"Schiavitù macchia indelebile nella nostra storia": il mea culpa del principe Carlo per Barbados che lascia la Regina per la repubblica
dal nostro inviato
Antonello Guerrera
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dal nostro inviato Antonello Guerrera
Il principe Carlo parla davanti a Rihanna (reuters)
Il saluto alla cerimonia della neonata repubblica del Commonwealth, a 55 anni dall'indipendenza dall'impero britannico, e alla presenza anche della popstar di origine barbadoregna Rihanna, nominata nuova "eroina della patria"
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BRIDGETOWN (BARBADOS). Il Principe Carlo stamattina non ha detto "sorry" o chiesto "scusa". Ma il suo discorso nella capitale di Barbados, Bridgetown, ha parole rare, storiche e potenti, pronunciate all'alba di oggi in Italia e che riconoscono forse per la prima volta in maniera così esplicita, da parte di un membro dei Windsor, "la macchia indelebile che ha sporcato la nostra Storia", britannica e reale. Ovvero, lo schiavismo.
"La repubblica per voi qui a Barbados è un nuovo inizio", ha assicurato il Principe del Galles erede al trono britannico, "dai giorni più bui del nostro passato, e dalla vergognosa atrocità della schiavitù che ha macchiato indelebilmente la nostra Storia, il popolo di quest'isola si è ispirato a libertà, giustizia e autodeterminazione. Rimarremo amici, e voi sarete gli artigiani del vostro destino", citazione dell'inno di Barbados. Che,…
BRIDGETOWN (BARBADOS). Il Principe Carlo stamattina non ha detto "sorry" o chiesto "scusa". Ma il suo discorso nella capitale di Barbados, Bridgetown, ha parole rare, storiche e potenti, pronunciate all'alba di oggi in Italia e che riconoscono forse per la prima volta in maniera così esplicita, da parte di un membro dei Windsor, "la macchia indelebile che ha sporcato la nostra Storia", britannica e reale. Ovvero, lo schiavismo.
"La repubblica per voi qui a Barbados è un nuovo inizio", ha assicurato il Principe del Galles erede al trono britannico, "dai giorni più bui del nostro passato, e dalla vergognosa atrocità della schiavitù che ha macchiato indelebilmente la nostra Storia, il popolo di quest'isola si è ispirato a libertà, giustizia e autodeterminazione. Rimarremo amici, e voi sarete gli artigiani del vostro destino", citazione dell'inno di Barbados. Che, tra balli, discorsi anti-colonialisti e bandiere giallo-blu nella Piazza degli Eroi, parte subito dopo quello britannico, per lanciare le cerimonie della neonata repubblica del Commonwealth. È nata alla mezzanotte in punto, a 55 anni dall'indipendenza dall'impero britannico, e alla presenza anche della popstar di origine barbadoregna Rihanna, nominata dall'isola nuova "eroina della patria".
Perché "Tonight's the night". Stanotte è la notte, titolava ieri il Daily Nation sulla bancarella di Sharon, 50 anni. Siamo a Swan Street, via del mercato di Bridgetown, capitale di Barbados. "Posso farle una foto con il giornale?". "No. A me stanotte non cambierà la vita".
Barbados, è qui la festa? Per la pugnace prima ministra dell'isola, Mia Mottley, certo che lo è. È lei che, a 56 anni, è finalmente riuscita a dire addio alla Regina Elisabetta. Mesi fa il suo governo ha votato il trapasso da monarchia a repubblica, consumatosi ieri a mezzanotte alla presenza dell'erede al trono britannico, il Principe Carlo, del quale Repubblica è stato al seguito. Per la prima volta nella Storia, un membro della famiglia reale ha partecipato alla cerimonia di un Paese del Commonwealth diventato repubblica.
Ma Barbados, pur restando nel Commonwealth, è anche il primo Paese che recide i rapporti con la Corona dalla decolonizzazione esauritasi a fine secolo scorso: ultime le Mauritius nel 1992. Da mezzanotte invece, quattro secoli dopo l'arrivo di una barca inglese qui nel 1625 che intestò l'isola a re Giacomo I, Barbados ha rimosso la parola "Royal" e tutti i ritratti di Elisabetta II. Al suo posto, la nuova presidente della Repubblica, pure lei donna coraggiosa e molto carismatica, Sandra Mason, 72 anni. Tra fuochi di artificio, colpi di cannone, e le bandiere col tridente gialloblu in cielo.
