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Che cosa rischia l'America virata dai suoi demoni

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Questo articolo è tratto da "L'altro virus", il nuovo numero di Limes disponibile online, in edicola e in libreria.

Sinora, i momenti emblematici delle pressioni sociali in America al tempo del coronavirus sono stati due.

Il primo, innescato dall’omicidio di George Floyd per mano di un poliziotto del Minnesota, è stato l’ondata nazionale di manifestazioni di massa nel maggio-giugno 2020, accompagnata dalla violenta repressione delle forze dell’ordine.

Il secondo è stato l’assalto al Campidoglio dei sostenitori di Donald Trump il 6 gennaio 2021.

Ovviamente nessuno dei due momenti, per quanto parossistici, è stato un diretto prodotto dell’epidemia. Gli orrendi abusi di potere dello Stato contro le persone di colore sono parte della vita quotidiana degli Stati Uniti sin dalla loro fondazione. E questa sorta di psicosi collettiva diffusa in ampi settori della destra statunitense va crescendo da ben prima che Trump…

Questo articolo è tratto da "L'altro virus", il nuovo numero di Limes disponibile online, in edicola e in libreria.

Sinora, i momenti emblematici delle pressioni sociali in America al tempo del coronavirus sono stati due.

Il primo, innescato dall’omicidio di George Floyd per mano di un poliziotto del Minnesota, è stato l’ondata nazionale di manifestazioni di massa nel maggio-giugno 2020, accompagnata dalla violenta repressione delle forze dell’ordine.

Il secondo è stato l’assalto al Campidoglio dei sostenitori di Donald Trump il 6 gennaio 2021.

Ovviamente nessuno dei due momenti, per quanto parossistici, è stato un diretto prodotto dell’epidemia. Gli orrendi abusi di potere dello Stato contro le persone di colore sono parte della vita quotidiana degli Stati Uniti sin dalla loro fondazione. E questa sorta di psicosi collettiva diffusa in ampi settori della destra statunitense va crescendo da ben prima che Trump fosse eletto alla Casa Bianca. Ma l’energia latente sprigionata in quelle due esplosioni ha raggiunto livelli che non si vedevano almeno dagli anni Sessanta.

È chiaro che il virus ha versato benzina su fuochi che covavano da tempo. È stato come se la reclusione in casa di milioni di americani – annoiati e con un sacco di tempo a disposizione per scorrere ossessivamente le notizie e per nuotare febbrilmente nelle teorie del complotto – avesse innescato un’eruzione a catena di vulcani quiescenti nel sottosuolo politico statunitense. Prima o poi avrebbero comunque eruttato producendo proteste di massa; il punto era se sarebbero state dirette contro problemi sociali reali o del tutto immaginari.

La turbolenza degli ultimi due anni solleva domande inquietanti. L’epidemia ha semplicemente portato alla luce annose patologie sistemiche – faglie sociali destinate di tanto in tanto a rompersi e solo raramente ad avere un impatto tangibile sulla vitalità e sulla potenza degli Usa? Oppure le ha approfondite in maniera decisiva, fino a rendere impossibile la loro scomparsa al recedere della malattia? Le agitazioni stanno banalmente grattando la superficie di ciò che è possibile in America oppure alludono a un futuro assai più oscuro sia per gli Stati Uniti sia per il sistema globale che, per molti versi, è stato costruito sulla forza e sulla stabilità a stelle e strisce? In che modo la disarmonia sociale in patria può devastare la potenza, l’influenza e la leadership dell’America all’estero?

Un aggiornamento sulla potenza e sulla prosperità degli Stati Uniti

Nonostante la grossolana negligenza epidemiologica, i picchi delle agitazioni sociali, l’acuto dissesto economico e i quasi 900 mila cittadini morti, gli Stati Uniti sembrano destinati a emergere da questa interminabile malattia in modo relativamente decente.
Non intendiamo sminuire l’incalcolabile sofferenza vissuta da tutto il paese, né le profonde radici delle disfunzioni sociali e istituzionali portate alla luce dal virus. Ma in termini puramente utilitaristici, almeno, gli Stati Uniti continuano a prosperare, anche se ogni giorno muoiono migliaia di americani.
I motori dell’economia, per esempio, ruggiscono a pieno giro. I problemi principali, come l’inflazione, derivano perlopiù dal fatto che la domanda di consumi è troppo robusta in un momento di diffuso (benché in buona parte temporaneo) scompiglio delle filiere di approvvigionamento. Considerando la scala dello shock virale, un’inflazione alimentata dalla domanda non è il peggiore dei problemi possibili. Secondo diversi indicatori, la grande maggioranza della classe media americana sta materialmente meglio rispetto all’inizio dell’epidemia – un riflesso del dominio dei colletti bianchi e della scioltezza con cui il settore produttivo si è adattato al lavoro da remoto. Guarda caso, poi, il virus ha accelerato l’adozione mondiale di tecnologie emergenti in settori in cui gli Stati Uniti erano ben posizionati e predisposti ad assumere un ruolo guida.

