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(reuters)

Olimpiadi di Pechino, tutto quello che forse non sapete sul complicato rapporto tra il Dragone e i Giochi

Dal corridore Liu che partecipò solitario come primo atleta cinese alle gare olimpiche del '32 ai venti anni di boicottaggio di protesta per la presenza di Taipei
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PECHINO — Quando debuttò la Cina alle Olimpiadi? Perché Taiwan non partecipa ai Giochi con il proprio nome e la propria bandiera? E perché, invece, Hong Kong ha una squadra separata da quella di Pechino? Retaggi dell’era del colonialismo, della guerra civile tra nazionalisti e comunisti degli anni ’30 e ’40 e delle tensioni mai sopite che agitano ancora le acque dello Stretto di Formosa, in sintesi. Storie che si intrecciano l’un l’altra e che iniziano esattamente 90 anni fa: alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932.

Il “malinteso” della dinastia Qing, i Giochi americani e il corridore Liu

Leggenda narra che i cinesi vennero invitati alle prime Olimpiadi dell’era moderna, quelle del 1896 in Grecia, ma che la dinastia Qing - che allora regnava sull’impero - non avesse capito bene di che cosa si trattasse e quindi non mandò nessuno. Altri storici sostengono, invece, che il debutto fu ai Giochi d…

PECHINO — Quando debuttò la Cina alle Olimpiadi? Perché Taiwan non partecipa ai Giochi con il proprio nome e la propria bandiera? E perché, invece, Hong Kong ha una squadra separata da quella di Pechino? Retaggi dell’era del colonialismo, della guerra civile tra nazionalisti e comunisti degli anni ’30 e ’40 e delle tensioni mai sopite che agitano ancora le acque dello Stretto di Formosa, in sintesi. Storie che si intrecciano l’un l’altra e che iniziano esattamente 90 anni fa: alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932.

Il “malinteso” della dinastia Qing, i Giochi americani e il corridore Liu

Leggenda narra che i cinesi vennero invitati alle prime Olimpiadi dell’era moderna, quelle del 1896 in Grecia, ma che la dinastia Qing - che allora regnava sull’impero - non avesse capito bene di che cosa si trattasse e quindi non mandò nessuno. Altri storici sostengono, invece, che il debutto fu ai Giochi di Amsterdam del 1928, anche se soltanto in qualità di osservatori. Fatto sta che il primo - e unico quell’anno - atleta cinese a partecipare a delle Olimpiadi fu Liu Changchun, un corridore, l’8 luglio del 1932. Un viaggio tutt’altro che semplice. Cinesi e giapponesi stavano combattendo la loro guerra, con gli ultimi che nel nord-est del Paese misero in piedi proprio quell’anno lo Stato fantoccio di Manchukuo nei territori cinesi che avevano occupato. Liu si rifiutava di gareggiare per quello Stato che non riconosceva: “Voglio rappresentare la Cina”, disse un’intervista rimasta nella storia al quotidiano Ta Kung Pao. All’epoca il Paese, sotto la guida dei nazionalisti del Kuomintang, non era in grado finanziariamente di sostenere una spesa del genere. A venire in soccorso di Liu ci pensò il generale Zhang Xueliang, signore della guerra della Manciuria, che con 8mila dollari d’argento pagò il biglietto della nave e tutte le altre spese: venti giorni di navigazione nell’Oceano fino a raggiungere l’America. Tornato in patria non ci fu molta gloria per Liu. Si spostò in varie città, finì a lavorare in un albergo al Palazzo d’estate a Pechino. La sua storia, affascinante, è stata portata anche al cinema: “The one man Olympics”. Vale la pena.

Durante la guerra civile Mao Zedong e compagni riescono ad avere la meglio sugli uomini del Generalissimo Chiang Kai-shek. Il 1° ottobre 1949 il Grande Timoniere annuncia la nascita della Repubblica popolare. Gli sconfitti attraversano lo Stretto di Formosa, tra di loro anche 19 dei 25 membri del comitato olimpico cinese, e continuano a governare la Repubblica di Cina. Chi dei due era il legittimo rappresentante del popolo cinese? Una battaglia che durerà anni: a livello diplomatico e, ovviamente, olimpico.

La Cina comunista a cinque cerchi e il boicottaggio dei 20 anni

Il debutto della nuova Cina comunista avviene ai Giochi di Helsinki del 1952. Taiwan, invitata come “China Formosa”, per protesta disse no grazie. Ma fu negli anni successivi che, invece, fu Pechino a boicottare i Giochi, dal ’56 all’80, visto che Taipei continuava ad essere riconosciuta dal Comitato olimpico internazionale e visto che la Cina vedeva - e vede - l’isola come una provincia ribelle da riannettere alla madrepatria. Nel ’72 la Cina prende il posto dell’isola all’Onu, comincia ad essere riconosciuta da molti Paesi come “l’unica Cina” legittima. Da qui inizia, ancora, un’altra storia. 

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La risoluzione di Nagoya e la nascita della “Taipei cinese”

Fu in Giappone, nel 1979, che si raggiunse l’accordo. Taiwan avrebbe partecipato ai Giochi olimpici sotto il nome di Taipei cinese, “Zhonghua Taipei”. Non avrebbe potuto più usare la propria bandiera e, sul podio, in caso di medaglia, sarebbe suonato l’inno olimpico. Dai Giochi del 1984 a oggi le due squadre gareggiano separate grazie a questo accordo.

E Hong Kong in tutto questo? Da God save the Queen alla Marcia dei volontari

La partecipazione dell’ex colonia britannica ai Giochi ha avuto vita meno travagliata rispetto alle dispute Cina-Taiwan. Il suo comitato olimpico nasce nel 1950 quando gli abitanti della città erano ancora sudditi di Sua Maestà. L’anno dopo il Cio invita la colonia a partecipare ai Giochi di Helsinki del ’52 con un propria rappresentanza, sotto il nome di British Hong Kong. Gli atleti sventolavano la bandiera coloniale e sul podio per ogni oro che fosse arrivato sarebbe suonato l’inno britannico.

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Quando nel 1997 la città passa dal Regno Unito alla Cina, secondo il modello “Un Paese, due sistemi” e secondo la nuova Basic Law (la Costituzione) che permetteva alla città di partecipare a livello internazionale - anche in campo sportivo - come entità separata, si passò alla denominazione “Hong Kong, China”. Quella che rimane ancora oggi. La bandiera divenne la bahuinia a cinque petali su sfondo rosso - simbolo della città. A risuonare ora, invece, non è più God save the Queen, ma la Marcia dei volontari: l’inno nazionale cinese.