Mali, nelle strade di Bamako: “I francesi da liberatori sono diventati occupanti”
dal nostro inviato Pietro Del Re , dal nostro inviato Pietro Del ReBAMAKO - L'anziano professore se li ricorda bene, nel gennaio 2013, i legionari francesi acclamati come dei liberatori per le strade della capitale dopo aver respinto l'offensiva jihdista nel nord del Mali. "E rammento anche la visita a Timbuctu dell'allora presidente François Hollande, quando dichiarò in mezzo a una folla festante che quella vittoria segnava il più bel giorno della sua carriera politica", dice Mamadou Laminé, che all'epoca ancora insegnava Medicina all'Università di Bamako e che oggi prova a ragionare sul sentimento anti-francese che negli anni è andato montando fino a sfociare nell'attuale crisi tra i due Paesi, con la crescente ostilità della popolazione e della giunta al potere nei confronti di Parigi, con l'espulsione del suo ambasciatore Joël Meyer, il 31 gennaio scorso, e infine con la volontà di Emmanuel Macron di ritirare il contingente dell'operazione Barkh…
BAMAKO - L'anziano professore se li ricorda bene, nel gennaio 2013, i legionari francesi acclamati come dei liberatori per le strade della capitale dopo aver respinto l'offensiva jihdista nel nord del Mali. "E rammento anche la visita a Timbuctu dell'allora presidente François Hollande, quando dichiarò in mezzo a una folla festante che quella vittoria segnava il più bel giorno della sua carriera politica", dice Mamadou Laminé, che all'epoca ancora insegnava Medicina all'Università di Bamako e che oggi prova a ragionare sul sentimento anti-francese che negli anni è andato montando fino a sfociare nell'attuale crisi tra i due Paesi, con la crescente ostilità della popolazione e della giunta al potere nei confronti di Parigi, con l'espulsione del suo ambasciatore Joël Meyer, il 31 gennaio scorso, e infine con la volontà di Emmanuel Macron di ritirare il contingente dell'operazione Barkhane. "Certo, in questi nove anni, Parigi ha compiuto tanti errori. Il primo è di aver sottovalutato la corruzione e l'avidità della nostra classe politica, che se n'è sempre infischiata del popolo maliano. I francesi si sono resi colpevoli di correità per aver chiuso gli occhi di fronte ai tanti crimini compiuti dalle autorità".
Secondo l'ex governatore della città, Seydou Alhandou, la Francia ha fallito soprattutto per colpa dell'arroganza dei suoi militari nei confronti delle forze armate locali e, più in generale, di tutta la popolazione. "Inoltre, l'esercito francese ha combattuto soltanto con i droni e con gli elicotteri d'attacco, senza mai cercare di costruire un rapporto di fiducia con i locali, né di rafforzare le istituzioni dello Stato là dove erano più deboli. Il risultato è che hanno lasciato gran parte del Paese alla mercé delle bande islamiste, le quali ne hanno approfittato per risolvere, spesso in modo molto sbrigativo, i conflitti sociali, etnici o politici, sostituendosi a un sistema giudiziario totalmente assente. In altre parole, per risolvere i tanti problemi del Mali, i francesi hanno privilegiato la soluzione militare. Perfino quando scavavano pozzi o costruivano scuole, lo facevano con uomini armati fino ai denti". Il governatore spiega così il nuovo timore per le istituzioni che provano molte etnie del Paese, in particolare gli allevatori nomadi. Per loro lo Stato maliano è ormai una minaccia, perché nei villaggi più remoti è rappresentato da soldati male armati e peggio pagati, che abusano spesso del loro potere e che, in un contesto di assoluta povertà, possono umiliare, razziare e violentare in totale impunità.
Il sessantasettenne iman Mahmoud Dicko, predicatore carismatico, a capo dal 2008 al 2019 dell'influente Alto consiglio islamico, imputa ai francesi l'errore di aver ignorato la forte componente religiosa della società maliana. "Hanno promosso dei progetti contrari ai valori locali, favorendo l'ascesa di quei gruppi fondamentalisti che si facevano passare per difensori di un'identità nazionale calpestata dagli "invasori"", spiega Dicko, che nel 2020 era diventato l'autorità morale del vasto movimento di protesta che destituì il presidente Ibrahim Boubakar Keita, eletto sette anni prima grazie all'intervento di Parigi.
Ma siano essi parte delle élite laiche di Bamako o delle legioni di poverissimi braccianti sulle rive del Niger, quello che i maliani rinfacciano ai francesi è di non essere riusciti a stabilizzare il Paese e di non averli difesi, quand'era necessario, dalle bande criminali o jihadiste impegnate nei loro traffici di ostaggi, droga o armi. "Agli occhi di molti di noi, l'esercito francese s'è in fretta trasformato da "liberatore" a "occupante" quando ha cominciato a imporre leggi restrittive, a cominciare dal coprifuoco in alcune regioni del Paese, senza però garantire la sicurezza né tanto meno portare la pace", sostiene Moussa Foré, grosso commerciante di fertilizzanti che sta pagando molto cara la chiusura delle frontiere imposta dalla Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentale, dopo che i colonnelli di Bamako, a fine 2021, hanno annunciato di voler procrastinare di cinque anni le elezioni, inizialmente previste questo mese.
La media d'età del Paese non supera i 19 anni, e tra le generazioni più giovani, dice ancora Foré, c'è oggi più consapevolezza di una volta. "È anche grazie a internet che la popolazione è più attenta a ciò che accade. E non dimentica così facilmente come in passato. I social locali si sono scatenati contro il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, che la settimana scorsa ha definito "illegittima" la giunta putschista, non solo perché fino a prova contraria continua a coordinarsi con l'esercito francese, ma anche perché il regime che nel 2013 aveva chiesto aiuto a Parigi era anche lui arrivato al potere con un golpe".