È ancora scontro su Taiwan tra Cina e Lituania: Pechino blocca l'import di carne da Vilnius
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - La vendetta della bistecca è servita. A partire da ieri la Cina ha deciso di sospendere l'import di carne dalla Lituania: ennesimo episodio della saga tra Pechino e Vilnius. "Documenti mancanti", hanno fatto sapere dalle dogane cinesi, senza elaborare ulteriormente sul motivo della sospensione che di solito avviene se vengono segnalati casi di infezione tra il bestiame (e non è questo il caso), dunque per motivi esclusivamente di sicurezza alimentare. Oltre alla carne, sospeso pure l'import di latticini e birra.
Il gigante asiatico è irritato da mesi con il piccolo Paese baltico. Uno scontro che ruota attorno alle acque dello Stretto di Formosa:…
PECHINO - La vendetta della bistecca è servita. A partire da ieri la Cina ha deciso di sospendere l'import di carne dalla Lituania: ennesimo episodio della saga tra Pechino e Vilnius. "Documenti mancanti", hanno fatto sapere dalle dogane cinesi, senza elaborare ulteriormente sul motivo della sospensione che di solito avviene se vengono segnalati casi di infezione tra il bestiame (e non è questo il caso), dunque per motivi esclusivamente di sicurezza alimentare. Oltre alla carne, sospeso pure l'import di latticini e birra.
Il gigante asiatico è irritato da mesi con il piccolo Paese baltico. Uno scontro che ruota attorno alle acque dello Stretto di Formosa: ai legami, cioè, con Taiwan. Una storia che inizia il 20 luglio dello scorso anno. Quel giorno il ministro degli Esteri taiwanese, Joseph Wu, annuncia l'apertura imminente di uffici di rappresentanza a Vilnius e Taipei per "migliorare la cooperazione economica e l'amicizia tra le due parti". Annuncio che seguiva quello fatto a marzo dal ministero degli Esteri lituano.
Il "problema" è che quell'ufficio ha un nome che a Pechino non va giù: Taiwanese Representative Office. Gli uffici di rappresentanza, sorta di ambasciate de facto che l'isola ha all'estero nei Paesi con i quali non ha relazioni diplomatiche (e al momento ce le ha soltanto con 15 nazioni) hanno infatti Taipei nel nome per evitare qualsiasi riferimento che possa dare una parvenza di indipendenza. Linea rossa da non superare per non violare il principio dell'unica Cina, alla quale pure la Lituania si attiene.
I cinesi, puntualmente, richiamano l'ambasciatore a Vilnius e invitano il Paese baltico a fare lo stesso con la loro diplomatica a Pechino. L'ufficio a novembre viene aperto ugualmente: la Cina decide di declassare le relazioni diplomatiche a "incaricato d'affari", definendo l'atto "oltraggioso".
La risposta della Lituania
Tornando alla carne. La Cina è il più grande importatore al mondo - 2,36 milioni di tonnellate - 775 delle quali arrivate lo scorso anno dal Paese baltico. Secondo un documento della Commissione europea, l'export lituano verso la Cina è calato del 91% a dicembre, rispetto ai dati 2020. Vilnius prova a minimizzare affermando che è dai primi di dicembre che non esporta più prodotti alimentari verso il Dragone: "La decisione cinese non ci creerà problemi, perché al momento questi prodotti stanno andando verso altri mercati", ha affermato ieri la premier Ingrida Simonyte.
Lo scontro sulle bistecche arriva a pochi giorni dalla decisione dell'Unione europea di portare il caso Pechino-Vilnius davanti al Wto, l'organizzazione mondiale del commercio, per le "pratiche discriminatorie" del Dragone. Lunedì Usa, Australia e Gran Bretagna si sono unite all'Ue.
Alla Lituania e ai suoi prodotti, il mese scorso era proprio venuta in soccorso Taiwan: l'isola al centro della discordia. Comprando 20mila bottiglie di rum che inizialmente erano destinate alla Cina continentale, per timore proprio che il carico potesse essere fermato alle dogane cinesi.
Da mesi Vilnius è un sassolino fastidioso nelle scarpe del Dragone. Appoggia la riammissione di Taipei nell'Oms, quest'estate ha inviato 20mila dosi di vaccino al di là dello Stretto di Formosa. Ha preso le distanze da Pechino su temi sensibili come il Xinjiang, definendo "genocidio" la persecuzione contro gli uiguri. Il Parlamento ha votato un emendamento che proibisce ad "enti inaffidabili" la partecipazione nella costruzione della rete 5G, dando tempo a Huawei fino al 2025 per rimuovere le proprie infrastrutture dal suolo lituano. E si è ritirata pure dal 17+1, il formato messo in piedi dalla Cina assieme ai Paesi dell'Europa centro-orientale (compresi i Balcani) per coordinare gli investimenti della Nuova Via della Seta negoziando direttamente con le nazioni interessate bypassando la mediazione Ue.