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Soldi, sesso e potere: l'era oscura del buddismo

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Il clero spesso sostiene regimi liberticidi purché supportino gli ordini monastici. La vocazione sacerdotale declina, anche a causa dei numerosi scandali finanziari. Un mercato di crediti per una migliore reincarnazione che assomiglia alla vendita di indulgenze che fece indignare Lutero. E la corsa ad attirare i giovani passa nel metaverso con monaci virtuali ed effetti speciali che di fatto negano l'essenza stessa di questa fede Questo contenuto fa parte della newsletter Continental Breakfast, una selezione di articoli pubblicati dall'alleanza LENA (Leading European Newspaper Alliance). Per vedere un'anteprima cliccate qui / Per iscrivervi e riceverla ogni settimana sulla vostra casella di posta elettronica cliccate qui  
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BANGKOK – Chiamato semplicemente Thay, o insegnante in vietnamita, il monaco Thích Nhat Hanh è morto il 22 gennaio scorso con funerali sobri come la sua persona. Un caso a sé nel panorama religioso e politico del buddhismo contemporaneo, la sua produzione libraria è stata paragonabile a quella del leader tibetano Dalai lama, ma senza alcun titolo e autorità se non quella morale di maestro della disciplina zen. E’ una corrente del buddhismo che va all’essenza dei principi di responsabilità individuale per un accesso diretto alla “verità ultima” attraverso la pratica e l’esercizio della presenza mentale. 

Le sue battaglie spirituali sono state di fatto anche politiche, contro la dittatura comunista viet e - da esule in occidente – più en large contro la pigrizia mentale dei contemporanei, persi nelle mille distrazioni di un mondo materiale destinato a dissolversi. “Quando inspir…

BANGKOK – Chiamato semplicemente Thay, o insegnante in vietnamita, il monaco Thích Nhat Hanh è morto il 22 gennaio scorso con funerali sobri come la sua persona. Un caso a sé nel panorama religioso e politico del buddhismo contemporaneo, la sua produzione libraria è stata paragonabile a quella del leader tibetano Dalai lama, ma senza alcun titolo e autorità se non quella morale di maestro della disciplina zen. E’ una corrente del buddhismo che va all’essenza dei principi di responsabilità individuale per un accesso diretto alla “verità ultima” attraverso la pratica e l’esercizio della presenza mentale. 

Le sue battaglie spirituali sono state di fatto anche politiche, contro la dittatura comunista viet e - da esule in occidente – più en large contro la pigrizia mentale dei contemporanei, persi nelle mille distrazioni di un mondo materiale destinato a dissolversi. “Quando inspiriamo e sappiamo che stiamo inspirando, questa è consapevolezza” scrisse. 

Prima di trasferirsi già novantenne dal suo primo centro occidentale del Plum village in Francia nel monastero dove prese i primi voti da novizio e dove è morto, il venerabile monaco zen fece un viaggio in Thailandia, regno buddhista Theravada (o scuola degli antichi) già da molti secoli. Venne a curarsi per qualche settimana e a camminare in meditazione in un incantevole parco nazionale ospite dei suoi discepoli del Thai Plum Village nel remoto villaggio di Pakchong. Pochi e selezionati gli ospiti, compresi molti thailandesi stanchi di monaci e abati al centro di piccoli e grandi scandali nazionali. 

Contrariamente agli insegnamenti del Buddha sulla transitorietà dei fenomeni, in Thailandia come in altri paesi d’Oriente il clero tende infatti a rendere eterni e saldamente al potere i vari regimi del sud e sud est che supportano gli ordini monastici. Nello Sri Lanka i religiosi ortodossi hanno aiutato i governi buddhisti cingalesi a perseguitare l’etnia hindu Tamil; nel Myanmar i soldati golpisti hanno ricevuto la benedizione di gran parte delle alte gerarchie clericali e il supporto via social di predicatori come il “Bin Laden buddhista” U Wirathu durante il genocidio del popolo musulmano dei Rohingya. Ancora oggi i militari che vanno a farsi benedire nei templi uccidono dissidenti della propria stessa religione ed etnia Bamar (birmana), oltre a mantenere sotto il controllo del terrore  le regioni dei cristiani Kachin, Karen, Shan e quelle degli animisti delle tribù collinari.