Barbados, Rihanna proclamata eroina nazionale del suo paese ora repubblica indipendente
Tuttavia, se per il governo locale si è completata la rinascita di un'isola, paradiso dei turisti ma ancora ferita dalla schiavitù, in molti a Bridgtown sono indifferenti. Nelle stradine sconnesse di edifici pastello, palazzi coloniali georgiani e giacobini, le magioni delle vecchie piantagioni di cotone, le colorate casette "Chattel house", alberi di mogano e succulenti aromi di cibo caraibico, si respira un'aria meno festosa. Scriveva il premio Nobel caraibico, Derek Walcott: "La gente di Barbados parla nella stessa maniera melodica come lo erano i personaggi minori di Shakespeare".
Oggi le cose sono diverse. Innanzitutto, per il Covid: tutti portano mascherine anche all'aperto, ci sono lunghe file a ogni negozio e le autorità hanno limitato l'affluenza ai festeggiamenti in Piazza degli Eroi, dove, alle 00.01 del 30 novembre, oltre alla repubblica si sono celebrati i 55 anni di indipendenza dall'Impero britannico. Eroi come l'ex primo ministro Errol Barrow, le cui statue sono ovunque tra Piazza e Arco dell'Indipendenza. Mentre quella vicina del "colonialista" Horatio Nelson è stata buttata giù un anno fa in scia a Black Lives Matter.
Ma molti a Bridgetown, sotto 31 gradi di sole e afa, non sono esaltati dall'addio alla Queen, anche perché hanno altre preoccupazioni: sempre il Covid ha martellato il turismo e un'economia già traballante. Marissa Dowell, 31 anni, impiegata governativa e nera come quasi tutta la popolazione di Barbados (91%) dopo lo schiavismo dall'Africa terminato dagli inglesi solo nel 1834, ammette: "Non so cosa potrebbe cambiare con la Repubblica".
Esclusi i repubblicani, se lo chiedono in molti, tra indifferenza e rabbia: Lee Williams ha 16 anni, è in coda con la madre alla "Republic Bank": "L'unica cosa che potrebbe cambiare le cose sono i soldi. La repubblica li porterà?". David Denny sa dove trovarli. Il più famoso membro locale di Black Lives Matter, da mesi fa campagna in piazza dell'Indipendenza: "Riparazioni del colonialismo! Solo così l'impero britannico può farsi perdonare!".
"Carlo è in una situazione difficile: per mandato del governo, non può dire nulla che dia adito a risarcimenti britannici", spiega a Repubblica il professor Philip Murphy, direttore dell'Institute of Commonwealth Studies. Tra l'altro, nell'ex colonia britannica, il Principe del Galles è arrivato in una tempesta di sentimenti: Bridgetown potrebbe innescare un effetto domino di repubblicanesimo, da altre isole caraibiche fino a Canada e Australia, e rimpicciolire ancor più la sua monarchia che lui vuole già "ristretta".
In più, oggi in America esce un libro che lo accusa di essere il presunto, anonimo "razzista" della famiglia rivelato da Harry e Meghan, il che, da attento alla diversità quale è, ha scatenato la sua ira e le vie legali. Nei Caraibi, poi, è in corso un'offensiva della Cina per aumentare l'influenza in infrastrutture e commercio. A Londra lo sanno bene, Carlo è venuto anche per questo, "per continuare a condividere i nostri valori comuni" come ha dichiarato ieri notte, oltre al suo accorato impegno contro il cambiamento climatico.
E la Regina, che nel Commonwealth resta capo di Stato di altri 15 Paesi inclusi Canada e Australia, oltre al Regno Unito? Ieri notte ha inviato un'affettuosa lettera all'ex colonia che l'ha ripudiata: "Vive congratulazioni e auguri. Sono contenta che ci sia con voi mio figlio", ("my son", raro tono informale) "rimarrete sempre nel mio cuore". Firmato, Elizabeth R., iniziale di "regina" in latino. Ma non di Barbados.