Colombia, la Corte Costituzionale depenalizza l'aborto entro 24 settimane
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoCon una sentenza che assegna una storica conquista al movimento femminista, l’aborto entro 24 settimane viene depenalizzato in Colombia. La Corte Costituzionale ha accolto un ricorso del coordinamento Causa Justa con cinque voti a favore e quattro contrari senza tuttavia avallare la richiesta che puntava a una piena legalizzazione. Questo significa che ogni donna potrà liberamente decidere sul proprio corpo, anche interrompere una gravidanza non voluta o pericolosa, senza incorrere in un processo che prevede pene dai 16 ai 54 mesi di carcere. La Colombia a questo punto diventa leader di battaglie per le conquiste sui diritti sessuali e riproduttivi in America Latina, seguita da Messico e Argentina.
Con una sentenza che assegna una storica conquista al movimento femminista, l’aborto entro 24 settimane viene depenalizzato in Colombia. La Corte Costituzionale ha accolto un ricorso del coordinamento Causa Justa con cinque voti a favore e quattro contrari senza tuttavia avallare la richiesta che puntava a una piena legalizzazione. Questo significa che ogni donna potrà liberamente decidere sul proprio corpo, anche interrompere una gravidanza non voluta o pericolosa, senza incorrere in un processo che prevede pene dai 16 ai 54 mesi di carcere. La Colombia a questo punto diventa leader di battaglie per le conquiste sui diritti sessuali e riproduttivi in America Latina, seguita da Messico e Argentina.
Il verdetto è stato accolto con entusiasmo da migliaia di donne scese in piazza al grido: “L’America Latina sarà tutta femminista”. Finora la depenalizzazione prevedeva tre condizioni: lo stupro, la malformazione del feto incompatibile con la vita e il rischio per la salute fisica o mentale della madre. Regole fissate nel 2006. Ma in tutti gli altri casi abortire restava un reato grave. I margini di interpretazione, secondo le femministe, erano comunque tanti e costanti. Le pressioni della chiesa cattolica e di quelle evangeliche, in un paese laico ma profondamente religioso, rendevano quasi impossibile abortire anche se sussistevano le condizioni previste dalla legge. A migliaia – si stima 400 l’anno – erano costrette a ricorrere alle cliniche private o agli ambulatori clandestini. Oltre alle pazienti rischiavano medici e personale infermieristico con condanne che sfioravano il reato di omicidio.
Non era raro – scrive el Pais che a questo tema apre il sito online – vedere cartelli affissi nei reparti degli ospedali pubblici di ostetricia e ginecologia in cui si avvertiva: “Non venite qui”. Tra il 59 e il 70 per cento delle denunce per aborto arrivava proprio dagli ospedali del sistema sanitario pubblico e questo ha spinto moltissimi medici a rifiutare gli interventi. Non tanto per obiezione di coscienza ma per paura di essere processati e condannati. Tra il 2006 e il 2019, ricorda ancora il quotidiano spagnolo, oltre 5.700 donne hanno dovuto affrontare la giustizia.
Superare questo ostacolo, morale oltre che razionale, non è stato facile. Nel corso degli ultimi anni ci sono state centinaia di manifestazioni. L’ondata femminista ha ripreso slancio dopo le mobilitazioni massicce in Cile, Messico e Argentina dove le violenze sessuali domestiche avevano reso le gravidanze indesiderate una vera emergenza. Le cose hanno iniziate a cambiare nel 2006, quando le gerarchie della Chiesa minacciavano ancora di scomunica i magistrati della Corte Costituzionale che votavano per la depenalizzazione dell’aborto. Le contromanifestazioni di quelli a favore della vita che sfilavano pregando, candele e rosari in mano, si sono nel frattempo fatte sempre più rare. La realtà degli aborti clandestini è diventata lampante. A pagare il prezzo più alto le donne più povere, spesso giovanissime, che non si potevano permettere le tariffe di medici ufficialmente obiettori ma poi pronti a farle abortire a pagamento. Per colmare questo divario ci sono voluti coraggio e sensibilità. La Corte Costituzionale, è riuscita a prendere la decisione che la classe politica era incapace di affrontare.