L’elenco delle dittature filo-buddhiste è lungo e comprende il Laos retto dei rigidi filo-cinesi del Patet Lao che perseguitano i Hmong cristiani e la Cambogia, dove un devoto dell’Illuminato di nome Hun Sen ha abolito ogni opposizione e arrestato, fatto sparire o esiliato i leader. Ha perfino dichiarato guerra alla vicina Thailandia per il possesso di un tempio sui confini dopo che è diventato Patrimonio Unesco e dunque fonte di turismo. Oltre al piccolo regno del Bhutan che pratica una forma di buddhismo originaria del Tibet e almeno a parole calcola il benessere col parametro del “prodotto lordo di libertà”, la Thailandia è l’unico paese dove sopravvive - pur tra piccole e recentemente violente scosse sociali - una monarchia considerata erede sacra delle dinastie che introdussero ufficialmente nel XIII secolo la nuova religione. 

La devozione nel Buddha ancora accomuna qui dopo 800 anni il povero e il ricco, il guidatore di risciò e lo stesso sovrano, anche se la dinastia Chakri da un secolo e mezzo possiede un proprio “sangha” – una comunità di monaci – distinta da quella più popolare e maggioritaria detta Mahanikani. E’ un legame profondo evidente fin dall’alba di ogni giorno, quando milioni di thai si prostrano fuori dalle loro case per offrire cibo ai monaci che mangiano solo colazione e pranzo, non oltre mezzogiorno. 

I tempi però cambiano e in Thailandia come nei paesi cattolici la vocazione sacerdotale declina, anche a causa dei numerosi scandali che hanno sconvolto la vita del più vasto sangha dei praticanti buddhisti che sono qui 50 milioni. Piccole e grandi truffe con la scusa di costruire templi sono uscite sempre più allo scoperto coinvolgendo nel recente passato perfino la figura del Sangharaja, o Supremo Patriarca della comunità, considerato vicino a una certa controversa fazione politica e religiosa. A tradirlo sarebbe stata la sua passione per le auto vintage ma soprattutto il suo ruolo nelle faide ad altissimo livello per il controllo su milioni di fedeli, di voti e di soldi delle offerte. Da qui le numerose violazioni alle regole dell’"ottuplice sentiero” buddhista del Retto Pensiero, Retta Parola, Retta Azione, Retta Condotta di vita e così via. 

Anche il capo dell’Ufficio nazionale del buddhismo è rimasto coinvolto nel più grave scandalo di appropriazione indebita degli ultimi decenni, in un paese dove i 41mila templi disseminati da nord a sud già ricevono sovvenzioni pubbliche per 3 miliardi di baht, centinaia di milioni di dollari. Con lui sono finiti in manette tra lo choc dei devoti abati di luoghi importanti anche turisticamente come Wat Arun, detto tempio dell’Alba affollato prima del Covid di turisti da tutto il mondo e di fedeli che - ignari delle truffe – lasciavano i loro oboli convinti di accumulare così quelli che il Buddha chiamava “meriti”. Sono i crediti per un karma migliore nelle successive rinascite, acquisiti attraverso la buona azione del donare per liberarsi dalla zavorra del mondo.

Peccato che abati e funzionari si dividessero quei soldi – di certo assieme a più alte autorità civili - con la scusa di costruire nuove pagode e sale di meditazione con tanto di timbro dell’Ufficio del buddhismo. Si è scoperto infatti che solo il 10 per cento delle donazioni finiva davvero in opere pie. Ma gli esempi di cattive azioni commesse dal clero thai e dai loro padrini sono talmente tanti che i sudditi ormai disillusi ne hanno perso il conto. Dozzine di monaci sono finiti in manette per essersi arricchiti con l’abito arancione (uno di questi possedeva un jet personale), ottenendo potere e favori sessuali, come accade del resto in molte altre chiese del mondo. L’anziano Ajarn Sulak, un ex giornalista colto e influente da tempo parla di “era oscura del dharma”, ovvero di una degenerazione della vita religiosa. 

Il risultato è che tra le nuove generazioni, a cominciare dai “ribelli” anti-governativi e anti-monarchici, serpeggia una inedita diffidenza, una delle ultime e tante cause dello spopolamento nei monasteri dove ogni ragazzo thai passa tradizionalmente ogni anno alcuni giorni o settimane come novizio. Ma l’apparato clericale mantiene una ferma rigidità anche nelle forme esteriori della devozione e del catechismo. Per legge ad esempio è vietato modificare offensivamente l’immagine iconica del maestro in meditazione, o associare – come ha fatto Thich Nhat Hanh - i suoi insegnamenti a tendenze new age come la stessa mindfullness. Buddhista nella sostanza è solo chi rende mentalmente omaggio ai tre gioielli, il Buddha stesso, il dharma (la sua dottrina) e il sangha, ovvero, come visto, soprattutto ai monaci. 

