Parla Aleksandr Borodaj: "Finché l'Ucraina resterà un Paese anti-Russia, la guerra sarà inevitabile"
dalla nostra inviata Rosalba Castelletti , dalla nostra inviata Rosalba CastellettiROSTOV-SUL-DON - Quando lo avevamo incontrato, domenica sera, nella sede moscovita dell'Udv, l'Unione dei volontari del Donbass, Aleksandr Borodaj era già pronto ad andare a combattere nelle Repubbliche separatiste. "Non posso dire quando e in quanti partiremo, darei informazioni ai nostri nemici", ci ha detto al termine di un lungo colloquio esclusivo in cui ha ammesso di aver "preso ordini" da russi interessati alla "riunificazione del Donbass con Mosca".
Ma dall'andirivieni e dalla fibrillazione nel suo ufficio e dalle quattro ore di anticamera per la nostra intervista, era chiaro che la partenza fosse imminente. "La diplomazia può solo procrastinarla, ma finché l'Ucraina sarà un Paese anti-Russia, la guerra sarà inevitabile". Parole che si colorano di nuove sfumature alla luce della decisione di Putin di riconoscere la sovranità delle Repubbliche "popolari" di Donetsk …
ROSTOV-SUL-DON - Quando lo avevamo incontrato, domenica sera, nella sede moscovita dell'Udv, l'Unione dei volontari del Donbass, Aleksandr Borodaj era già pronto ad andare a combattere nelle Repubbliche separatiste. "Non posso dire quando e in quanti partiremo, darei informazioni ai nostri nemici", ci ha detto al termine di un lungo colloquio esclusivo in cui ha ammesso di aver "preso ordini" da russi interessati alla "riunificazione del Donbass con Mosca".
Ma dall'andirivieni e dalla fibrillazione nel suo ufficio e dalle quattro ore di anticamera per la nostra intervista, era chiaro che la partenza fosse imminente. "La diplomazia può solo procrastinarla, ma finché l'Ucraina sarà un Paese anti-Russia, la guerra sarà inevitabile". Parole che si colorano di nuove sfumature alla luce della decisione di Putin di riconoscere la sovranità delle Repubbliche "popolari" di Donetsk e Lugansk anche sui territori controllati da Kiev e di mandare truppe se necessario.
Oggi deputato della Duma, la Camera bassa del Parlamento, e capo dell'Udv, il 49nne Borodaj è stato il primo leader della Repubblica di Donetsk (Dpr) e, di fatto, lo "stratega" dell'annessione russa della Crimea e dell'autoproclamata indipendenza del Donbass. Ripercorrere con lui la sua biografia aiuta a capire come siamo arrivati fin qua. A un passo da una guerra tra Russia e Occidente.
La "Novorossija" evocata da Putin
"Imperialista russo", così si definisce, Borodaj è convinto come Putin che "il popolo russo sia stato diviso in maniera artificiale dopo la perdita della guerra fredda" sin da quando negli Anni '90 lavorava per il giornale nazionalista Zavtra o la tv Den, a stretto contatto con l'oligarca Konstantin Malofeev, suo "amico di vecchia data" dice lui, occulto finanziatore sostengono le inchieste di Aleksej Navalnyj.
"Credo che il popolo russo si debba riunificare e vivere in uno stesso Paese che comprenda i territori che appartenevano originariamente alla Russia. Non parlo della Polonia, della Finlandia o dei Baltici. Non rivendichiamo quei territori. Parlo dell'Ucraina orientale". Le terre a Nord del Mar Nero conquistate dall'impero zarista alla fine del XVIII secolo a cui, ha ricordato lunedì Putin, fu dato il nome di "Novorossija", Nuova Russia.
Le guerre in Transnistria, Cecenia e Tajikistan
È, animato da questa missione, che nel 1992, ad appena 18 anni, Borodaj va a combattere in Transnistria. Poi da corrispondente militare di Ria Novosti partecipa alla prima guerra cecena (“Ma non mi sono mai riconosciuto nell’etica che vieta a un reporter di imbracciare le armi, durante il primo assalto a Groznyj mi è capitato di sparare”, spiega) e infine al conflitto in Tajikistan. "All'Università di Mosca mi sono specializzato nella risoluzione di conflitti inter-etnici - puntualizza - e ho fondato un'azienda di consulenze per società statali e private".