La Federal Reserve, avendo interiorizzato le lezioni del 2008, si è mossa a una velocità e con un raggio d’azione stupefacenti, impedendo all’iniziale shock economico della primavera 2020 di generare a cascata danni sistemici e di lungo periodo. Per una volta il Congresso si è dimostrato in grado di scrollarsi di dosso l’abitudine di auto-indursi alla paralisi per mantenere a galla le famiglie con misure di supporto di sbalorditiva ampiezza e in tempi inusuali. Tanto che a metà 2020 il tasso di povertà addirittura diminuiva, in un momento in cui la sofferenza economica a causa dei confinamenti era alle stelle, in particolare nei settori a bassa retribuzione. Nel primo anno virale, secondo la Federal Reserve, i livelli medi di risparmio privato sono quadruplicati.

Nel frattempo, niente suggerisce che il virus abbia fondamentalmente indebolito le Forze armate o le capacità di proiettare potenza. Anzi, la sperimentazione in tempo reale della moderna teoria monetaria negli ultimi due anni potrebbe addirittura prolungare il predominio militare americano, diminuendo la probabilità che in futuro il Pentagono sia soggetto a devastanti tagli di bilancio. L’epidemia non ha nemmeno intaccato il perseguimento degli interessi di Washington all’estero. L’amministrazione Biden ha lanciato diverse iniziative diplomatiche ambiziose, raccogliendo alcune notevoli vittorie mirate a riparare, modernizzare ed espandere la struttura delle alleanze, in particolare nell’Indo-Pacifico, dissipando i dubbi che gli Stati Uniti fossero troppo preoccupati dalle tensioni interne per eseguire anche solo una parvenza di strategia globale. Inoltre, almeno per il momento, Washington ha smesso di minacciare di ritirarsi da importanti alleanze, suggerendo quanto fosse esagerata l’idea che i proclami trumpiani e i problemi politici interni avrebbero condotto gli Stati Uniti a un pronunciato isolazionismo.

Anche il caotico disimpegno dall’Afghanistan, per quanto sconcertante e perfetto specchio dei profondi problemi della politica estera americana, dovrebbe essere interpretato come un prudente ripiego, come una tardiva correzione di errori cronici per tornare a concentrarsi su sfide strategiche più pressanti. Non come un segnale di minori capacità o dell’intento di sganciarsi dagli affari mondiali. Inoltre, spesso gli Stati Uniti non si permettono neanche tacitamente di ammettere i propri fallimenti militari per paura delle ricadute politiche; questa spesso è la ragione per cui Washington si lascia trascinare in guerre invincibili. Il fatto che il governo non abbia cambiato rotta quando il ritiro afghano si è trasformato in una débâcle e in uno scandalo politico dovrebbe ridare coraggio a chi teme che le agitazioni domestiche possano deformare gli intenti strategici statunitensi.

In un certo senso, tra le fazioni politiche a Washington l’epidemia ha anche generato un salutare senso di urgenza ad affrontare problemi importanti. Fra di essi figurano l’iperdipendenza dall’estero per certi prodotti vitali e la sfida agli interessi americani posta dalla Cina su diversi fronti. Senso di urgenza condiviso non vuol dire consenso su come risolvere questi problemi e a quali aspetti dare la priorità. Sia il commercio sia la Cina sono pronti a finire nel calderone delle guerre culturali, frustrando i tentativi di sviluppare ed eseguire risposte politiche lucide. Ma tanta urgenza è comunque importante, visto quanto è difficile a Washington iniziare a muoversi su qualunque questione impellente.
Tutto ciò ribadisce un dato di realtà velato di nera ironia sull’America e sul suo ruolo nel mondo: i fondamenti della sua forza le danno un enorme margine di errore. I suoi vantaggi geografici, economici, demografici, industriali e tecnologici sono per molti versi talmente radicati da fornire agli Stati Uniti un privilegio unico: comportarsi regolarmente in modo impacciato durante sfide apparentemente esistenziali e altrettanto regolarmente uscirne tutto sommato indenni.



