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Kazakistan, i desaparecidos di Almaty. “Speriamo di trovarli in cella e non all’obitorio"

Il volantino di una famiglia che cerca uno dei suoi cari, scomparso nei giorni della rivolta 

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Le voci dei parenti di chi è scomparso durante la repressione ordinata dal presidente Tokayev. "Mio cugino è uscito di casa a piedi, non lo abbiamo più ritrovato". Spariti anche diversi giornalisti locali
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ALMATY - "Cerchiamo Makimov Yerkin Chayakhmetovich, il 4 gennaio è uscito di casa e non è più tornato. Quel giorno indossava un giubbotto nero, jeans neri, un maglione nero a righe bianche, scarpe nere. Se qualcuno lo ha visto, chiediamo di contattarci". La foto di Makimov è appesa con due giri di nastro adesivo al tronco dell'albero vicino all'ingresso dell'obitorio. Lui, come altri, come tanti e non si sa nemmeno il numero preciso, sono stati inghiottiti dalla notte di Almaty. Una notte di fiamme, pistole e rivolta. Sono scomparsi da giorni, a decine. Quasi certamente morti durante la guerriglia urbana. Oppure, è la speranza ultima di chi ha appeso quel volantino, si trovano nelle prigioni di Stato insieme ai 10 mila arrestati dal regime kazako.

Davanti all'obitorio di Kazybek Bi Street c'è la fila. Oggi, come ieri, come ogni mattina da una settimana. Il cancello in ferro battuto dipinto con vernice dorata &egr…

ALMATY - "Cerchiamo Makimov Yerkin Chayakhmetovich, il 4 gennaio è uscito di casa e non è più tornato. Quel giorno indossava un giubbotto nero, jeans neri, un maglione nero a righe bianche, scarpe nere. Se qualcuno lo ha visto, chiediamo di contattarci". La foto di Makimov è appesa con due giri di nastro adesivo al tronco dell'albero vicino all'ingresso dell'obitorio. Lui, come altri, come tanti e non si sa nemmeno il numero preciso, sono stati inghiottiti dalla notte di Almaty. Una notte di fiamme, pistole e rivolta. Sono scomparsi da giorni, a decine. Quasi certamente morti durante la guerriglia urbana. Oppure, è la speranza ultima di chi ha appeso quel volantino, si trovano nelle prigioni di Stato insieme ai 10 mila arrestati dal regime kazako.

Davanti all'obitorio di Kazybek Bi Street c'è la fila. Oggi, come ieri, come ogni mattina da una settimana. Il cancello in ferro battuto dipinto con vernice dorata è chiuso. Drappelli di padri e madri e sorelle e fratelli attendono da ore, in silenzio. Sono venuti a riconoscere i cadaveri. Due agenti in tenuta antisommossa, con giubbotto antiproiettile e fucile, controllano la situazione dalle inferriate. I soldati rimangono un po' più indietro lungo la Kazybek Bi Street, dove sono parcheggiati furgoni da lavoro. Le autorità kazake hanno riferito che nel mezzo del caos i rivoltosi hanno assaltato anche questa camera mortuaria per riprendersi i corpi dei loro caduti. Sette giorni dopo, segni della loro intrusione non se ne vedono.

I pochi che hanno qualcosa da dire, lo dicono sottovoce. "Sto cercando mio cugino", borbotta Arman. La faccia indurita, la mano destra in tasca e la sinistra con una sigaretta tra le dita. Indossa una giacca troppo leggera per gli zero gradi che fanno. "Il 4 gennaio mio cugino aveva una qualche commissione da fare, non so bene cosa. È uscito di casa a piedi, non lontano dall'Akimat, il municipio incendiato. Non è più rientrato. Abbiamo chiamato tutti gli ospedali, non c'è. Forse è qui dentro, sono venuto a chiedere". Lo dice senza variare espressione o tono della voce, è infastidito dalla presenza di un giornalista. Arman è una sfinge.

