Ingannò la Silicon Valley: condannata Holmes, la Steve Jobs della sanità
dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli , dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK — Quando nel 2005 Steve Jobs tenne il leggendario discorso a Stanford, sollecitando i laureandi a restare sempre affamati e follemente ribelli, Elizabeth Holmes aveva già abbandonato l’università californiana senza laurearsi, e andava in giro indossando i suoi maglioni neri a girocollo per lanciare Theranos. Chissà, se Steve l’avesse saputo, magari avrebbe aggiunto “honest” a “hungry” e “foolish”, giusto per precauzione.
Ormai è tardi, però la condanna di Elizabeth per la colossale truffa sulle analisi del sangue potrebbe comunque insegnare alla Silicon Valley che l’innovazione resta la chiave del futuro, a patto di mandare in soffitta lo slogan “fake it till you make it”. Perché le bugie hanno le gambe corte, e quando inciampano, i danni di credibilità rischiano di travolgere tutto quanto di buono può invece venire dall’autentica creativit&ag…
NEW YORK — Quando nel 2005 Steve Jobs tenne il leggendario discorso a Stanford, sollecitando i laureandi a restare sempre affamati e follemente ribelli, Elizabeth Holmes aveva già abbandonato l’università californiana senza laurearsi, e andava in giro indossando i suoi maglioni neri a girocollo per lanciare Theranos. Chissà, se Steve l’avesse saputo, magari avrebbe aggiunto “honest” a “hungry” e “foolish”, giusto per precauzione.
Ormai è tardi, però la condanna di Elizabeth per la colossale truffa sulle analisi del sangue potrebbe comunque insegnare alla Silicon Valley che l’innovazione resta la chiave del futuro, a patto di mandare in soffitta lo slogan “fake it till you make it”. Perché le bugie hanno le gambe corte, e quando inciampano, i danni di credibilità rischiano di travolgere tutto quanto di buono può invece venire dall’autentica creatività, anche lecitamente aggressiva quando è fondata sulla realtà.
Holmes è nata nel 1984 a Washington da un ex vice presidente della Enron, colosso energetico andato fallito. Aveva una paura folle di aghi e siringhe, particolare da tenere a mente. Dopo le scuole a Houston era stata accettata nella “Ivy League” californiana per studiare ingegneria chimica. Nel 2003 però aveva fondato la sua compagnia, chiamandola Theranos dalla fusione delle parole therapy e diagnosis, e l’anno dopo aveva abbandonato Stanford perché le andava stretta, un po’ come Harvard per Gates e Zuckerberg.
La sua idea era rivoluzionare la sanità, e partendo dalla fobia per gli aghi aveva immaginato un sistema per gli esami del sangue senza prelievi con le siringhe, limitandosi ad una minuscola puntura sul dito per raccogliere poche gocce. L’aveva chiamato Edison, promettendo di impiegarlo per oltre duecento test rapidi, dal cancro all’Aids, e si era messa a caccia di finanziamenti. Qualche qualità affabulativa doveva averla, perché era riuscita a far entrare nel board gli ex segretari di Stato Kissinger e Shultz, e l’ex capo del Pentagono Perry.
Con queste credenziali aveva attirato investimenti per quasi un miliardo di dollari, convincendo a scommettere su di lei personaggi non proprio ingenui come il fondatore di Oracle Larry Ellison, il proprietario della Fox Rupert Murdoch, la famiglia Walton dei supermercati, e quella della futura segretaria all’Istruzione di Trump Betsy DeVos. Theranos sembrava l’Apple della sanità, e aveva raggiunto una valutazione da 9 miliardi di dollari, metà dei quali appartenevano ad Elizabeth. Lei si era imposta regole ferree per il successo: «Ore 4, alzati e ringrazia Dio». Ore 6,45, in ufficio: «Non sono mai un minuto in ritardo. Non mostro eccitazione. Non sono impulsiva. Non esito. Prendo costantemente decisioni. Parlo raramente. Scopro subito le cazzate».
Il problema era che Edison lo aveva immaginato, più che realizzato. Al massimo poteva essere usato per una dozzina di test, per di più imprecisi. Errori drammatici, come una paziente che si era sentita dire di avere l’Aids, o un’altra incinta che era destinata a perdere il figlio. Nel 2015 John Carreyrou del Wall Street Journal aveva scoperto l’inganno e il castello di carte era crollato, fino alle 11 incriminazioni per frode ai danni di investitori e pazienti.
Durante il processo Holmes ha rivelato di essere stata stuprata a Stanford e aver cercato rifugio nell’anziano fidanzato e vice Ramesh Balwani, che l’aveva abusata. Ora ha sposato l’imprenditore alberghiero Billy Evans e ha un figlio. «Ho commesso errori - ha ammesso - ma credevo nella compagnia e non volevo imbrogliare nessuno». Non ha funzionato. È stata riconosciuta colpevole di quattro reati, e rischia fino a vent’anni di prigione. L’innovazione della Silicon Valley invece resta libera e può prosperare, se apprenderà la lezione.