Shawe ha cinque anni e il labbro gonfio di dolore. Si è presa un pugno in faccia, gliel’ha tirato un uomo in divisa. Perché Shawe è colpevole: vuole vivere. E così il poliziotto croato l’ha punita e sbattuta indietro, fuori dalla Fortezza Europa. «Siamo scappati dalla violenza dei talebani e abbiamo trovato altra violenza» dice con un filo di voce papà Hussein, mentre cerca di accendere un fuoco tra il fango che si mescola alla neve. Il termometro come l’umanità sono già sotto zero. Hussein è scappato con la famiglia dalle persecuzioni dei talebani e ora si ritrova intrappolato nell’inferno di Velika Kladuša, nord-ovest della Bosnia – Erzegovina, ad appena un centinaio di metri dall'Unione Europea. «Dobbiamo ritentare. E’ la 14 volta che andiamo ‘in game’ e anche se con i bambini è più dura non c’è scelta» spiega. Il ‘gioco’ è la lotteria per entrare, un tentativo dopo l’altro sperando di sopravvivere. Si parte di notte, gli zaini pieni di quel che si può direzione Trieste, in cammino anche con le ciabatte, schivando orsi, lupi, la gelida corrente del fiume Glina, le mine della vecchia guerra ancora sepolte lungo i confini e soprattutto gli abusi della polizia. Un fenomeno strutturato come dimostrano i report dei volontari di Border Monitoring Violence Network che hanno raccolto centinaia di testimonianze di persone respinte con la forza.
Tra le catapecchie senza acqua, elettricità e dignità di Velika Kladuša sono in centinaia a provare il ‘game’ per raggiungere l’Unione Europea. Intere famiglie afghane, partite non dopo l'occupazione di Kabul, ma quando, già da anni, i loro villaggi sono diventati enclave del fanatismo spietato e violento delle milizie fondamentaliste. Fazal ha 17 anni, la felpa di due taglie più piccola e la passione per la lingua inglese: «l’ho imparata a scuola, anche mia sorella Masih, ma poi i talebani hanno obbligato le bambine a non studiarlo più e lei se l’è dimenticata. Sai loro bussano alla porta e da quel momento non hai più scelta: o ti arruoli o prendi la via dell'Europa».
Bosnia, il muro della disperazione
Gli afghani in fuga dai talebani imprigionati alle porte dell’Europa. Tra percosse della polizia e gelo, l’odissea di famiglie e bambini che hanno perso tutto. Ma non la speranza in un futuro migliore
Vite interrotte da un’Europa che nega ogni protezione. Come quelle di Azad e del suo Kurdistan ormai dimenticato, di Nirmala che è arrivata qui dal Tibet a piedi per scappare dalla repressione cinese ed è stata già respinta sette volte, di Ramez che è nata tra le lamiere di amianto in un campo di transito. Ha due mesi, la febbre e la sua mamma non trova un medico. «L’abisso, che il fiume attraversa, è fosco e impenetrabile. La terra è cupa, invisibile, sommersa di pioggia» scriveva lo slavo Miloš Crnjanski in ‘Migrazioni’, il romanzo dell’epica balcanica. Lo smarrimento di ogni patria perduta, la crudeltà insensata delle guerre e quell’attesa della terra promessa che si infrange lungo l’ex linea del fronte della carneficina bosniaca. Davanti alla tenda di Fazal ormai intrisa d’acqua resta solo una sedia a rotelle: "l'hanno portata alcune persone di un villaggio qui vicino, quando la polizia croata ha spezzato le gambe al mio amico Najib. Ora sta bene, ma c'è sempre qualcuno che dal game torna a pezzi”. Poco più in là sventola la bandiera con le stelle dorate simbolo di solidarietà e armonia tra i popoli.
Velika Kladuša, Biha? e i villaggi al confine con la Croazia portano addosso ancora i segni di un paese lacerato, dove molti rivedono nei migranti quello che hanno vissuto: un sistema d’accoglienza che non funziona. E gli europei pronti a chiudere gli occhi davanti ai massacri: come è avvenuto venticinque anni fa a Srebrenica, quando i caschi blu olandesi non mossero un dito per fermare l’eccidio di migliaia di innocenti.
«Questi campi sono continuamente incendiati e sgomberati. I viveri, i medicinali, ogni forma di assistenza arriva dai volontari. Qui come altrove» - constata Andrea Costa in missione insieme i volontari di Baobab Experience, l’associazione nata in strada a Roma da una rete di solidarietà per sopperire alle mancanze delle istituzioni nella tutela delle persone migranti - «Ci rassereniamo quando arriva un aereo con un corridoio umanitario, ma non basta. Non possiamo chiudere gli occhi se l’Europa finanzia la polizia croata per respingere chi ha diritto alla protezione, se costruiamo luoghi dove le persone sono dimenticate e i diritti fondamentali sospesi. Negli ultimi quattro anni la Bosnia ha riconosciuto lo status di rifugiato a nemmeno dieci persone». E così chi è bloccato non ha altra strada che tentare il ‘gioco’ anche a costo di morire.
Stanotte sul telefonino di Costa è arrivata una foto. Un paio di scarpe sul prato con la scritta: “grazie”. Sono le scarpe che Baobab Experience ha donato ad Abdul. In Afghanistan collaborava con Unicef come traduttore ma la furia talebana ha distrutto la sua vita. «Sono entrati in casa e hanno sparato. Mio padre si è accasciato davanti a me. Poi hanno mirato alla mia testa, sono vivo per miracolo. Volevano uccidermi per la mia collaborazione con le organizzazioni internazionali». Abdul è arrivato a Berlino. La chiama la sua «terza chance. La prima è stata quando sono venuto al mondo; la seconda, quando mi sono risvegliato dopo il colpo di fucile, ora che sono arrivato in Europa vorrei riprendere gli studi in medicina». La sua terza chance se qualcuno non continuerà a chiudere gli occhi perché ragiona Costa: «siamo tutti bravi a commuoverci a distanza, ma spesso non ci accorgiamo di come questi muri e fili spinati continuino anche sotto casa nostra».