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La Francia è pronta a lasciare il Mali, ma resta l'impegno nel Sahel

(reuters)
Con l'espulsione dell'ambasciatore francese da parte della nuova giunta militare e i mercenari russi di Wagner ormai padroni a Bamako, Parigi rivede le sue strategie. Potrebbe spostare contingenti in Paesi vicini come Costa d'Avorio, Benin, Togo, e trasformare la sua presenza in Niger e Ciad, ma senza lasciare il Sahel, zona strategica per le rotte migratorie ma anche per combattere le nuove ramificazioni di Al Qaeda e Stato islamico
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PARIGI - La Francia volta pagina sull'intervento militare in Mali. Con l'espulsione dell'ambasciatore francese da parte della nuova giunta militare e i mercenari di Wagner che si comportano ormai da padroni a Bamako, l'annuncio della svolta è questione di giorni. "Abbiamo bisogno di un rapido chiarimento. Non possiamo permetterci di lasciare i nostri soldati in zone d'ombra, esponendoli a rischi" spiega a Repubblica una fonte diplomatica francese che segue da vicino il dossier. Dopo l'ennesimo colpo di Stato, la presenza dei militari francesi in Mali ha già cominciato a diminuire, sono state chiuse tre basi nel nord, ma restano comunque oltre tremila uomini impegnati nella missione Barkhane lanciata nove anni fa dal presidente François Hollande per difendere l'allora governo di Bamako contro gli insorti. Una decisione presa dalla Francia in relativa solitudine all'epoca, tranne poi, con l'arrivo di Emmanuel Macron all&…

PARIGI - La Francia volta pagina sull'intervento militare in Mali. Con l'espulsione dell'ambasciatore francese da parte della nuova giunta militare e i mercenari di Wagner che si comportano ormai da padroni a Bamako, l'annuncio della svolta è questione di giorni. "Abbiamo bisogno di un rapido chiarimento. Non possiamo permetterci di lasciare i nostri soldati in zone d'ombra, esponendoli a rischi" spiega a Repubblica una fonte diplomatica francese che segue da vicino il dossier. Dopo l'ennesimo colpo di Stato, la presenza dei militari francesi in Mali ha già cominciato a diminuire, sono state chiuse tre basi nel nord, ma restano comunque oltre tremila uomini impegnati nella missione Barkhane lanciata nove anni fa dal presidente François Hollande per difendere l'allora governo di Bamako contro gli insorti. Una decisione presa dalla Francia in relativa solitudine all'epoca, tranne poi, con l'arrivo di Emmanuel Macron all'Eliseo, cercare di coinvolgere di più i partner europei, riuscendoci solo in parte.

Ora il leader francese vuole evitare l'effetto Afghanistan: una ritirata non preparata e non coordinata con gli altri partner. Sono ore di concertazione tra Parigi e le altre capitali europee per capire come riposizionarsi in vista del vertice Ue-Africa previsto il 17 e il 18 febbraio a Bruxelles, in un contesto sempre più teso, con il nuovo colpo di Stato in Burkina Faso e vari focolai di instabilità nella regione del Sahel. "La consultazione internazionale è essenziale perché non si tratta di un problema franco-maliano. La missione Barkhane fa parte di un sistema più globale" ricorda il diplomatico francese accennando alla missione dell'Onu, Minusma, dove la Germania ha oltre mille soldati. E benché il risentimento anti-francese sia il più evidente nelle piazze e nei messaggi della giunta maliana, anche un piccolo Paese come la Danimarca è stato costretto a richiamare il suo contingente mentre Norvegia e Spagna che pensavano di partecipare all'intervento hanno già fatto sapere di averci ripensato.

