Usa-Cina, 50 anni fa lo storico incontro a Pechino fra Richard Nixon e Mao Zedong e l'inizio del disgelo
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - "Ero giovane, 27 anni, e avevo appena disubbidito ad un ordine del presidente. Quella sera, al banchetto di benvenuto con Mao Zedong e il primo ministro Zhou Enlai, Richard Nixon voleva parlare a braccio e mi chiese di tradurre il suo discorso. Chiesi di vedere prima il testo: sapevo che ce n'era uno, lo avevo preparato io, ma mi dissero che non c'era nessun testo. Sapevo, poi, che lo staff della Casa Bianca aveva inserito alcune poesie del Grande Timoniere, tradotte in inglese da chissà chi. Che disastro sarebbe stato ritradurle davanti a lui in cinese, con il rischio di fare errori. Mi rifiutai. Più tardi, dopo cena, mi si avvicinò Li Xiannian, l'allora vicepremier che sarebbe diventato poi presidente, e come si fa con i condannati a morte mi offrì una delle sue sigarette. La accettai. Mi fece ritornare il vizio del fumo: riuscii a smettere soltanto trent'anni più tardi. Due giorni dopo Nixon venne da me per scusarsi,…
PECHINO - "Ero giovane, 27 anni, e avevo appena disubbidito ad un ordine del presidente. Quella sera, al banchetto di benvenuto con Mao Zedong e il primo ministro Zhou Enlai, Richard Nixon voleva parlare a braccio e mi chiese di tradurre il suo discorso. Chiesi di vedere prima il testo: sapevo che ce n'era uno, lo avevo preparato io, ma mi dissero che non c'era nessun testo. Sapevo, poi, che lo staff della Casa Bianca aveva inserito alcune poesie del Grande Timoniere, tradotte in inglese da chissà chi. Che disastro sarebbe stato ritradurle davanti a lui in cinese, con il rischio di fare errori. Mi rifiutai. Più tardi, dopo cena, mi si avvicinò Li Xiannian, l'allora vicepremier che sarebbe diventato poi presidente, e come si fa con i condannati a morte mi offrì una delle sue sigarette. La accettai. Mi fece ritornare il vizio del fumo: riuscii a smettere soltanto trent'anni più tardi. Due giorni dopo Nixon venne da me per scusarsi, quasi in lacrime".
Chas Freeman se lo ricorda bene quel 21 febbraio 1972. Giovane addetto al China Desk del Foreign Office americano, venne scelto come capo interprete di quel viaggio che durò una settimana, grazie alla conoscenza del cinese che aveva studiato a Taiwan. "Mi permisi pure di dare un consiglio alla first lady: non si vesta di rosso, un colore associato alle prostitute. Non mi ascoltò: scese dalla scaletta dell'aereo con un cappotto rosso scintillante. Tutto sommato funzionò: era molto fotogenico". Dopo mesi di preparativi in gran segreto portati avanti da Henry Kissinger, quella mattina di mezzo secolo fa il presidente statunitense - repubblicano e fieramente anticomunista - atterrò all'aeroporto di Pechino: una visita storica, la prima di un leader Usa nel grande stato socialista. Una visita nel bel mezzo della Guerra Fredda tra Washington e Mosca per cambiarne le geometrie, in un Paese - la Cina - isolato dal mondo, alle prese con le isterie della Rivoluzione culturale e impaurito dal vecchio alleato sovietico con cui aveva rotto e dalle sue truppe stazionate al confine.
"Sia dal punto di vista americano che cinese l'obiettivo immediato era quello di scoraggiare un'invasione russa o l'umiliazione della Cina. Nixon era preoccupato che questo avrebbe alterato l'equilibrio geopolitico globale. Mao era preoccupato per la sicurezza del suo regime", racconta Freeman, che qualche anno più tardi diventerà il numero due della missione diplomatica americana a Pechino. "In più, gli Stati Uniti volevano uscire dal Vietnam e pensavano che un'apertura verso la Cina avrebbe messo pressione all'Urss e avrebbe spinto i cinesi a fare a loro volta pressioni sui nord vietnamiti. Era un calcolo strategico. Mao, invece, pensava che aprirsi agli Usa avrebbe aiutato la Repubblica popolare a rafforzarsi in chiave anti-sovietica ", spiega Margaret MacMillan, professoressa emerita di Storia internazionale a Oxford. Le gite alla Grande Muraglia, alle Tombe dei Ming, l'incontro con un malaticcio Mao nella Città Proibita, la visita a Shanghai che si concluse con uno storico comunicato che mise le basi per riattivare le relazioni diplomatiche tra i due Paesi e per regolare - seppur ambiguamente - la situazione di Taiwan.
