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Olimpiadi di Pechino, una atleta uigura per accendere la torcia: la scelta politica della Cina

Dinigeer Yilamujian e Zhao Jiawen con la torcia olimpica all'apertura dei Giochi invernali di Pechino (ansa)
La fondista Dinigeer Yilamujiang è un messaggio ai paesi che hanno scelto il boicottaggio diplomatico proprio in segno di protesta per il trattamento riservato alla minoranza dello Xinjiang. Xi vuole dimostrare l'unità della nazione, convincere il mondo che i campi di rieducazione sono in realtà soltanto centri di formazione professionale e al tempo stesso fare pubblicità alla regione come patria di nascita dello sci e nuova destinazione clou degli sport invernali
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PECHINO - Per gli americani si è trattato di una “provocazione” (come titolava ieri sera il New York Times). Per il Comitato olimpico internazionale le sue origini non hanno nessuna importanza. Per Pechino sono le solite polemiche, anche se stamattina i giornali di Stato non mancavano di sottolineare il suo luogo di nascita e legioni di diplomatici cinesi all’estero pubblicavano su Twitter immagini della sua famiglia in lacrime per la gioia. Aver scelto Dinigeer Yilamujiang, fondista uigura semisconosciuta dello Xinjiang, per accendere la torcia olimpica nel calderone ieri sera al termine della cerimonia inaugurale di uesti Giochi invernali è di certo, però, un messaggio politico forte.

Gli analisti si interrogano sul significato di questo gesto: una sfida della leadership cinese o una prova del fatto che le proteste per le condizioni degli uiguri sono qualcosa che Pechino non può continuare ad ignorare? Di sicuro, sostengono in molti, un…

PECHINO - Per gli americani si è trattato di una “provocazione” (come titolava ieri sera il New York Times). Per il Comitato olimpico internazionale le sue origini non hanno nessuna importanza. Per Pechino sono le solite polemiche, anche se stamattina i giornali di Stato non mancavano di sottolineare il suo luogo di nascita e legioni di diplomatici cinesi all’estero pubblicavano su Twitter immagini della sua famiglia in lacrime per la gioia. Aver scelto Dinigeer Yilamujiang, fondista uigura semisconosciuta dello Xinjiang, per accendere la torcia olimpica nel calderone ieri sera al termine della cerimonia inaugurale di uesti Giochi invernali è di certo, però, un messaggio politico forte.

Gli analisti si interrogano sul significato di questo gesto: una sfida della leadership cinese o una prova del fatto che le proteste per le condizioni degli uiguri sono qualcosa che Pechino non può continuare ad ignorare? Di sicuro, sostengono in molti, un messaggio rivolto agli Stati Uniti e agli altri Paesi che per denunciare proprio le violazioni dei diritti umani nella regione a maggioranza musulmana hanno deciso di boicottare, diplomaticamente, queste Olimpiadi. Almeno un milione di detenuti nei campi di rieducazione e lavoro forzato, secondo varie inchieste internazionali. Una menzogna secondo Pechino per la quale si tratta di “centri di formazione professionale” e per combattere il terrorismo. Ieri sera, accanto all’altro tedoforo, lo specialista nella combinata nordica Zhao Jiawen, la scelta di far sfilare Yilamujiang è stata un’affermazione carica di significato: uiguri e han insieme per dimostrare l’armonia etnica della nazione, spazzando via le critiche dell’Occidente. “Che cosa la rende diversa dagli altri 175 atleti cinesi?”, si chiede Mark Dreyer, commentatore sportivo molto attento a questioni di Cina. “Non certo la sua giovane età e nemmeno il suo talento”.

Vent’anni, nata ad Altay, nell’estremo nord del Xinjiang, padre maestro di sci (bronzo ai campionati nazionali cinesi di sci di fondo nel 1993, poi, dopo la pensione andato a lavorare per la tv di Stato e l’ufficio turistico locale) e mamma maestra elementare, Yilamujiang fa amicizia con la neve già da piccolissima, a 5 anni, prima atleta a vincere una medaglia nello sci di fondo per la Cina, due anni fa. Amante del violino, entra in nazionale nel 2017, l’anno in cui le autorità, secondo molti report, iniziano ad espandere le strutture di detenzione in tutto il Xinjiang.  Selezionata, quell’anno, assieme ad un’altra dozzina di giovani promesse all’interno di un programma di sviluppo dello sci promosso dal governo locale. L’anno dopo si rifugia in Norvegia per allenarsi, dove rimarrà per tre anni. Il ranking internazionale non è spettacolare: 184° nel 2018 al suo primo evento della Federazione internazionale di sci. Quarantunesima ai mondiali del 2021. La prima uscita stamattina, in effetti, non è stata felicissima: soltanto 43esimo posto nello skiathlon. 

Il luogo di nascita dell’atleta uigura non è poi secondario nemmeno per un altro motivo: questa tra i monti tra il Kazakistan, la Russia e la Mongolia per la Cina è la culla dello sci, dove nacque addirittura 12mila anni fa. Una narrazione che il governo centrale sta spingendo da anni per trasformare la regione in una destinazione principale per gli sport invernali e farla diventare una sorta di “Svizzera cinese”, anche per soddisfare le esigenze del presidente Xi, che punta a fare del Dragone una nuova meta globale degli sport sulla neve. Quasi 35 milioni di turisti sono venuti fino a qui l’anno scorso per sciare muovendo un giro d’affari per 26 miliardi di yuan.

A ricordarci che lo sci nacque proprio qui, nella “capitale della neve”, in queste settimane di avvicinamento ai Giochi, i media cinesi si sono prodigati in lunghi reportage e documentari (l’ultimo, di due ore, pubblicato quattro giorni fa dalla Cgtn, il braccio internazionale della Cctv, la televisione di Stato) con immagini di slitte trainate da cavalli che passano davanti a capanne di legno ricoperte di neve e prodezze di giovani sciatori in erba.