Nucleare Iran, gli Usa rimuovono alcune sanzioni: i negoziati a Vienna in una fase decisiva. Teheran: "Misure buone, ma non sufficienti"
di Gabriella Colarusso , di Gabriella ColarussoL'amministrazione Biden cala un asso sul tavolo dei negoziati di Vienna e prova a sbloccare le trattative sul nucleare iraniano mettendo Teheran di fronte a una scelta: accettare ora un accordo o far saltare il banco. Venerdì il segretario di Stato americano, Anthony Blinken, ha firmato l'ordine che rimuove una serie di sanzioni legate al nucleare civile dell'Iran, nelle stesse ore in cui le delegazioni di Washington e Teheran arrivavano a Vienna per quello che potrebbe essere un round decisivo dei colloqui indiretti in corso da quasi anno per salvare il Jcpoa, l'intesa sul nucleare abbandonata da Trump nel 2018.
Le deroghe alle sanzioni su alcune attività nucleari civili erano state abolite proprio dall'ex presidente Usa.
Il dipartimento di Stato precisa che si tratta di una decisione necessaria per "facilitare le discussioni che aiuterebbero a concludere un accordo su un ritorno reciproco alla piena attuazione del Jcpoa" e che servono a …
L'amministrazione Biden cala un asso sul tavolo dei negoziati di Vienna e prova a sbloccare le trattative sul nucleare iraniano mettendo Teheran di fronte a una scelta: accettare ora un accordo o far saltare il banco. Venerdì il segretario di Stato americano, Anthony Blinken, ha firmato l'ordine che rimuove una serie di sanzioni legate al nucleare civile dell'Iran, nelle stesse ore in cui le delegazioni di Washington e Teheran arrivavano a Vienna per quello che potrebbe essere un round decisivo dei colloqui indiretti in corso da quasi anno per salvare il Jcpoa, l'intesa sul nucleare abbandonata da Trump nel 2018.
Le deroghe alle sanzioni su alcune attività nucleari civili erano state abolite proprio dall'ex presidente Usa.
Il dipartimento di Stato precisa che si tratta di una decisione necessaria per "facilitare le discussioni che aiuterebbero a concludere un accordo su un ritorno reciproco alla piena attuazione del Jcpoa" e che servono a proteggere gli interessi americani sulla "non proliferazione e la sicurezza nucleare".
Non un cedimento, dunque, ma una concessione parziale per spingere la leadership iraniana a prendere le decisioni politiche necessarie ad arrivare a un'intesa. Teheran chiede che tutte le sanzioni dell'era Trump vengano rimosse, addossando agli Stati Uniti la responsabilità di aver stracciato i patti, e chiede che la rimozione sia "verificabile" oltre alla garanzia che gli Usa non usciranno di nuovo dall'accordo. Una garanzia che nessuna amministrazione americana può dare.
Misure "buone, mano sufficienti", è la reazione arrivata da Teheran. Il ministro degli Esteri Hossein Amirabdolahian ha sottolineato che per far rivivere l'accordo del 2015 Washington deve dare "adeguate garanzie".
Quello che Biden per ora concede sono alcune esenzioni, non di poco conto, perché riguardano il lavoro di imprese straniere in Iran. La deroghe infatti consentono a Paesi e società estere, russe, cinesi, europee, di lavorare su progetti civili nella centrale nucleare iraniana di Bushehr, nel reattore ad acqua pesante di Arak e nel reattore di ricerca di Teheran.
Se sarà sufficiente a sbloccare le trattative è ancora presto per dirlo, ma nei giorni scorsi da entrambi Paesi erano arrivati segnali positivi sui progressi di Vienna. "I negoziati sono a un buon punto, ora è necessario che i leader politici prendano decisioni", aveva spiegato lunedì scorso un alto funzionario del Dipartimento di Stato durante un briefing con i giornalisti.
Ali Akbar Salehi, ex capo dell'Organizzazione per l'energia atomica dell'Iran e protagonista dei negoziati pre-2015, ha dichiarato in una conferenza sull'energia che "sembra che i negoziati sul nucleare raggiungeranno il risultato finale che abbiamo in mente". In Iran la decisione è nelle mani del leader supremo, l'Ayatollah Ali Khamenei.
Anche in caso di intesa non sarebbe comunque l'accordo del 2015, perché nel frattempo l'Iran è andato avanti con il programma nucleare, ha arricchito l'uranio fino al 60%, una soglia che la stessa Organizzazione internazionale per l'energia atomica considera preoccupante, ha bloccato le ispezioni nei siti nucleari e soprattutto ha ridotto notevolmente quello che in gergo si chiama il "breakout time", il tempo necessario ad accumulare la quantità di uranio arricchito necessaria a costruire una bomba, anche se l'Iran nega di lavorare a un'arma atomica.
"L'amministrazione Usa prevede che un accordo nucleare ripristinato lascerebbe l'Iran in grado di accumulare abbastanza combustibile nucleare per una bomba in meno di un anno", secondo il Wall Street Journal. Ma per Biden l'alternativa alla diplomazia di Vienna è un Iran atomico con il rischio di scatenare una corsa al nucleare in tutta la regione. Ora da Washington è arrivato il segnale rosso: il tempo sta scadendo.