La superpotenza goffa

Tuttavia, non sarebbe saggio ignorare quanto in basso siano caduti a volte gli Stati Uniti in questi ultimi due anni. La risposta ufficiale all’epidemia, per fare un esempio ovvio, è stata segnata da enormi fallimenti, in particolare nelle prime fasi, quando sarebbe stato ancora possibile estinguere la malattia. Alcuni di questi fallimenti sono comprensibili, viste la complessità della sfida e l’inevitabilità di certe dolorose scelte. Va comunque detto che il rifiuto della popolazione americana di accettare confinamenti significativi e prolungati ha innegabilmente contribuito alla rapidissima ripresa economica. E ha anche permesso agli Usa di evitare gli scarsi ritorni offerti dalle rigorose strategie «zero Covid» perseguite da altri. In ogni caso, il comportamento americano è stato profondamente imbarazzante per un paese di quel benessere e con quelle competenze.

Tutto ciò conta nella misura in cui riflette una realtà fondamentale del potere degli Stati Uniti. Benché il loro sistema decentralizzato e indipendente alimenti dinamismo, innovazione e capacità di ripresa, esso rende anche difficile agli Stati Uniti direzionare le proprie immense risorse contro sfide specifiche, in particolare in presenza di un radicato disaccordo sulla serietà e sull’esistenza stessa di quella sfida.

L’America funziona al meglio quando deve affrontare minacce familiari, facili da soverchiare, in situazioni in cui può dettare le regole. Minacce senza volto come le malattie, il cambiamento climatico e via dicendo tendono a esporre i suoi limiti.
Il modello decentralizzato e il dominio del breve periodo nel ciclo politico, assieme a una deferenza a volte eccessiva nei confronti del settore privato, complicano inoltre la vita a Washington nell’orchestrare e nell’eseguire iniziative di lungo respiro. Tutto ciò per esempio lascia le infrastrutture nazionali esposte a vulnerabilità lancinanti, che sono venute a galla in molte occasioni in questo biennio. Prendiamo lo Stato del Texas, uno dei maggiori produttori al mondo di energia e anche uno di quelli dal paniere più variegato, vista la sua sorprendente adozione di impianti solari ed eolici su larga scala. Eppure, il 90% circa del suo territorio è rimasto quasi una settimana senza elettricità, riscaldamento e acqua corrente durante il profondo gelo del febbraio 2021, a causa di lacune arcinote almeno da dieci anni. In quell’occasione è andato vicinissimo a un crollo totale della rete che l’avrebbe probabilmente ridotto in condizioni invivibili per mesi.

Tali vulnerabilità possono produrre danni veri e durevoli alla prosperità interna degli Stati Uniti e alla loro capacità di proiettarsi all’estero. Sarà sempre più importante gestirle in questa nuova èra in cui le armi cibernetiche e l’esposizione alla disinformazione rendono più facile che mai ai rivali dell’America come Russia e Cina suscitare il caos in patria.
Le tensioni sociali intensificano regolarmente in molteplici modi le disfunzioni americane di fronte a sfide pressanti, in particolare in periodi di forte stress. La classe dirigente è costretta a sprecare attenzione per seguire guerre culturali artefatte. La presenza di incentivi politici deviati rende vantaggiosa la passività legislativa e dà a interessi speciali ampio spazio per assicurarsi un’influenza eccessiva sulle politiche pubbliche – a tutti gli effetti, è corruzione legalizzata. Il settore pubblico viene sistematicamente privato di talento tecnocratico. E così via. La Russia non avrebbe investito così ingentemente nello sfruttamento delle faglie interne all’America se non avesse pensato che ci fosse qualcosa da guadagnare.
L’impatto tangibile sulla disarmonia sociale ha ricevuto forse la sua migliore illustrazione nella risposta all’epidemia stessa. Il sospetto diffuso fra la popolazione americana verso la comunità scientifica (per certi versi comprensibile, per molti altri assurdo) ha quasi certamente intensificato e prolungato la malattia, accelerando il ritmo delle mutazioni del virus. Ha anche fatto sì che gli Stati Uniti non potessero trarre pieno vantaggio dal principale successo di questo periodo: l’incredibile velocità nello sviluppare e nel far circolare i vaccini.

