Una donna per costruire il futuro del Messico
di Javier Lafuente , di Javier LafuenteCITTÀ DEL MESSICO - Il giorno in cui fu annunciata la fine della guerra del Vietnam, nell'aprile del 1975, una ragazzina messicana di 12 anni si sentì orgogliosa. Aveva contribuito alla fine del conflitto che teneva in bilico mezzo mondo con la sua protesta a scuola qualche mese prima. Il suo attivismo aveva raggiunto l’obiettivo desiderato. O almeno così pensava in quel momento. A 59 anni, seduta oggi davanti un'imponente libreria, nell'anticamera del suo ufficio, Claudia Sheinbaum ride nel ricordare quell'episodio. Quella ragazzina ingenua è oggi l'inquilina di uno degli edifici che si affacciano sulla piazza della Costituzione, detta el Zócalo, nella capitale del Messico, come sindaca della più grande città di lingua spagnola del mondo. Tutto questo è il risultato, dice, di una profonda convinzione politica di sinistra con la quale aspira, fra tre anni, ad attraversare la strada e insediarsi nel Palac…
CITTÀ DEL MESSICO - Il giorno in cui fu annunciata la fine della guerra del Vietnam, nell'aprile del 1975, una ragazzina messicana di 12 anni si sentì orgogliosa. Aveva contribuito alla fine del conflitto che teneva in bilico mezzo mondo con la sua protesta a scuola qualche mese prima. Il suo attivismo aveva raggiunto l’obiettivo desiderato. O almeno così pensava in quel momento. A 59 anni, seduta oggi davanti un'imponente libreria, nell'anticamera del suo ufficio, Claudia Sheinbaum ride nel ricordare quell'episodio. Quella ragazzina ingenua è oggi l'inquilina di uno degli edifici che si affacciano sulla piazza della Costituzione, detta el Zócalo, nella capitale del Messico, come sindaca della più grande città di lingua spagnola del mondo. Tutto questo è il risultato, dice, di una profonda convinzione politica di sinistra con la quale aspira, fra tre anni, ad attraversare la strada e insediarsi nel Palacio Nacional come presidente. Un argomento di cui non ama parlare, anche se ormai ammette le sue ambizioni.
Sheinbaum, prima donna della storia ad essere eletta alla guida della capitale messicana, fa parte di un gruppo di sindache ed ex sindache di grandi città, come Anne Hidalgo (Parigi), Ada Colau (Barcellona), Manuela Carmena (Madrid) o Claudia López (Bogotà). Tuttavia, diversamente dalle altre, il suo profilo non ha avuto una particolare esposizione pubblica. Di Sheinbaum si sa poco e, se non fosse per gli sforzi dei suoi collaboratori che l'hanno convinta a proiettarsi verso future avventure, vorrebbe che le cose restassero così.
Ma non è possibile. In un pomeriggio di fine ottobre, Sheinbaum si accomoda nell'anticamera del suo ufficio e - dopo aver chiesto il permesso di togliersi la mascherina che è abituata a portare e aver invitato i suoi ospiti a fare altrettanto - in circa due ore di conversazione, demolisce ogni idea preconcetta sulla sua personalità. Apparentemente fredda e diffidente, con un’espressione arrabbiata, è invece una persona che scherza e conversa a lungo, certo, mantenendo la distanza quando si trattano particolari argomenti, come i suoi rapporti con il presidente, Andrés Manuel López Obrador, o le sue aspirazioni politiche. Durante tutta la conversazione, così come alcuni giorni dopo, durante un viaggio nel sud della capitale, le piace parlare della sua militanza politica e ammette di essere “stufa” delle strutture di partito. Con una laurea in Fisica e un dottorato in Ingegneria ambientale, si definisce una “laureata”, una “ricercatrice”, una “scienziata” e una “governante ossessiva”.
Questa definizione provoca delle risatine tra i membri del suo staff, che lei chiama “colleghi”. “Sono molto esigente. Mi sentono dire spesso che qui non c'è autocompiacimento. Naturalmente ci rallegriamo dei successi e ne godiamo insieme, ma mi riferisco alla quotidianità, a quando uno cerca di giustificarsi per qualcosa che non ha fatto e mi dice: 'No, è colpa di un altro, perché io...'. No, questo non funziona con me”, dice Sheinbaum.
