"Sono il nuovo ambasciatore dei talebani", rissa nella sede diplomatica afghana di Roma
di Francesco Bussoletti , di Francesco BussolettiROMA è stata per un giorno al centro della guerra tra talebani e democratici afghani. L’occasione è il tentativo da parte dell’ex numero due dell’ambasciata di Kabul in Italia, Mohammad Naem Kashaf, di intrufolarsi all’interno della sede diplomatica, presentandosi come ambasciatore dell’Emirato Islamico. L’irruzione ha scatenato un parapiglia tra l’uomo e lo staff della sede, conclusosi solo con l’intervento della polizia, che lo ha scortato fuori dall’edificio.
Kashaf, peraltro, non è un afghano qualunque. E’ figlio dell’ex capo del Consiglio degli Ulema, l’organismo nazionale che guida tutti gli studiosi religiosi della nazione asiatica, Mawlawi Qiamuddin Kashaf, deceduto lo scorso anno. Inoltre, fino allo scorso 2 settembre 2021 era il numero due della sede diplomatica nonché il console a Roma. Fu rimosso direttamente dall’ex vice-ministro degli Esteri, Mirwais Naab, su input …
ROMA è stata per un giorno al centro della guerra tra talebani e democratici afghani. L’occasione è il tentativo da parte dell’ex numero due dell’ambasciata di Kabul in Italia, Mohammad Naem Kashaf, di intrufolarsi all’interno della sede diplomatica, presentandosi come ambasciatore dell’Emirato Islamico. L’irruzione ha scatenato un parapiglia tra l’uomo e lo staff della sede, conclusosi solo con l’intervento della polizia, che lo ha scortato fuori dall’edificio.
Kashaf, peraltro, non è un afghano qualunque. E’ figlio dell’ex capo del Consiglio degli Ulema, l’organismo nazionale che guida tutti gli studiosi religiosi della nazione asiatica, Mawlawi Qiamuddin Kashaf, deceduto lo scorso anno. Inoltre, fino allo scorso 2 settembre 2021 era il numero due della sede diplomatica nonché il console a Roma. Fu rimosso direttamente dall’ex vice-ministro degli Esteri, Mirwais Naab, su input dell’allora titolare del dicastero, Mohammad Haneef Atmar.
Ciò fu possibile in quanto i talebani ancora non avevano formato il loro governo dopo aver preso il controllo del paese e, di conseguenza, dovevano ancora affidarsi ai funzionari dell’esecutivo precedente. L’accusa era di aver vilipeso l’autorità della Repubblica, la bandiera e lo stesso ambasciatore Khaled Ahmad Zekriya. In pratica Kashaf è stato licenziato per essersi schierato apertamente con l’Emirato Islamico. Ciò, peraltro, nonostante suo padre fosse un forte sostenitore delle istituzioni democratiche e fosse molto vicino agli ex presidenti Hamid Karzai e Ashraf Ghani.
L’“ambasciatore dei talebani” ha anche tentato una timida difesa, affermando di essere stato cacciato perché aveva denunciato presunti prelievi anomali di Zekriya dal conto corrente della sede. A proposito aveva affermato che la feluca intendeva sottrarre il denaro e fuggire negli Stati Uniti. La bugia, però, ha retto molto poco. Lo stesso ambasciatore – quello vero – l’ha smentita con una semplice frase: per effettuare ogni prelievo la sua firma non è sufficiente; serve necessariamente anche quella di altri due funzionari.
Gli stessi talebani non hanno “coperto” il loro supporter. Il nuovo ministero degli Esteri di Kabul ha diffuso nelle scorse ore un comunicato in cui si smentisce che Kashaf sia un ambasciatore e si precisa che è solo un primo segretario cacciato ingiustamente.
In tutto ciò Zekriya sta combattendo un’ulteriore battaglia contro i fondamentalisti: quella per la sopravvivenza del personale e dell’ambasciata. L’Emirato Islamico ha tagliato il cordone della borsa e non sembra che per il momento voglia allentarlo. Soprattutto dopo che il diplomatico si è rifiutato di riconoscere il governo fondamentalista di Kabul e che ha risposto picche alle richieste provenienti dall’Afghanistan di conoscere i dettagli personali di ogni membro dello staff della sede, anche civile.