Benché l’America sembri destinata a emergere dall’epidemia in una forma decente in termini relativi, le perdite in vite e in denari causate dal virus sono comunque state tragicamente e forse inutilmente alte. Gli Stati Uniti non sono affatto unici da questo punto di vista. Tutte le democrazie incentivano le divisioni. La marea di disinformazione e di discordia scatenata dall’ascesa dei social media, combinata ai trasferimenti di benessere causati dalla globalizzazione, ha generato nuove e immense pressioni dal basso in giro per il mondo. Tuttavia, fra le nazioni occidentali, il governo statunitense è assai poco attrezzato per affrontare la disarmonia sociale, con un’opposizione politica che ha troppi poteri per bloccare tutto. In altri termini, una rumorosa e arrabbiata minoranza può a volte portare il paese sull’orlo dell’ingovernabilità. E l’incomparabile peso dell’influenza degli Stati Uniti sul mondo amplifica le conseguenze di tali patologie.



La guerra in casa


Uno scenario ottimistico per gli Stati Uniti prevede quanto segue. I profondi problemi messi in luce dall’epidemia continuano a generare uno slancio in favore di riforme strutturali da tempo necessarie per fare autentici progressi sulla disuguaglianza e su altre fonti di tensioni endemiche. La repulsione popolare per l’insurrezione del Campidoglio, per la violenza della polizia, per la sequela infinita di sparatorie nelle scuole, per la corruzione istituzionalizzata porta in qualche modo i repubblicani mainstream a redimersi, ricreando un robusto centro politico. Il Senato si libera una buona volta delle procedure ostruzionistiche note come filibuster – fattore predominante delle disfunzioni e delle tensioni sociali – permettendo al partito al potere di governare per davvero. Gli Stati Uniti ne emergono più agili, concentrati, capaci di affrontare in modo decisivo le sfide e decisi a riscoprire un ruolo guida.

Ma è difficile guardare con ottimismo a futuri miglioramenti durevoli, per diverse ragioni. Nonostante la capacità di ripresa a livello macroeconomico, l’epidemia ha approfondito le disuguaglianze, con i ceti bassi a pagare praticamente l’intero conto di questo doloroso periodo. E, come spesso capita, questi ultimi hanno pure subìto il grosso degli effetti fisici della malattia: i poveri in America hanno probabilità doppie di morire per il Covid-19 rispetto ai ricchi. La stretta correlazione fra la questione sanitaria e le guerre culturali ha reso la discordia politica molto più personale, molto più esasperante e molto più pericolosa per l’incolumità fisica. Risultato: non c’è molto capitale politico a cui attingere per trovare compromessi. Gli impedimenti strutturali che rendono difficile governare a Washington sono sempre là, così come lo sono i fattori che incentivano la discordia. Le casse di risonanza mediatiche non hanno fatto altro che diventare sempre più partigiane e potenti. Invece di suonare un campanello d’allarme, la rivolta contro il Congresso è stata presto dimenticata. In generale, chi semina zizzania e disinformazione viene ricompensato, sia dal punto di vista elettorale sia da quello finanziario. La cattiva informazione, in particolare, si appresta a fare un salto di qualità in termini di difficoltà di gestione: i miglioramenti nelle tecnologie deep-fake fanno intravedere la prospettiva di una società lontana da uno standard condiviso di verità.

Ben poco di tutto questo è una novità. Eppure gli Stati Uniti continuano a funzionare, addirittura a prosperare secondo certi indicatori. Le componenti chiave dell’influenza e della potenza americana all’estero – ossia il suo enorme dinamismo economico, le sue impareggiate capacità di proiezione della forza, la sua inestimabile rete di amici e alleati in giro per il mondo – restano intatte e in un certo senso si sono persino rafforzate. Per indebolire davvero l’America a livello globale, la discordia sociale presumibilmente dovrebbe aumentare di un ordine di grandezza.