Quella rivoluzione diplomatica mise le fondamenta per il successivo crollo dell'Unione Sovietica e per l'ascesa di una nuova Cina, "facendola entrare nel club dei grandi e alterando l'ordine mondiale", sostiene Freeman. "La Cina non cerca però di sostituire gli Stati Uniti come egemone globale, ma il suo ritorno alla ricchezza e al potere dopo un'eclissi durata due secoli sta erodendo il primato americano e diluendo l'influenza statunitense sia in Asia che altrove. Gli Stati Uniti devono adattarsi a un mondo in cui non sono più al comando. Da parte sua, la Cina deve adattarsi a un mondo in cui non è più povera e debole, ma ricca e potente abbastanza da suscitare apprensioni negli altri Paesi", continua l'ex diplomatico.
Cinquant'anni dopo la visita di Nixon - con il Dragone diventato nel frattempo la seconda potenza globale - la storia sembra essersi ribaltata. Da alleato antisovietico degli americani ora Pechino con Mosca ha una fiorente "quasi-alleanza", sullo sfondo della crisi ucraina. Il mondo viene di nuovo scolpito in blocchi ed è la Cina oggi a sentirsi al volante: dalla difesa alla tecnologia, dal commercio alla geopolitica in un crescendo di scontri e incomprensioni con Washington alimentati da entrambe le parti dell'oceano. "La Cina è cambiata enormemente in questi 50 anni. Quando Mao incontrò Nixon il Paese era isolato dal mondo: aveva pochi diplomatici all'estero e a Pechino c'erano pochi diplomatici stranieri. Poi sono arrivate le aperture economiche, con Deng Xiaoping. Oggi è diventata però più autoritaria. Ancora negli anni Duemila il Paese era relativamente aperto, ma con l'arrivo di Xi è cambiato tutto e sta portando in Cina elementi di maoista memoria", continua MacMillan.
Una distanza tra Cina e Usa che si è allargata e che Freeman attribuisce anche alle colpe americane. "Certo, dopo essersi aperta ed essere diventata più 'attraente', la Cina si sta facendo sempre più assertiva. Ma mentre Nixon mise da parte le differenze ideologiche per perseguire obiettivi condivisi, ora l'ideologia è tornata come base della politica cinese degli Stati Uniti, come dimostra lo sforzo di dipingere le relazioni sino-americane come una gara tra democrazia e autoritarismo. Il presidente Biden è intrappolato politicamente in una continuazione delle politiche del suo predecessore. Non può permettersi di innovare la politica cinese. Quindi, non vedo una risoluzione delle attuali tensioni". "Con l'equilibrio di potere tra America, Cina e Russia stravolto, poche lezioni di allora possono essere applicate oggi. America e Cina sono determinate a perseguire la stabilità alle loro condizioni, massimizzando il loro rispettivo potere, mettendo le due potenze rivali l'una contro l'altra in modo ancora più esplicito", afferma pessimista Shi Yinhong, massimo esperto di relazioni Usa-Cina all'Università Renmin di Pechino.
E l'avvicinamento alla Russia di Putin? Come si sta comportando Pechino nella gestione della crisi ucraina? Se per Freeman "la nuova intesa sino-russa mira a contrastare l'unilateralismo statunitense, prodotto della pressione americana sulla Russia da ovest e sulla Cina da est e da sud", per MacMillan sembra più un matrimonio di convenienza non destinato a durare. "Ci sono ancora questioni ai confini tra i due paesi che non sono mai state risolte. La Cina è molto più potente e finirebbe con l'essere il partner dominante di un'alleanza e ai russi non può far piacere". "Ha taciuto sostanzialmente sull'Ucraina, come fece sulla Crimea, pur sostenendo la richiesta russa di aggiustamenti diplomatici nell'architettura di sicurezza europea per ridurre le minacce alla sicurezza di Mosca", conclude Freeman. "Ma non ci sarà nessuna luce verde ad un'eventuale invasione russa in Ucraina", sostiene MacMillan. "Non è nell'interesse di Pechino: in un colpo solo si inimicherebbe gli europei con i quali cerca di ricostruire un rapporto e farebbe risalire ancora di più la tensione con gli americani".