale. I segni di una vita diversa qui, fatta di scelte e possibilità a lungo precluse. E questo alle due ragazze oggi basta per essere felici.