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Norvegia, il campione iraniano di sollevamento pesi chiede asilo politico: "Non indosserò la maglietta di Soleimani"

Amir Assadollahzadeh, che si trovava nel Paese nordeuropeo per una tournée internazionale, si è rivolto alle autorità del regno e ha chiesto di essere accolto come rifugiato politico perché si è rifiutato di celebrare in pubblico il generale dei Pasdaran ucciso dagli americani due anni fa
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Clamorosa fuga per motivi politici di una delle massime star dello sport iraniano, resa nota proprio nel secondo anniversario dell'uccisione del comandante in capo delle forze speciali dei Pasdaran, Qassem Soleimani, da parte di forze speciali americane.

A novembre, come si è saputo solo ieri sera dalla Cnn, il campione di sollevamento pesi della squadra nazionale della Repubblica Islamica, Amir Assadollahzadeh, che si trovava in Norvegia per una tournée internazionale, si è rivolto alle autorità del regno e ha chiesto di essere accolto come rifugiato politico e di non essere costretto a tornare in patria dove a suo parere rischia il peggio. La richiesta di Assadollahzadeh nella sostanza è stata già accolta per motivi politici.

Come motivo della sua decisione lo sportivo ha addotto minacciose pressioni politiche di cui è stato fatto oggetto da parte dei responsabili del team sportivo iraniano, mentre appunto si trovava col team in Norvegia. Gli è stato chiesto di indossare nelle sue esibizioni pubbliche appunto una maglietta con l'immagine del generale Qassem Solemaini. Quest'ultimo, eroe nazionale per le autorità della Repubblica Islamica e già capofila del terrorismo internazionale e della guerrilia anti-israeliana al confine nord, fu ucciso proprio due anni fa da forze speciali Usa in un attentato preparato con la massima precisione.

"Mi rifiuto di indossare la maglietta di Soleimani"

"Mi rifiuto di indossarla, lo sport e la politica devono essere distinte", ha risposto Amir Assodollahzadeh ai suoi capi. I quali hanno replicato sempre secondo la sua testimonianza, resa alla Cnn, nel modo più duro e minaccioso: "Ricordati che hai parte della famiglia in Iran, e vivi tu stesso in Iran. Se ti rifiuti di indossare quella maglietta, aspettati il peggio per te e per loro". E ancora: "Se non indossi la maglietta col volto del nostro eroe, sarai classificato e trattato come un oppositore del regime, e la tua vita e quella dei tuoi familiari saranno in pericolo".

Posto davanti alla drammatica scelta, lo sportivo ha deciso di rischiare e di restare nel mondo libero, e approfittando di un momento in cui non era accompagnato dai suoi sorveglianti (presumibilmente persone vicine ai Pasdaran e al Vevak, la polizia segreta)  ha preso contatto in corsa con le autorità norvegesi, le quali, secondo quanto tutto indica, lo hanno subito preso sotto la loro protezione.

La fuga fino a Oslo grazie a un tassista norvegese

Il dramma risale al novembre scorso, quando appunto si tenevano in Norvegia (a Stavanger, circa 360 chilometri dalla capitale Oslo) i campionati mondiali di sollevamento pesi. Narra Assadollahzadeh alla Cnn: "Mi sono allontanato dall'edificio che ci ospitava, nascondendo a tutti che tremavo al solo pensiero delle torture. Avevo programmato la fuga fino a Oslo con un bus di linea, o un treno, ma purtroppo ho raggiunto la fermata e la stazione troppo tardi. Devo molto a un ignoto tassista trovatomi dal gestore di una pompa di benzina. Il tassista ha ascoltato la mia storia e ha accettato di portarmi fino a una stazione ferroviaria da cui con un treno notturno ho raggiunto la capitale. Poi arrivato a destinazione sono corso via nella notte: temevo che i miei persecutori mi cercassero anche là".

Assadollahzadeh è una gravissima perdita per lo sport iraniano: era attivo da ben 11 anni, con 18 anni di competizioni alle spalle, e quindi un simbolo anche per la nazione ma anche per il regime. "Non ce l'ho fatta a ripensarci, vivo ora nel terrore per i miei familiari, ma so che se fossi sceso in campo rifiutando di indossare quella maglietta al ritorno sarei stato arrestato, torturato, quel che è peggio probabilmente mi avrebbero anche condannato a morte e giustiziato". Aveva vinto una medaglia nel 2021 occupandosi nel contempo di assistere anche gli atleti malati di covid, ma il regime aveva cominciato a criticarlo perché non aveva dedicato alla memoria di Soleimani quella sua vittoria.