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Abdel Fatah Al Sisi all'arrivo allo Stadio Nazionale a Pechino per l'apertura dei Giochi invernali (afp)

Le note di Bella Ciao, carceri moderne e controllo delle nascite: l'operazione immagine dell'Egitto del caso Regeni

Il canto partigiano risuona al cospetto del presidente egiziano Abedl Fatah Al Sisi. Il regime vuole far dimenticare i suoi 60 mila prigionieri politici in cella e proclama il 2022 anno dei diritti umani. Ai giornalisti vengono mostrate le nuove strutture carceriarie per sostituire gli edifici sovraffollati. Ma è silenzio su chi le riempia Questo contenuto fa parte della newsletter Continental Breakfast, una selezione di articoli pubblicati dall'alleanza LENA (Leading European Newspaper Alliance). Per vedere un'anteprima cliccate qui / Per iscrivervi e riceverla ogni settimana sulla vostra casella di posta elettronica cliccate qui
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IL CAIRO - L’undici gennaio, durante la cerimonia di apertura del World Youth Forum organizzato a Sharm el Sheik , in platea hanno risuonato note familiari a milioni di persone. “Una mattina mi son svegliato, o Bella ciao Bella ciao Bella ciao ciao ciao…”, ha cantato un gruppo proveniente dall’Africa. In prima fila, nel mezzo di una platea visibilmente soddisfatta dell’esibizione, il presidente egiziano Abdel Fatah Al Sisi. 

L’omaggio alla canzone partigiana resa famosa in tutto il mondo dalla serie Casa di Carta di Netflix è solo l’ultimo, ma non certo il più paradossale, tentativo del regime egiziano di presentare al mondo un’immagine diversa da quella che le organizzazioni non governative di tutto il mondo denunciano da anni: a undici anni dalla rivolta di piazza Tahrir, più di 60mila persone secondo le stime delle ong, sono rinchiuse nelle prigioni egiziane per le loro posizioni politiche. Attivisti,…

IL CAIRO - L’undici gennaio, durante la cerimonia di apertura del World Youth Forum organizzato a Sharm el Sheik , in platea hanno risuonato note familiari a milioni di persone. “Una mattina mi son svegliato, o Bella ciao Bella ciao Bella ciao ciao ciao…”, ha cantato un gruppo proveniente dall’Africa. In prima fila, nel mezzo di una platea visibilmente soddisfatta dell’esibizione, il presidente egiziano Abdel Fatah Al Sisi. 

L’omaggio alla canzone partigiana resa famosa in tutto il mondo dalla serie Casa di Carta di Netflix è solo l’ultimo, ma non certo il più paradossale, tentativo del regime egiziano di presentare al mondo un’immagine diversa da quella che le organizzazioni non governative di tutto il mondo denunciano da anni: a undici anni dalla rivolta di piazza Tahrir, più di 60mila persone secondo le stime delle ong, sono rinchiuse nelle prigioni egiziane per le loro posizioni politiche. Attivisti, giornalisti, politici, intellettuali, comici e leader religiosi, ma anche loro familiari non coinvolti in alcuna attività e rinchiusi solo a fini intimidatori. 

Che la canzone scelta per raccontare al mondo questa favola venga dal Paese che da sei anni chiede con forza verità e giustizia per Giulio Regeni, torturato e ucciso dai servizi di sicurezza egiziani secondo quanto ricostruito dalla Procura di Roma, è l’assurdità massima di un processo di pulizia di immagine che va avanti da tempo e che nei prossimi mesi vivrà il suo apice. 

Quello di Giulio Regeni al Cairo è un nome che non si può pronunciare in pubblico: “l’altra storia”, “quella vicenda che sai” è ciò che dicono quelli che hanno il coraggio di parlarne. Perché il rapimento e la morte del ricercatore italiano sono il simbolo massimo della repressione che avvolge l’Egitto di Al Sisi. E che oggi il presidente vuole a tutti i costi far dimenticare.

Il processo di cancellazione ha un obiettivo chiaro: in autunno in Egitto si svolgerà la Cop27, conferenza Onu per il clima. Per allora il regime vuole avere una faccia presentabile e per questo ha dato il via a una serie di iniziative ben chiare. La prima è stata dichiarare il 2022 l’anno della società civile e dei diritti umani: intesi però non in termini di libertà di espressione e di pensiero, secondo quanto accade in Occidente. Ma in maniera ben più ampia, come i rappresentanti del governo egiziano non si stancano di sottolineare: per esempio, come diritto di aver accesso a strumenti di controllo delle nascite (l’Egitto ha da poco sfondato la soglia dei 100 milioni di abitanti e ha un grave problema di scarsità di risorse). La seconda, un ripensamento del sistema carcerario: prigioni nuove e moderne al posto di quelle sporche e sovraffollate di oggi. Nei giorni scorsi gli ufficiali egiziani hanno guidato un tour stampa in una delle nuove strutture per mostrare ai giornalisti i miglioramenti messi in atto: nessuna parola però sui detenuti politici che le affollano. E infine il rilascio dei prigionieri più noti all’estero, quelli che creano più problemi dal punto di vista dell’immagine internazionale: vedi i casi di Ramy Shaat e Patrick Zaki. 

Basterà? Non è detto. Una settimana fa un gruppo di 175 parlamentari di 14 diversi Parlamenti Ue ha inviato una lettera congiunta ai ministri degli Esteri e agli ambasciatori presso il Consiglio dei diritti umani dell’Onu per chiedere l’istituzione di un meccanismo di monitoraggio dei diritti umani in Egitto. Nella lettera si citano le “eclatanti e sistematiche violazioni dei diritti umani, le detenzioni arbitrarie di dissidenti e attivisti, le sparizioni forzate, l’uso indiscriminato della carcerazione preventiva e l’uso della tortura”. Fatti che non basta l’uso di una canzone partigiana a far dimenticare.