Il Washington Post: spiando i social Pechino sta creando una lista di occidentali anti-cinesi
di Massimo Basile , di Massimo BasileNEW YORK - Controllare l’opinione pubblica sui social è utopia per molti, ma non per tutti. Esisterebbe un sistema cinese di sorveglianza sulla rete per raccogliere dati su politici, professori, giornalisti, media cinesi e occidentali, semplici cittadini, rubando e archiviando i loro dati sulle piattaforme social, tra cui Facebook, Twitter e YouTube, per poi trasferirli alle agenzie governative, dalla polizia all’esercito, e formare così un database di persone considerate “anti-cinesi”. Lo chiamano freddamente “software per l’analisi dell’opinione pubblica” ma quello che ha rivelato il Washington Post sembra la nuova guerra cibernetica del Grande Fratello cinese, ossessionato dal controllo dell’opinione collettiva.
Il giornale americano racconta di aver avuto accesso a centinaia di documenti governativi, tra cui trecento progetti, che includono commesse per la realizzazione di software in grado di raccogliere informa…
NEW YORK - Controllare l’opinione pubblica sui social è utopia per molti, ma non per tutti. Esisterebbe un sistema cinese di sorveglianza sulla rete per raccogliere dati su politici, professori, giornalisti, media cinesi e occidentali, semplici cittadini, rubando e archiviando i loro dati sulle piattaforme social, tra cui Facebook, Twitter e YouTube, per poi trasferirli alle agenzie governative, dalla polizia all’esercito, e formare così un database di persone considerate “anti-cinesi”. Lo chiamano freddamente “software per l’analisi dell’opinione pubblica” ma quello che ha rivelato il Washington Post sembra la nuova guerra cibernetica del Grande Fratello cinese, ossessionato dal controllo dell’opinione collettiva.
Il giornale americano racconta di aver avuto accesso a centinaia di documenti governativi, tra cui trecento progetti, che includono commesse per la realizzazione di software in grado di raccogliere informazioni su cittadini stranieri e cinesi. I documenti, accessibili attraverso richieste alle piattaforme governative, mostrano un sistema strutturato di creazione della propaganda. Uno degli esempi è un software di stato da 320mila dollari progettato per creare database di giornalisti stranieri e professori universitari presenti su Facebook e Twitter; un altro riguarda un programma dell’intelligence della polizia di Pechino, che passa al setaccio tutte le discussioni di utenti occidentali sul tema dell’indipendenza di Hong Kong e Taiwan.
Tra i software chiesti dal governo ce ne sarebbe uno in grado di intercettare i post scritti in Uiguri, lingua della minoranza di religione musulmana e di etnia turcofona che risiede soprattutto nella regione dello Xinjian, nordovest della Cina, vittima da vent’anni di persecuzioni da parte di Pechino. “Ora - ha ammesso al Post un analista informatico, protetto dall’anonimato - possiamo conoscere meglio la base del network anti-cinese”.
Tra gli argomenti “sensibili”, tutti i temi di tendenza che mettono in cattiva luce il leader Xi Jinping. Un “alert” in tempo reale segnala i trend sgraditi al governo. Davanti ai monitor ci sarebbero squadre di persone che parlano inglese e esperti di politica estera. I commenti su Twitter e Facebook finiscono direttamente in un database cinese e da qui passati sotto esame. Le due piattaforme americane vietano raccolte di dati senza autorizzazione, ma la sofisticazione tecnologica ha spesso il sopravvento.
Coinvolti nel programma ci sarebbero una mezza dozzina di università cinesi impegnate nel lancio di dipartimenti speciali per lo sviluppo di tecnologia di analisi dell’opinione pubblica su internet. Il precedente di Cambridge Analytica - la società di consulenza britannica diventata celebre per la gestione dei dati per influenzare le elezioni americane del 2016 - viene considerato l’incoraggiante prova di come sia possibile manovrare l’opinione pubblica. Ma questa nuova forma di ‘spionaggio artificiale’ appare tema più complesso, perché non offre uno scenario lineare, in cui le ‘spie’ sono tutte da una parte e gli ‘spiati’ dall’altra.
Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, nelle scorse settimane, aveva lanciato l’allarme sui grandi investimenti cinesi nel campo della cyberwar. Ma a finanziare molte aziende sarebbero capitali americani di investitori attratti dai sicuri ricavi di un settore in espansione. Se poi i loro dollari finiscono in progetti al servizio degli 007 militari cinesi, agli investitori poco importa.
L’idea di un Grande occhio cinese resta preoccupante. “Stanno indirizzando i loro sforzi all’esterno - commenta Mareike Ohlberg, analista del think tank americano German Marshall Fund - e penso che questo sia francamente spaventoso”. Anche perché la Cina opera sempre su larga scala, come una gigantesca rete a strascisco sui social. “Mostra - spiega Ohlberg - come si sentano impegnati nel contrastare l’opinione pubblica al di fuori della Cina”.
E neanche lo nascondono. Nel luglio 2020, in pieno gelo tra Washington e Pechino riguardo le proteste di Hong Kong, il quotidiano China Daily parlò apertamente di software per l’analisi delle opinioni degli stranieri. “Noi - scrivevano - siamo in competizione con i media americani e occidentali, la battaglia per il diritto di parola è cominciata”. Un mese prima Twitter aveva sospeso 23 mila account ritenuti legati al Partito comunista cinese. Alla fine del 2021 ne ha rimosso altri duemila, creati per produrre contenuti che mettessero in dubbio le accuse di genocidio del popolo Uiguri. Il “sistema” rivelato dal Post indicherebbe una nuova fase della cyber guerra: meno account falsi e più persone reali a controllare quello che sui social scriviamo ogni giorno sulla Cina.