Ma chi si celi sotto quegli abiti color arancio è un quesito che si sono posti sempre più spesso poliziotti e magistrati thai. Attorno a Bangkok ha sede la più ricca e – forse –più influente scuola o sètta del buddhismo thai con milioni di discepoli anche all’estero, Italia compresa, riconosciuta dalle Nazioni Unite come Ong culturale. Si chiama Dhammakaya, o Dimensione religiosa, e a differenza di tutte le altre derivazioni del Theravada si basa soprattutto su un metodo preciso e facile - per chi può permetterselo economicamente - di accumulazione dei meriti anche via Internet, pagando con carta di credito per ottenere qualcosa di paragonabile alle Indulgenze della Chiesa occidentale. Se non fosse che il processo assume qui forme farsesche. 

All’interno del Wat Phra Dhammakayo svetta il Cetyia, uno stupa (monumento, ndr.) futurista a forma di cupola paragonato da tutti a una base spaziale Ufo, dove sono contenuti ben 300mila Buddha d’oro massiccio. Molti sono già stati acquistati, o meglio sponsorizzati da un numero imprecisato e segreto di devoti laici e solitamente ricchi convinti di accumulare un numero superiore di meriti se la loro statua si trova più vicina alla cupola. Beneficiaria dell’asta che ha luogo soprattutto online è la Fondazione che gestisce il tempio, diretto da un Abate che vive nascosto da almeno sei anni, forse all’interno dello stesso complesso templare, per sfuggire ai numerosi ordini d’arresto per truffa aggravata. L’ultimo, uno scandalo che mise sul lastrico qualche anno fa 50mila poveri devoti pensionati che si erano fidati dell’assicurazione per la vecchiaia messa su da un uomo d’affari beneficiario di 33 milioni di dollari per conto del sacerdote svanito. 

Questo 77enne chiamato “Guerriero della luce”, al secolo Luang Por Dhammajayo, è considerato dai discepoli il comandante del loro esercito di crociati contro l’avanzare delle tenebre, per esempio l’Islam, e non a caso la sètta è legata al clero fondamentalista birmano. Per impedire l’accesso alla polizia che aveva vari mandati di perquisizione e di arresto per lui, si sono asserragliati a migliaia attorno al tempio tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017. Da allora nessuna autorità si è più azzardata ad entrare, tranne qualche tentativo sempre andato a vuoto. Qualcuno sospetta che la polizia cercasse su mandato del governo soprattutto le casseforti dell’abate, e un ex vice abate pentito della sètta di nome Dr. Mano Laohavanich ha rivelato casi di mariti coi conti bancari milionari ridotti sul lastrico da mogli convinte di acquistare “meriti” anche per loro comprando un Buddha d’oro, lo volessero o meno. 

Fatto sta che dalla fine degli anni ’90 – quando iniziarono i sospetti - la Dhammakaya continua a crescere contro la tendenza opposta delle altre scuole e a mantenere stretti contatti con ambienti politici, membri della casa reale e ricche famiglie di imprenditori. Durante le cerimonie del Vesak che celebrano nascita, illuminazione e paranirvana del Buddha, fino a un milione di persone si sono sedute perfettamente allineate nel parco attorno al Duomo delle 300mila statue d’oro, ciascuno con la sua candela per beneficiare - anche i più poveri tra loro - dei meriti accumulati dai fortunati possessori della cupola.

I più non fanno mistero delle loro elargizioni e ne parlano nei video trasmessi dagli schermi disseminati nel complesso templare o sui siti Internet della sètta dove i loro ottenimenti spirituali e materiali sono visibili a tutti grazie al tipo di stendardo con un fiore portato all’occhiello. Corrisponde al livello di offerta fatta e – per i più fortunati - alla posizione della propria statuina nel grande mandala di Buddha d’oro del Cetyia. 

