Australia, il rifugiato iraniano nell'hotel-prigione con Djokovic: "Tutti pensano a lui, ma io sono qui da nove anni"
di Enrico Franceschini , di Enrico FranceschiniLONDRA - "Novak Djokovic si dichiara un prigioniero perché passerà qui dentro nove ore o magari nove giorni, ma alcuni di noi ci sono da nove anni". Il braccio di ferro tra Novak Djokovic e le autorità australiane ha attirato l'attenzione sugli altri "ospiti" del Park Hotel, l'albergo di Melbourne adibito a centro di detenzione per rifugiati a cui si è aggiunto il campione di tennis serbo in attesa di capire se potrà giocare all'Open di Australia o dovrà tornare in patria per il suo apparente rifiuto di vaccinarsi.
"Tutti adesso chiedono come si trova Novak, ma non chiedono di noi, che siamo trattenuti in questo posto da mesi e anni", dice Mehdi Ali, un profugo iraniano che ha presentato richiesta di asilo ma è di fatto prigioniero dell'hotel dal 2013. "Non abbiamo mai visto tanti giornalisti e tante telecamere", afferma guardando in strada dalla finestra, "che delusione risp…
LONDRA - "Novak Djokovic si dichiara un prigioniero perché passerà qui dentro nove ore o magari nove giorni, ma alcuni di noi ci sono da nove anni". Il braccio di ferro tra Novak Djokovic e le autorità australiane ha attirato l'attenzione sugli altri "ospiti" del Park Hotel, l'albergo di Melbourne adibito a centro di detenzione per rifugiati a cui si è aggiunto il campione di tennis serbo in attesa di capire se potrà giocare all'Open di Australia o dovrà tornare in patria per il suo apparente rifiuto di vaccinarsi.
"Tutti adesso chiedono come si trova Novak, ma non chiedono di noi, che siamo trattenuti in questo posto da mesi e anni", dice Mehdi Ali, un profugo iraniano che ha presentato richiesta di asilo ma è di fatto prigioniero dell'hotel dal 2013. "Non abbiamo mai visto tanti giornalisti e tante telecamere", afferma guardando in strada dalla finestra, "che delusione rispetto all'interesse nei nostri confronti".
L'hotel prigione dei rifugiati
Acquistato due anni orsono per 35 milioni di dollari da uno dei maggiori gruppi immobiliari nazionali, il Park Hotel aveva ambizioni differenti, ma le sue 107 stanze sono diventate prima un albergo per la quarantena obbligata durante il lungo lockdown per il Covid e quindi un carcere di fatto per immigrati in attesa di una decisione sul loro status.
La maggior parte di quelli che vi sono alloggiati attualmente proviene da Nauru, l'isola dell'Oceania a lungo sede di un controverso campo di prigionia australiano offshore, da dove sono stati trasferiti per lo più per ragioni mediche. Ufficialmente è un "campo di detenzione alternativo" utilizzato dal governo di Canberra.
Ma la maggioranza di coloro che vi risiedono non ha ricevuto le cure mediche promesse, scrive il Guardian in un servizio da Melbourne. E quella che doveva essere una permanenza provvisoria si è trasformata in una prigionia a tempo indeterminato. Il caso di Medhi Ali, già sollevato da organizzazioni per i diritti umani, è uno dei più eclatanti: profugo iraniano, ha compiuto recentemente il suo 24esimo compleanno chiuso nella spartana stanza in cui arrivò a 15 anni.
Nove compleanni da detenuto
"Nove compleanni da detenuto", racconta al quotidiano londinese. "Ho compiuto qui 16 anni, 17, 18, 19, 20 e via di seguito. Cerco di trovare il modo di riempire le mie giornate per sopravvivere. Se riesco a dormire, dormo più che posso, altrimenti fumo una sigaretta, guardo un film, leggo un libro. Ma in genere non faccio nulla, rimango steso nel letto a occhi aperti".
Appartenente all'etnia araba awhazi, una minoranza perseguitata in Iran, nel 2013 i familiari lo aiutarono a emigrare clandestinamente per via di mare, nella speranza di trovare una vita migliore dall'altra parte del mondo. Da allora è stato detenuto in base alle leggi australiane, a Nauru, a Brisbane e soprattutto a Melbourne, senza trascorrere un solo giorno di libertà: pur non essendo incriminato per alcun reato, rimane in un limbo.
"Il tempo passa ed è davvero triste che la mia gioventù svanisca così", afferma, "non vorrei essere un uomo di mezza età quando uscirò di qui". In teoria c'è un accordo con gli Stati Uniti che sarebbero pronti a dargli asilo, ma il procedimento è lento e non si sa quando verrà trasferito.
Mehdi sostiene di essere stato picchiato e torturato, ha visto compagni di prigionia darsi fuoco per disperazione, tiene un profilo su Twitter per pubblicizzare la sua situazione, che non è unica ma tipica di molti rifugiati del Park Hotel. L'albergo che, da qualche giorno, attira l'attenzione del mondo a causa di Djokovic.