Sergej invece suo fratello l'ha trovato. È dentro un sacco bianco oltre il cancello in ferro battuto. "L'ho visto uscire dal nostro appartamento la mattina del 4 per partecipare alla protesta". Chiedergli se era tra i pacifici o tra i violenti è una perdita di tempo. "Non lo so, forse sì, forse no...". Stamattina presto un dottore ha telefonato a Sergej. "Mi ha informato che mio fratello è qui e che è morto perché è stato accoltellato". Accoltellato da chi? "Non me l'ha detto". E quando è morto? "Non me l'ha detto". Dove? "Non me l'ha detto". Sergej è stato chiamato per portare via la salma, a proprie spese. "Un amico mi ha prestato il suo furgone, è parcheggiato lì". Più che un furgone è un monovolume bianco, di quelli che si usano per andare in vacanza. "Quando mi convocano, vado a fare il riconoscimento e me lo porto via così lo possiamo seppellire". Sono le 11.30, una trentina di persone in fila. Una giovane donna col cellulare all'orecchio piange in modo composto. Una macchina nera entra nel piazzale sterrato e carica un sacco bianco sui sedili posteriori. Escono due ambulanze, una dopo l'altra. Arman continua a fumare. Sul muro di cinta dell'obitorio c'è lo stemma di una città che non sa nemmeno quanti morti deve piangere.

Il numero delle vittime del "tentato colpo di Stato", come il presidente kazako Kassjm-Jomart Tokayev ha definito l'attacco ai palazzi delle istituzioni di Almaty, è tuttora incerto. Dal ministero della Salute quattro giorni fa era trapelata una cifra, 164 deceduti di cui la gran parte (107) ad Almaty, però il dato è stato subito smentito. Errore tecnico, hanno detto. È chiaro che così nessuno si fida più. Le code agli obitori e le famiglie che vanno in cerca dei dispersi sembrano raccontare una storia differente. Il governo non dice una parola sull'identità dei rivoltosi. Le tv e i media di Stato mostrano i funerali dei 18 poliziotti uccisi nei disordini, ma degli altri niente. Come si chiamavano? Da dove venivano? Perché erano in piazza? Perché hanno spaccato tutto? Quel poco che si è capito - tra la gente che manifestava per le riforme e il tetto ai prezzi del gpl, c'erano ragazzi disoccupati dei sobborghi, bande di criminali, anarchici filorussi, forse anche qualche islamista - lo si è appreso dai testimoni. Tokayev non fa distinzioni, per lui sono tutti "terroristi" che volevano destabilizzare la Repubblica e tanto gli basta. È venuto ad Almaty in visita, ha incontrato le famiglie degli agenti e dei soldati ammazzati, ha ripercorso il tragitto seguito dall'Orda che dalle periferie è arrivata in centro camminando, distruggendo e saccheggiando per chilometri senza essere bloccata. Fino al pomeriggio del 5 gennaio, non c'è stata reazione. Poi gli uomini in divisa, su ordine del loro presidente, hanno iniziato a sparare a vista.

Non si sa niente dei morti e non si sa niente degli arrestati. Il ministero degli Affari Interni kazako si limita ad aggiornare il numero dei fermi e dei processi aperti, che sono più di 400. Sono scomparsi pure giornalisti e attivisti, come denuncia Amnesty International. Della cronista Makhambet Abzhan non si hanno notizie dal 6 gennaio. Il direttore di Uralskaya Nedelya è detenuto perché accusato di aver violato le norme dei cortei. Due giornalisti di Radio Azattyk sono stati prelevati e interrogati mentre facevano il loro lavoro. E la testata indipendente Ferghana è stata costretta dalle autorità a rimuovere i servizi sulla crisi.

A sera, le sirene del coprifuoco continuano a svuotare le strade di Almaty. La capitale economica del Kazakistan sta provando a rialzarsi e da oggi inizia il ritiro delle forze speciali straniere, mandate dalla Russia e dalle ex Repubbliche sovietiche in nome del patto di difesa regionale attivato per la prima volta. Hanno rimesso in funzione l'aeroporto, la Rete è di nuovo accessibile. All'obitorio di Kazybek Bi Street ci sono ancora sacchi bianchi da portare via.