Ma il vero segreto del successo del metodo Dhammakaya sta nella semplicità delle tecniche di meditazione. Non servono tante preghiere complicate in pali ma un solo mantra ripetuto il più possibile anche sottovoce. E’ una tecnica simile a quella della sètta giapponese Soga Gakkai, una delle oltre 8000 attribuite all’Illuminato da qualche “riscopritore” moderno. Nel 1910 il mantra miracoloso della Dhammakaya fu trovato da un monaco di nome Luang Pu Sodh, assieme ad altri insegnamenti che secondo lui risalivano al Buddha stesso ma erano andati perduti. Vero o falso, la sua scuola guidata oggi dall’abate ricercato è considerata il prototipo della futura chiesa buddhista moderna asiatica, estremamente mistica quanto materialista e adattabile. Una chiesa disposta ad usare ogni strumento tecnologico sulla via della conversione di masse sempre più larghe alla Religione dei Guerrieri di Luce, che ha il suo centro irradiante nella cupola del Chetya visitabile agilmente con un clic. 

I vecchi rosari di sandalo con 108 grani della tradizione sono stati ormai da tempo sostituiti tra i fedeli di Wat Dhammakayo da una minuscola pulsantiera come quella usata per contare i passeggeri aerei. Ognuno puo’ calcolare così a fine giornata il numero di recite del magico mantra-incantesimo capace di proteggere da ogni male e predisporre una rinascita migliore.  Ma questo piccolo espediente meccanico, come i carrelli del supermercato usati al posto delle antiche ciotole per raccogliere le offerte dei fedeli, non sono lontanamente paragonabili alle innovazioni rituali che la Dhammakaya sta apportando con la meditazione virtuale. Il suo progetto di Metaverso è ispirato a quello ben più ampio e laico del fondatore di Facebook e c’è già nei siti web della Dhammakaya una mostra online chiamata Muthita che simula un'atmosfera da universo immaginario a 360 gradi, accessibile con gli occhiali AR o attraverso tutti gli schermi, sia di computer che di smartphone.

I tradizionalisti temono non senza ragioni stavolta l’impatto mentale sui praticanti di meditazione degli algoritmi della Realtà virtuale aumentata, capaci di creare nuovi mondi paralleli e dunque in grado di moltiplicare l’illusione che tutto sia perfettamente reale, mentre il Buddha disse di osservare le proprie stesse proiezioni mentali e non crearne di altre. Ma la Dhammakaya non se ne cura. Alla stessa Fondazione è attribuita anche l’invenzione del primo monaco virtuale a immagine umana che da qualche giorno insegna il dharma attraverso un’app. Due settimane fa è stato presentato alla stampa thailandese e ha detto con voce leggermente metallica di chiamarsi Phra Mana AI e di avere 30 anni, di capire il "mondo degli adolescenti" e di sapergli parlare di religione in modo preciso e non convenzionale, sfruttando i linguaggi trend dell’era digitale. L'abate AI è il corrispettivo cibernetico dei due ormai celebri monaci che hanno pagato lo scorso anno con severi richiami all’ordine e l’abbandono del saio i loro tentativi di usare gerghi giovanili e metafore satiriche per rendere più digeribili gli antichi e barbosi insegnamenti in pali e sanscrito. 

Phra Maha Praiwan e un altro monaco dello stesso tempio, Phra Maha Sompong Talaputto, avevano un’audience che sfiorava a settembre 2021 i due milioni nei loro talk show live trasmessi in streaming da una stanzetta del monastero durante le restrizioni Covid. Prendevano in giro gli affari politici e il bigottismo eccessivo, ma soprattutto ridevano a crepapelle, sbellicandosi per le loro stesse battute, un comportamento giudicato contrario a ogni regola di comportamento decoroso e sempre moderato prescritto dai voti monastici. Dopo una prima convocazione da parte del Consiglio supremo del Sangha e una estenuante trattativa sulle percentuali, i due avevano accettato di ridurre del 50 per cento il tempo dedicato agli scherzi. Ma la pressione del clero e dei laici tradizionalisti - incluse minacce di morte - divenne talmente forte da consigliarli di chiudere il programma, levarsi la tonaca e tornare dalle proprie madri che per anni non avevano potuto abbracciare per via dei voti monastici. 

Nessuno di loro aveva gli stessi “protettori” e lo stesso potere dei religiosi Dhammakaya, accusati di ben più estese e gravi violazioni dell’ordine religioso. Così come sola e indifesa si era trovata tre anni fa una studentessa di belle arti che aveva dipinto il Buddha con il costume del supereroe giapponese Ultraman. Le copie digitali dell’opera circolate online erano andate letteralmente a ruba specialmente tra i giovani, ma la sua università sollecitata dal Consiglio del Sangha ne ha vietato la vendita giudicandole blasfeme. Ignoto resta anche il nome dell’autrice.