Il suo modo di fare politica non può essere compreso senza la figura del presidente del Messico, che conobbe poco prima che entrasse in carica come sindaco del Distretto Federale nel 2000 e per il quale è stata assessore all'Ambiente durante il suo mandato di sei anni alla guida della capitale. Come assessore, lanciò il primo Metrobus e, vent’anni dopo, la mobilità è ancora uno dei pilastri nell’amministrazione della città. È diventata un'alleata senza riserve del presidente, al punto che molti considerano Sheinbaum la sua favorita alla successione come prossimo candidato del Morena (Movimiento de Regeneración Nacional), cosa che lei rifiuta di commentare. Può chiamarlo “AMLO”, o “Andrés Manuel” o “Presidente López Obrador”, ma si riferisce a lui sempre con ammirazione. Non contesta nulla di quanto il presidente ha fatto negli ultimi tre anni, nemmeno la decisione di non usare mascherine, alle quali López Obrador si è opposto – a differenza di lei - fin dall'inizio della pandemia, tranne che sugli aerei commerciali in cui viaggia o nelle sue recenti visite negli Stati Uniti: “Abbiamo combattuto insieme per tanti anni e non sarà una mascherina a dividerci, semplicemente io la penso così e l'ho detto, ma non critico neanche la sua opinione”, dice.
-E non discutete mai?
- Non ho intenzione di dirglielo, sarebbe il colmo! -, risponde subito con una risata.
Nonostante sia d'accordo sul fatto che sarebbe strano se così non fosse, non accenna al minimo disaccordo. “Pensare che abbiamo differenze sostanziali quando veniamo dallo stesso movimento sarebbe assurdo, no? Certo, lui ha studiato Scienze politiche e io Fisica; io sono una donna, lui è un uomo; lui è di Tepetitán, nel Tabasco, io sono una chilanga [di Città del Messico]. Naturalmente ci sono modi diversi di intendere il mondo già per il luogo di provenienza, ma c'è un grande accordo sulle trasformazioni di cui il Paese ha bisogno”.
Al suo arrivo in municipio, si rese conto che si era persa quella “mistica del lavoro” da lei sperimentata durante i sei anni di mandato di López Obrador come sindaco di Città del Messico. “Tutto era corrotto, e ricostruire dall'alto in basso richiede tempo, e molto dipende dal modo in cui noi dipendenti pubblici ci trattiamo l'un l'altro. Qui arrivi e saluti la persona che sta all'ingresso come saluteresti la persona più ricca della città. Quella mistica si era completamente persa”.
Trattare bene le persone è una cosa a cui Sheinbaum dà molta importanza ed è molto esigente con i suoi collaboratori su questo punto. Eppure, l’hanno spesso accusata di apparire fredda. A maggio, in particolare, durante una delle peggiori crisi della sua amministrazione, il crollo di un cavalcavia della metropolitana ha fatto 26 vittime, è lei è stata criticata per la scarsa vicinanza pubblica alle famiglie. Mentre le critiche le piovevano addosso, aveva però ordinato a ognuno dei suoi assessori di seguire le famiglie delle vittime e i loro bisogni chiamandole tutti i giorni. Ricorda che il 24 dicembre dell'anno scorso, nel momento peggiore della pandemia nella capitale – cui si arrivò, non senza qualche critica, per il ritardo nel dichiarare la massima allerta in città per l'aumento dei ricoveri - andò al centro di controllo della città di fronte al collasso e alla mancanza di ambulanze e senza dire chi fosse chiese di parlare con tutte le persone che ne stavano aspettando una.
- Perché non lo ha voluto raccontare?
-Mi interessa il lavoro, non l'immagine. So di aver fatto quello che dovevo fare.
