✕

Myanmar, i golpisti fanno terra bruciata: nelle foto satellitari l'orrore dei roghi nei villaggi

Un gruppo di rifugiati in fuga dalla guerra civile (reuters)
A dicembre l'avanzata dei soldati nelle foreste per sterminare chi era sfuggito ai raid nelle città. Ma l'odio popolare contro i militari rinsalda la società civile, mentre sui social si diffondono le foto dei corpi in fiamme dei ragazzini ribelli trucidati
3 minuti di lettura

BANGKOK – I golpisti del Myanmar fanno letteralmente terra bruciata: la strategia dei massacri come arma di guerra è tornata a insanguinare il Paese, come mostra un'inchiesta della Ap "basata su interviste a 40 testimoni, social media, immagini satellitari e dati sulle morti". L'ultima escalation delle violenze è il radere al suolo interi villaggi: uno scempio mostrato dal raffronto tra foto satellitari scattate prima e dopo il golpe di 11 mesi fa. 

Fin da allora molti già intuirono, se non l’estensione, il clima di paura e violenza che avrebbe riaperto nel Myanmar vecchie ferite appena in via di guarigione. Ma quell’alba del 1 febbraio, quando è finita agli arresti gran parte della leadership dell’ex partito di governo con in testa la ex de facto premier Aung San Suu Kyi, nessuno avrebbe potuto immaginare con quale dispiegamento di forze e metodi crudeli i generali avrebbero cercato di ristabilire l’&rd…

BANGKOK – I golpisti del Myanmar fanno letteralmente terra bruciata: la strategia dei massacri come arma di guerra è tornata a insanguinare il Paese, come mostra un'inchiesta della Ap "basata su interviste a 40 testimoni, social media, immagini satellitari e dati sulle morti". L'ultima escalation delle violenze è il radere al suolo interi villaggi: uno scempio mostrato dal raffronto tra foto satellitari scattate prima e dopo il golpe di 11 mesi fa. 

Fin da allora molti già intuirono, se non l’estensione, il clima di paura e violenza che avrebbe riaperto nel Myanmar vecchie ferite appena in via di guarigione. Ma quell’alba del 1 febbraio, quando è finita agli arresti gran parte della leadership dell’ex partito di governo con in testa la ex de facto premier Aung San Suu Kyi, nessuno avrebbe potuto immaginare con quale dispiegamento di forze e metodi crudeli i generali avrebbero cercato di ristabilire l’”ordine e la sicurezza” in un Paese che dopo 7 decenni di dittatura aveva assaporato un lustro di fragile ma contagiante democrazia.

Il clima di terrore diffuso in questo 2021 piagato anche dalla diffusione del coronavirus è stata la risposta del regime alla crescita di una resistenza mai vista a ogni latitudine dell’Unione. Per la prima volta nella storia i militari detti tadmadaw si sono trovati  minacciati militarmente e strategicamente da un movimento che raccoglie le forze della gioventù birmana –buddhisti di etnia “bamar” come i soldati - a quelle della tradizionale resistenza anti-dittatura dei gruppi guerriglieri delle minoranze separatiste. La reazione è stata via via sempre più abnorme, interi villaggi e quartieri di città sono stati bombardati dall’alto o dati alle fiamme, le truppe sguinzagliate a caccia di membri delle “Forze di difesa popolari” e dei gruppi armati che le addestrano e utilizzano.

Nello stato di Kayah, dove vive la minoranza Karenni, la vigilia di Natale è stata insanguinata dall’ultimo dei tanti massacri a sangue freddo condotti per terrorizzare le popolazioni e indebolire le sempre più numerose sacche di resistenza. Più di trenta persone comprese donne e almeno due bambini sono stati arsi vivi dentro i loro veicoli in ritorsione a una serie di attacchi dei ribelli contro l’esercito nel villaggio di Moso. Tra i corpi irriconoscibili c’erano anche quelli di due operatori di Save the Children in servizio per garantire assistenza ai figli del conflitto, anzi della vera guerra in corso ormai con la benedizione del governo esule di “Unità nazionale” (NUG), presieduto anche se virtualmente dalla ex leader pacifista Suu Kyi.

Fu questo organismo, subito dichiarato fuori legge dalla giunta dei generali, ad annunciare a maggio la nascita delle “Forze di difesa popolari”, presenti oggi su gran parte del territorio nazionale, comprese le regioni a maggioranza Bamar (birmana) come Sagaing. E’ qui che il 7 dicembre i militari hanno smesso di discriminare tra ribelli e ribelli, applicando su vasta scala le stesse tecniche del terrore utilizzate per combattere il separatismo. Centinaia di abitanti del villaggio orientale di Done Taw hanno cercato rifugio nella foresta e nei campi per sfuggire ai soldati che avanzavano alla loro ricerca armati di fucili e granate per stanarli. Dieci sono stati catturati e uccisi e tra loro c’erano cinque adolescenti, uno appena quattordicenne. Una foto sui social mostra i resti carbonizzati di una delle vittime: dalla posizione si ritiene che sia stato dato alle fiamme quando era ancora vivo.

Dal primo delitto di una studentessa che dieci giorni dopo il golpe protestava nella nuova capitale di Naypydaw è stata un’escalation di attacchi contro folle sempre più enormi di giovani che chiedevano pacificamente il ritorno alla democrazia, con decine di vittime in una sola giornata. Come il 9 aprile a Bago – 100 km nord di Rangoon – quando morirono più di 80 civili, a Moebye nello Shan e in innumerevoli altre località dove invece di scendere in piazza i ribelli hanno formato gruppi clandestini capaci di infliggere con pochi mezzi severe perdite all’esercito.

La risposta sono stati raid aerei su città e villaggi degli stati Karen e Shan ai confini della Thailandia, nelle regioni settentrionali dei Chin e dei Kachin, con perlustrazioni, arresti notturni e assalti che da mesi impediscono anche il sonno agli abitanti delle aree dove la resistenza è più forte. I Paesi democratici occidentali temono che tanta tracotanza derivi dal fatto che i generali si sentono coperti alle spalle da due potenze mondiali come la Cina e la Russia. La loro impotenza è quella dell’intero mondo libero incapace di aiutare con semplici parole di sdegno un popolo dove la rabbia sta prendendo sempre più il sopravvento sulla paura. E dove le differenze politiche, religiose e culturalì svaniscono nell’odio comune per i generali assassini.