Diverse ipotesi sono sul tavolo. La Francia potrebbe spostare contingenti in Paesi vicini come Costa d'Avorio, Benin, Togo, e trasformare la sua presenza in Niger e Ciad. L'idea di fondo è partire in modo graduale dal Mali ma restare nel Sahel, zona strategica per le rotte migratorie ma anche per combattere le nuove ramificazioni di Al Qaeda e Stato islamico. "Nei loro messaggi queste organizzazioni dicono che l'Africa occidentale è il loro obiettivo principale in termini di espansione" continua il diplomatico francese. "E hanno un'agenda di proiezione esterna, anche verso i territori europei. Quindi abbiamo un interesse diretto a poter continuare ad agire". L'idea, spiegano ancora a Parigi, è un "dispositivo più agile, che permetta di intervenire al livello della macro-regione del Sahel".

La presenza di Wagner 

Il contesto a Bamako si era già deteriorato con "il golpe nel golpe" come l'ha definito Macron l'estate scorsa. La nuova giunta militare ha chiarito di non volersi sottoporre a un voto democratico e intanto ha avviato una collaborazione con il gruppo Wagner a cui il governo versa qualcosa come 1,5 milioni di euro al mese, secondo le informazioni che circolano a Parigi. Il legame con Mosca è provato nei fatti, benché negato da Vladimir Putin. L'intelligence francese ha tracciato aerei russi atterrati in Mali per scaricare mercenari presi in Libia e Siria. "È inconcepibile che l'esercito francese sia direttamente o indirettamente legato a Wagner", commenta la fonte diplomatica d'Oltralpe. "Non è un partner come un altro. È un gruppo che si comporta come una milizia e lavora con regole d'ingaggio che non hanno nulla a che vedere con le nostre". L'Onu sta già indagando su abusi commessi su civili nella Repubblica Centrafricana dove Wagner è da tempo inserito nel regime.

La cacciata qualche giorno fa dell'ambasciatore Joël Meyer, provocata secondo la giunta dalle dichiarazioni critiche del ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian, rende ormai difficili le comunicazioni tra Parigi e Bamako. Ma la Francia avrà bisogno di tempo e della collaborazione del governo per organizzare il richiamo dei suoi soldati. Si spiega quindi perché al momento la diplomazia francese tiene un profilo basso, non ha preso misure di ritorsione a quella che l'opposizione in patria definisce come una "umiliazione". A due mesi dal voto per le presidenziali, quasi tutti i leader francesi chiedono di ritirare l'esercito dal Mali dove la Francia ha perso cinquantatre soldati. "Nel Sahel la Francia paga errori del passato ma la responsabilità è europea" commenta l'ex viceministro Mario Giro, membro della Comunità di Sant'Egidio. "Non siamo riusciti a sostituire con una politica europea quella delle ex metropoli coloniali. Ossessionati solo dalle migrazioni - conclude Giro - siamo rimasti ciechi davanti agli enormi cambiamenti africani che invece vanno presi sul serio". 

La decisione di Macron sembra ormai ineluttabile. "Quando non ci sono più le condizioni per un'azione efficace contro i gruppi terroristici - conclude la fonte diplomatica francese - non dovremmo più cercare di rimanere coinvolti a tutti i costi". È anche una brutta notizia per chi spinge verso la Difesa europea. Con la fine dell'intervento francese in Mali scomparirà Takuba, la missione europea a cui partecipa l'Italia, che aveva l'ambizione di dimostrare la capacità dell'Ue di proiettarsi militarmente nelle zone vicine d'influenza. "L'esperienza di Takuba, cioè di forze speciali europee che lavorano con le loro controparti africane, potrebbe essere replicata in altri Paesi della regione" è l'auspicio della fonte diplomatica.

La débâcle francese peserà nelle discussioni a Bruxelles sulla bussola strategica e il lancio della forza di intervento europea di cinquemila soldati. A Parigi non è stato gradito l'invito a Roma di alcuni leader indipedentisti del nord del Mali. "Un esercizio organizzato da una Ong di cui non capiamo né il senso e né lo scopo nel contesto attuale" commenta la fonte diplomatica francese anche se da Roma è arrivato il messaggio che l'operazione non aveva nessuna copertura politica. Il rischio in Africa, come altrove, è che gli europei tornino ad affrontare le varie crisi in ordine sparso e riproducendo vecchie rivalità.