Convinta che si debba stare vicini alla gente, la sindaca della capitale messicana si sposta con un’automobile non blindata, guidata da un normale collaboratore, e la cosa che più colpisce è la quantità di penne e fogli bianchi sul sedile posteriore, dove di solito viaggia, tranne in questa occasione in cui si scusa di sedere davanti, mentre i due giornalisti e il suo addetto stampa stanno dietro. Ci precede un furgone che, senza farsi strada nel traffico, è l’unica tutela di cui gode. Solo quando il suo assessore alla Pubblica Sicurezza, Omar García Harfuch, scampò a un attentato in cui furono sparati più di 400 colpi, accettò di spostarsi usando una vettura blindata. Per due giorni. “Non ce la facevo più”, spiega.
Durante il tragitto di un’ora e mezzo verso il sud della città, in un sabato mattina di fine ottobre, Sheinbaum elenca con memoria fotografica i successi della sua amministrazione, per quanto insignificanti possano sembrare, che incontra lungo la strada. Parla senza enfasi ma con orgoglio del recupero di spazi all’aperto nelle zone più popolari: “Abbiamo realizzato 12 parchi in quartieri dove la gente non aveva accesso a spazi verdi. Naturalmente è un progetto ambientale, di mitigazione del cambiamento climatico, ma è anche un progetto di giustizia sociale”.
Rendere la città abitabile non solo da un punto di vista meramente urbano è una caratteristica del suo lavoro. La sua concezione dello spazio pubblico va oltre: “Questa città è cresciuta grazie alla spinta dei movimenti sociali, dei lavoratori, degli insegnanti e degli studenti. Sia il modello neoliberale che quello dell'ultima amministrazione erano orientati a privatizzare o mercificare ciò che noi consideriamo dei diritti. Dobbiamo invertire la rotta e tornare a una città delle libertà democratiche che si erano perse, a rivendicare l'istruzione, la salute, la casa, l'ambiente, i diritti per la stragrande maggioranza della popolazione, in particolare per coloro che hanno meno, e questo si può vedere in tutto quello che facciamo”.
Una delle questioni più controverse che Sheinbaum ha dovuto affrontare finora durante il suo mandato è stato l'aumento delle proteste del movimento femminista. Da un lato, il contenimento dei cortei, la recinzione protettiva intorno ai monumenti storici e al Palacio Nacional alla vigilia dell'8 marzo hanno portato a innumerevoli critiche nei confronti di una politica che si è sempre vantata di aver partecipato a vari movimenti e proteste nella sua militanza. E la si accusa, inoltre, di non aver preso le distanze dalle critiche espresse dal presidente López Obrador contro il movimento femminista negli ultimi anni.
- Che ha voluto dire affrontare queste manifestazioni come sindaca della città?
- Non capisco questa idea di distruzione associata al movimento femminista. Non sono d'accordo con quelli che dicono che siccome noi donne abbiamo subìto violenza, abbiamo il diritto di essere violente. Ci sono state manifestazioni femministe in cui sono state bruciate librerie, per me questo è fascismo. Non ha niente a che vedere con il femminismo. Capisco che c'è un sentimento di esasperazione per la violenza contro le donne e che si manifesta soprattutto tra le giovani donne, ma quest'altra violenza... Ci sono donne femministe che sono contro le donne transgender perché non sono nate donne. O questa cosa che, siccome sei un uomo, ti do fuoco quando attraversi la manifestazione. Credo che le manifestazioni dovrebbero essere pacifiche, si convince di più la gente quando si è pacifici che con questi atti violenti. Come sindaca, è anche mio compito proteggere i monumenti storici, impedire che si aggredisca una persona che cammina per strada; e devo anche evitare che brucino una libreria. E questo non mi impedisce di essere femminista.
- Che cosa pensa delle critiche del presidente al movimento femminista?
- Penso che sia un uomo profondamente femminista. Se così non fosse, il suo Gabinetto presidenziale non sarebbe composto per metà da donne. Noi lottiamo per un progetto di nazione. Se isoli il movimento femminista, il movimento ambientalista, il movimento animalista, tutti questi movimenti per la trasformazione profonda del nostro Paese, puoi ottenere dei successi parziali, ma non combatti la povertà, la disuguaglianza, la corruzione o il regime di privilegi che ha reso questo Paese uno dei più diseguali. Su questo capisco il presidente, quando dice: “Stiamo lottando per un grande movimento di trasformazione in Messico”, e io dico che questo movimento, se non include le donne, non è un movimento di trasformazione. Ma non è vero il contrario. In altre parole, non mi alleo con qualsiasi donna, di qualsiasi partito politico, indipendentemente da ciò che pensa del Paese, solo perché è una donna. Il movimento femminista deve essere parte di questo movimento, perché, se no, si isola e diventa qualcosa che non ha nulla a che fare con la grande trasformazione della vita pubblica in Messico.
