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Chi è Aafia Siddiqui, "Lady Al Qaeda"

Una manifestazione per chiedere la liberazione di Aafia Siddiqui a Karachi nell'ottobre scorso 
Pachistana, laureata in neuroscienze negli Stati Uniti presso il prestigioso Mit, è legata agli ambienti che hanno organizzato l'attentato dell'11 settembre. Nel 2010 gli Usa l'hanno condannata a 86 anni di carcere per aver cercato di uccidere un soldato. L'Isis ne aveva chiesto la liberazione in cambio della vita del giornalista Foley, poi decapitato
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"Non la lasceremo morire in una cella in America". Così diceva dal Pakistan, dodici anni fa, la famiglia di Aafia Siddiqui. Sui motivi per cui la donna, madre di tre figli, laureata in neuroscienze in una delle più prestigiose università americane, il Massachussetts Institute of Technology (Mit), fosse in cella, solo silenzio: perché per i familiari né l'aver tentato di uccidere i soldati americani che erano andati ad interrogarla né l'aver tentato di trafugare sostanze chimiche per conto di Al Qaeda, erano reati. Piuttosto, contributi alla jihad globale proclamata da Osama bin Laden.

Il fantasma di Aafia Siddiqui è tornato ad occupare gli incubi degli americani ieri pomeriggio, quando un uomo che si è identificato come il fratello della donna - ma la notizia è stata smentita dalla famiglia - ha fatto irruzione in una sinagoga di Colleyville, poco lontano da Forth Worth, in Texas, e preso in ostaggio il …

"Non la lasceremo morire in una cella in America". Così diceva dal Pakistan, dodici anni fa, la famiglia di Aafia Siddiqui. Sui motivi per cui la donna, madre di tre figli, laureata in neuroscienze in una delle più prestigiose università americane, il Massachussetts Institute of Technology (Mit), fosse in cella, solo silenzio: perché per i familiari né l'aver tentato di uccidere i soldati americani che erano andati ad interrogarla né l'aver tentato di trafugare sostanze chimiche per conto di Al Qaeda, erano reati. Piuttosto, contributi alla jihad globale proclamata da Osama bin Laden.

Il fantasma di Aafia Siddiqui è tornato ad occupare gli incubi degli americani ieri pomeriggio, quando un uomo che si è identificato come il fratello della donna - ma la notizia è stata smentita dalla famiglia - ha fatto irruzione in una sinagoga di Colleyville, poco lontano da Forth Worth, in Texas, e preso in ostaggio il rabbino Charlie Cytron-Walker e almeno tre fra le persone in preghiera.

Al momento dell'irruzione la funzione dello Shabbat era trasmessa in livestreaming su Facebook: dagli audio, riferiscono i giornali del Texas, si è potuta ascoltare la prima parte della negoziazione fra l'uomo e la polizia. Parlava di Islam, di una sorella detenuta in un carcere americano e della certezza di dover morire presto. Poco dopo l'interruzione della trasmissione, Abc ha dato la notizia che il sospetto era stato identificato come Mohammed Siddiqui, fratello di Aafia, detenuta nel carcere di Cardwell, a poca distanza da Forth Worth, dove sconta una condanna a 86 anni, inflittale nel 2010.


Soprannominata Lady Al Qaeda, Siddiqui è stata la prima donna a unirsi alla jihad di Bin Laden e a diventare per questo nota in tutto il mondo: un esempio per generazioni di donne che hanno scelto di seguire il suo cammino. Dalla belgo-marocchina Malika el Aroud, la vedova nera della jihad, il cui marito fu uno degli uomini che uccisero il comandante Ahmed Shah Massud in Afghanistan alla vigilia dell'11 settembre 2001. Alle americane Colleen LaRose e Jamie Paulin-Ramirez, che presero parte al complotto per uccidere il vignettista svedese Lars Vilks. Alle centinaia di ragazzine occidentali che si sono unite allo Stato islamico in Siria negli anni della sua espansione.

 

Siddiqui, madre di tre figli, è un'ex studentessa del prestigioso Mit con un dottorato in scienze neurologiche. Nel 2002, dopo gli attacchi alla Torri Gemelle, tornò in Pakistan: ma era già sotto la lente degli americani, che l'avevano interrogata per presunte attività di sostegno ad Al Qaeda. Nel Paese di origine divorziò e dopo sei mesi sposò un nipote di Khalid Sheikh Muhammad, considerato la mente dell'11 settembre. Subito dopo l'arresto dell'uomo, nel 2003, sparì: arrestata senza mandato dagli americani e portata - unica donna - nella base aerea di Bagram, dove fu detenuta, stuprata e torturata per cinque anni, denuncia la famiglia. Ma la sua vicenda non è mai stata chiara. Gli americani sostengono che, oltre al sostegno logistico, stesse cercando di procurarsi materiale chimico da fornire ad Al Qaeda: ma non l'hanno processata per questo, bensì "solo" per aver tentato di uccidere un soldato americano giunto ad interrogarla in Afghanistan nel 2008. L'America ha sempre negato di averla tenuta prigioniera prima di quell'episodio, consegnando dunque al mistero i cinque anni che vanno dalla sua scomparsa all'attacco al militare.

Forte è sempre stata la mobilitazione degli ambienti più estremisti dell'Islam per liberarla: l'Isis chiese la sua libertà in cambio della vita di James Foley, giornalista americano catturato in Siria e poi decapitato. Il governo del Pakistan ha a più riprese protestato per la sua detenzione con la Casa Bianca, portando al livello di guardia le relazioni fra i due Paesi. A livello di opinione pubblica globale l'ultima campagna - virale su Twitter - è scattata a settembre, dopo che si era diffusa la notizia di un'aggressione ai suoi danni in carcere.