Le cose possono dunque peggiorare? Ovviamente sì. Basta guardare a quanto trasparente sia stata la pianificazione dell’attacco al Campidoglio: gli insorti avevano a tutti gli effetti condotto una prova generale all’assemblea del Michigan solo pochi mesi prima, incontrando ben poca resistenza e subendo ben poche conseguenze. Guardiamo inoltre alla crescita, sotto gli occhi di tutti, del suprematismo bianco e delle milizie neofasciste. Guardiamo infine a quanto il presidente stesso incoraggiasse apertamente queste correnti. In retrospettiva, era ingenuo prima dell’epidemia dare per scontato che la stabilità avrebbe prevalso.
Non c’è ragione per ritenere che gli spasmi sociali dell’ultimo paio d’anni abbiano raggiunto il picco o un limite invalicabile. C’erano assai pochi ostacoli a impedire l’escalation del 6 gennaio, a giudicare dalla tenue reazione dello Stato centrale. Gli insorti hanno compiuto un atto che la maggioranza degli americani riteneva impossibile – e lo hanno fatto con facilità. L’oblio di quell’evento, incentivato persino dalla dirigenza repubblicana, e il fatto che pochissimi abbiano subìto punizioni significative hanno reso l’assalto al Campidoglio un test, un saggio dei limiti di ciò che lo Stato, i media e la popolazione ritengono accettabile. Questi limiti non sono stati ancora toccati.
La principale ragione per presumere che lo status quo prevarrà è il dato di fatto che la maggioranza degli americani – in particolare i benestanti – sta tutto sommato bene, se non addirittura sta prosperando, e ha dunque poco da guadagnare dal fare a pezzi il sistema. L’America non è la Repubblica di Weimar. Eppure, una chiassosa minoranza inferocita può essere incredibilmente dannosa nel nostro paese. Decine di milioni di persone sembrano pensare che lo status quo sia intollerabile e meriti di essere messo al rogo. Alcune di queste sono state certamente lasciate indietro dalla struttura dell’economia e della politica, dominate da élite che si fanno gli affari propri; questi individui hanno dunque ben poco da perdere. Sempre più, però, questa classe degli alienati include elementi del ceto medio e persino di quello abbiente. Per questi ultimi, la posta in gioco non è la sicurezza materiale. Sembrano semmai convinti che i loro valori e il loro stile di vita (in termini più diretti il loro privilegio) sia pesantemente sotto attacco. Per quanto queste convinzioni non abbiano riscontro nella realtà, si sono dimostrate incredibilmente potenti.

L’altro fattore che induce un modesto ottimismo, quello più importante affinché gli Stati Uniti mantengano un ruolo preminente all’estero, è che le Forze armate sono tra le istituzioni più funzionanti ed etnicamente variegate d’America, almeno quando si chiede loro di eseguire missioni chiare e ben soppesate. È di decisiva importanza che i militari restino al di sopra dell’agone politico. È dunque notevole che circa il 20% delle persone condannate nell’assalto al Campidoglio sia composto da membri attivi o in pensione delle Forze armate. Per fare un paragone, solo il 7% degli adulti in America ha servito sotto le armi. Anche le numerose milizie di destra proliferate durante l’amministrazione Obama sono piene di veterani. Diverse figure influenti nel mondo militare, come l’ex generale Michael Flynn che è un dichiarato sostenitore di QAnon, hanno apertamente invocato un intervento dei militari per rovesciare il risultato delle elezioni del 2020.Che cosa sarebbe accaduto se il presidente degli Stati maggiori riuniti, il generale Mark Milley, non si fosse allarmato a sufficienza da muoversi per limitare il controllo del presidente Trump sulle truppe? Che cosa sarebbe successo se il vicepresidente Mike Pence avesse ceduto alle pressioni provenienti da destra e si fosse rifiutato di certificare il voto del collegio elettorale? E se Trump avesse tentato di proporre ordini esecutivi che richiedessero al segretario della Difesa di confiscare le urne? E se i funzionari locali e statali avessero accolto la richiesta del presidente di invalidare i risultati negli Stati in cui lui aveva perso? Il fatto che la maggioranza degli americani abbia trovato tutto ciò profondamente preoccupante conta solo nella misura in cui quella maggioranza può decidere attraverso i seggi elettorali.

Guardando avanti, che cosa succederebbe se una o due unità militari d’élite si alleassero alle milizie private e costringessero le Forze armate a ripulire i ranghi e a sedare la mischia domestica? E se questo ammutinamento capitasse sotto un presidente che lo appoggia? Che cosa succederebbe se la sperimentazione della moderna teoria monetaria fallisse miseramente, diffondendo iperinflazione e cancellando la classe media? E se il Texas, che non ha risolto granché nell’ultimo anno, finisse al buio per diversi mesi con il prossimo gelo? E se magari ciò avvenisse a causa di attacchi cibernetici come quelli che hanno colpito lo scorso maggio il vitale Colonial Pipeline, sfruttando le ben note vulnerabilità delle infrastrutture più sensibili del paese? Nessuno lo sa davvero.

Certo che le cose possono peggiorare. Per il mondo, forse, il pericolo maggiore sta nel dare per scontato l’opposto.

Questo articolo è tratto da "L'altro virus", il nuovo numero di Limes disponibile online, in edicola e in libreria.

(traduzione di Federico Petroni)