Nessuno nel suo staff si sorprende di ricevere un messaggio dalla “capa” o dalla “dottoressa” alle cinque del mattino, mezz'ora dopo essersi svegliata; una giornata di lavoro che dura fino alle 21.00 o alle 21.30, quando cerca di lasciare il municipio e di ritirarsi nel suo appartamento di Tlalpan, la delegazione in cui è stata sindaca fino al 2018, lontana dai fasti di altri luoghi della capitale dove di solito vivono i politici. L'unica cosa di cui non si priva è il cibo: “Anche se a volte me ne dimentico”. I fine settimana, quando non è viaggio, li trascorre con il suo attuale compagno, Jesús, e i suoi figli - il più grande, 38 anni, e la più giovane, 33 - che a volte vede al Municipio, dove ha installato un tapis roulant che, confessa, usa meno di quanto non facesse prima.
Ci parla della sua ultima lettura, Canek, di Ermilo Abreu, la storia di un’indigena maya nel XVIII secolo nello Stato dello Yucatán, ed è inevitabile menzionare la Conquista e la sua recente decisione di spostare la statua di Cristoforo Colombo, che si trovava finora sul Paseo de la Reforma, una delle arterie principali della città. E la lettera che López Obrador inviò a re Felipe chiedendogli che si scusasse per gli eccessi del passato. “Penso che mettere il seme della discussione e del dibattito sia una cosa buona. Dovrebbero farlo anche in Spagna, no? Perché se non lo fai, neghi la possibilità di ricostruire una storia e di vedere nei popoli indigeni originari una ricchezza diversa da quella che hai”.
- Perché ha deciso di spostare la statua di Cristoforo Colombo?
- Perché i monumenti, i nomi delle strade, hanno a che fare con una concezione della città. Abbiamo anche cambiato il nome del ponte Alvarado, perché Alvarado fu responsabile del genocidio del Templo Mayor, in Calzada México-Tenochtitlán. Amo la terra dove sono nata, amo la sua storia. Certo che incrocio di razze, ma non tutti i popoli hanno la storia che abbiamo noi, i Maya, gli Olmechi. Abbiamo avuto culture prima del colonialismo che erano culturalmente ricche e con una visione del mondo molto diversa da quella europea. E allora dici: “Metterò al centro del Paseo de la Reforma [uno dei viali più importanti di Città del Messico] una statua che rappresenti le donne indigene, che sono quelle che hanno avuto meno voce nella storia del nostro Paese. È da lì che veniamo.
Senza dimenticare il passato, c'è anche spazio per il futuro. Nel 2024, López Obrador finirà il suo mandato di sei anni. Molti vedono in Claudia Sheinbaum il prossimo presidente del Messico. Lei cerca di non approfondire troppo le ipotesi, perché non vuole distogliere la conversazione dal suo ruolo attuale, ma è consapevole che nei prossimi anni toccherà a lei affrontare la questione. “Se pensassi solo al 2024, potrei fare molto male alla città. Per me la cosa più importante è la continuità della quarta trasformazione e l'unità del movimento intorno ad essa”, sottolinea.
- Fa marcia indietro rispetto alla sua intenzione di diventare presidente?
- La questione non è se io voglio essere presidente. Si deciderà a tempo debito, con un sondaggio, come stabilito nello statuto del partito. Il mio compito per il momento è quello di continuare a fare bene il mio lavoro e che la gente del Messico e di Città del Messico sia fiera di me.
- Il Messico è pronto ad avere un presidente donna?
-Scusate, ma è come se ci chiedessimo se il Messico è pronto oggi ad avere un presidente giovane o vecchio. Il problema è che cosa rappresenti, no?
(Copyright El País/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Luis E. Moriones)