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Sudan, tra gli sfollati etiopi del Tigray: "Sono fuggita perché non volevo che stuprassero le mie figlie"

Una classe crivellata di colpi nel villaggio di Sheweate Hugum nel Tigray dove giacciono i corpi di almeno 27 soldati etiopi (reuters)
Il campo di Gadaref accoglie 60 mila rifugiati scappati dalla guerra tra le forze etiopi e tigrine. Intanto "il conflitto per l'acqua" torna ad alimentare i viaggi dei migranti lungo le rotte che attraversano il deserto fino al Mediterraneo
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GADAREF (SUDAN)  - Una lunga distesa di casupole in lamiera e tende che spiccano con bagliori metallici e macchie azzurre, il colore dell'Onu. Appare così, dall'alto, il campo di Gadaref che accoglie 60 mila sfollati del Tigray.

Intere famiglie in fuga da bombardamenti, repressioni e stupri dopo che il primo ministro etiope, e premio Nobel per la pace, Abiy Ahmed ha ordinato nel novembre del 2020 un'offensiva militare per scalzare dal potere il Fronte di liberazione del Tigray.

"Appena sono iniziati gli scontri abbiano capito che non eravamo più al sicuro. Sono scappata con tutta la mia famiglia perché non volevo che le mie figlie venissero stuprate come era accaduto a me quando avevo solo 13 anni, durante la guerra tra Etiopia ed Eritrea. Ma la vit…

GADAREF (SUDAN)  - Una lunga distesa di casupole in lamiera e tende che spiccano con bagliori metallici e macchie azzurre, il colore dell'Onu. Appare così, dall'alto, il campo di Gadaref che accoglie 60 mila sfollati del Tigray.

Intere famiglie in fuga da bombardamenti, repressioni e stupri dopo che il primo ministro etiope, e premio Nobel per la pace, Abiy Ahmed ha ordinato nel novembre del 2020 un'offensiva militare per scalzare dal potere il Fronte di liberazione del Tigray.

"Appena sono iniziati gli scontri abbiano capito che non eravamo più al sicuro. Sono scappata con tutta la mia famiglia perché non volevo che le mie figlie venissero stuprate come era accaduto a me quando avevo solo 13 anni, durante la guerra tra Etiopia ed Eritrea. Ma la vita in questi campi è davvero dura. Ci sono stati giorni, durante la stagione delle piogge, che abbiamo rischiato di essere portati via dalle alluvioni", è il racconto di Almaz Regat, 33 anni madre di due ragazze adolescenti e di due maschi di 11 e 13 anni.

"Abbiamo passato settimane ammucchiati in tende che potevano ospitare al massimo quattro persone, notti insonni perché non riuscivamo a sdraiarci per dormire. E oggi che la stagione delle piogge è finita non va meglio perché c'è poco da mangiare e molti sono ammalati", la sua amara conclusione.

Almaz non dice di più. Ma i suoi occhi parlano per lei. Esprimono terrore, incertezza, anche se cerca di sorridere. Nel suo Paese si stanno compiendo atrocità.

"Le truppe etiopi fanno continui rastrellamenti, ora sono concentrate intorno a Gotera. Il tutto a poche centinaia di metri dal quartier generale dell'Unione Africana che cerca una soluzione politica del conflitto attraverso il mediatore Obasanjo che però non pronuncia una parola sugli arresti di massa di tigrini", denuncia Kindeya Gebreiwot, ex presidente nell'Università di Mekelle. 

"Sono stati aperti veri e propri campi di concentramento, ai deportati vengono sequestrati i cellulari. Parenti e amici di abitanti del Tigray che cercano di far loro visita vengono bloccati fuori dalle strutture e rimangono lì per giorni cercando di avere notizie dei loro familiari. Ogni giorno, alcuni prigionieri vengono selezionati e portati in luoghi sconosciuti e di loro non si sa più nulla", sostiene Tghat, collettivo di ricercatori, attivisti e volontari. 

Ed è a chi fugge da queste realtà che il Sudan nonostante le grandi emergenze che lo destabilizzano, sia dall'interno che dall'esterno, cerca di offrire assistenza seppur non ottimale. 

Il "conflitto per l'acqua" tra etiopi, eritrei e sudanesi

A meno di 500 chilometri dalla capitale Khartoum, scossa dalle proteste contro il colpo di stato del 25 ottobre, si combatte una vera e propria guerra tra truppe etiopi, eritree e sudanesi.

"Ci hanno sparato addosso con artiglieria pesante, per oltre 8 ore. Sono morti più di 23 dei nostri, tra cui un ufficiale con il grado di maggiore e primo luogotenente", ha dichiarato un militare di Khartoum ai medici che lo hanno assistito all'ospedale di Al Quereisha insieme ad altri 33 feriti.

La "Grande diga della rinascita"

Il casus belli è la costruzione della "Grande Diga della rinascita", un progetto su cui i tre paesi coinvolti, Etiopia, Egitto e Sudan, avevano trovato un accordo poi venuto meno per il mancato rispetto di alcuni termini da parte di Addis Abeba, che ha fortemente voluto e realizzato la grande opera.

L'instabilità a causa della "guerra per l'acqua" e per il predominio su un'area di oltre 600 mila acri di terreni fertili nella regione di Fashaqa, rischia di aggravare ulteriormente la crisi per la pandemia di Covid 19 che ha ampliato le sacche di disagio e di insussistenza per milioni di persone nel Paese.

Le rotte migratorie

Il Sudan rappresenta una mina per la sicurezza in tutta la regione. Il controllo del passaggio dei migranti, che dal paese si estende verso la Libia, con lo spostamento dei militari sul fronte al confine con l'Etiopia si è ridimensionato. 

Rotte che secondo gli accordi tra Ue e Paesi dell'area sub sahariana, non sempre rispettosi dei diritti umani, dovrebbero essere chiuse. E invece il deserto del Sahara continua a riversare migliaia di persone sulle coste del Mediterraneo che provano a raggiungere l'Europa. 

Un viaggio spesso mortale per chi decide di affrontarlo sfidando il "Grande mare di sabbia", che si estende a nord est del Sahara e occupa l'Egitto sudoccidentale, la Libia orientale e il Sudan nordoccidentale per 1.000 km da nord a sud e circa 1.100 km da Est a Ovest.

L'enorme area desertica fa perdere il senso della distanza e della dimensione a chi tenta di attraversarla. La notte, poi, si trasforma in un incubo e prevale il disorientamento, temporale e spaziale, che amplifica la paura e l'incertezza.

La marcia è lenta e difficoltosa, ci vogliono tempi lunghi per coprire anche distanze minime. Una via di fuga suicuda. Eppure è l'unica alternativa per un immenso popolo di senza speranze.