Le sue strade intanto incrociano quelle di Igor Girkin, nome di battaglia "Strelkov", sotto processo in contumacia per l'abbattimento del volo Malaysia in Ucraina nel 2014. “Ci hanno presentati perché avevamo combattuto entrambi in Transnistria e in Cecenia. E alla fine l’ho preso nella mia società”, racconta sottolineando che Girkin per un po’ sia stato “alle sue dipendenze”.
L'annessione della Crimea e l'inizio del conflitto nel Donbass
Quando nel febbraio 2014 la rivolta di Majdan a Kiev depone il presidente filorusso Viktor Janukovich, volano entrambi in Crimea "a 24 ore di distanza". Borodaj diventa "l'assistente" - così si definisce - di Serghej Aksionov che ha preso il potere come premier della Repubblica autonoma di Crimea. Chi lo ha convocato? Aksionov? Borodaj annuisce solamente, ma ha tutta l’aria di dire una mezza verità.
Girkin intanto si dirige a Slavjansk, “di sua iniziativa”. Borodaj invece si sposta nel Donbass solo a fine marzo dopo la proclamazione unilaterale dell'indipendenza e il referendum sull'annessione russa della Crimea di cui è di fatto il regista. "Andare nel Donbass era il passo successivo più naturale. Arrivavano da ogni parte volontari pronti a combattere per liberarlo. Non volevano restare in Ucraina, sotto il nuovo governo comparso in seguito al colpo di Stato", chiama così la Rivolta di Majdan. I "ribelli" occupano gli edifici governativi di Donetsk e Lugansk: è l'inizio del conflitto con le forze ucraine in corso da otto anni.
Un premier "moscovita" per Donetsk
Borodaj parte prima per Lugansk e, solo dopo che il "plotone" al comando di Girkin ha occupato Slavjansk, raggiunge il suo compagno d’armi e futuro comandante delle forze armate e poi ministro della Difesa della Repubblica popolare di Donetsk. “Non lo nascondo, quella volta portai a Girkin un aiuto finanziario notevole”. Soldi arrivati da dove? “Non erano fondi statali, ma donazioni. Non voglio rivelare i nomi dei donatori, posso solo dire di aver investito anche di tasca mia”.
A maggio, dopo l’autoproclamazione dell’indipendenza, entra a Donetsk in vista del referendum “insieme a un gruppo di subordinati”. E quando Donetsk autoproclama l'indipendenza, ne diventa il premier. Quando gli chiediamo come abbia fatto un moscovita a diventare il leader di una neo-Repubblica in Est Ucraina, risponde con dovizia di particolari.
"I capi dei "plotoni" e delle associazioni filorusse che combattavano perché il Donbass entrasse a far parte della Russia erano in conflitto. Da professionista nel campo, ho capito che non sarebbe mai esistita una Repubblica senza un governo centrale. Ma tutti i miei tentativi di costruire una gerarchia statale, convocando i capetti locali, non al tavolo delle trattative, ma in un vialone di Donetsk, fallivano, finché all'improvviso qualcuno non ha promosso il mio nome: l'attuale leader della Dpr Denis Pushilin", ride.
"Hanno tutti tirato un sospiro di sollievo, da Zakharchenko ad Andrej Purgin. Nessuno voleva questa responsabilità. Io invece in quel momento ho consumato tre sigarette una dietro l'altra e proposto in alterativa uno dei miei consiglieri, il regista Sergej Kavtaradze, ma sono tutti scoppiati a ridere all'idea che la Dpr fosse guidata da un uomo dal cognome georgiano. E alla fine non ho avuto altra scelta che diventare “capo plenipotenziario” della Repubblica. Con una mano costruivo il nuovo Stato, con l'altra mi occupavo della guerra. Bisognava bonificare Donetsk dai soldati nemici e dai sabotatori dell'Sbu, i servizi ucraini".
"Quello che succede nel Donbass, resta nel Donbass"
Il momento più difficile? "I conflitti interni. Combatti un nemico esterno, ma c'è qualcuno dei tuoi che ti spara alla schiena". Lo stesso Pushilin? Gli ricordiamo che in un rimpasto lo allontanò... "Siamo soliti dire: quello che succede nel Donbass, resta nel Donbass. Non voglio parlarne".
Gli ordini da Mosca
Ma è vero che prendeva ordini da Mosca? Glissa. "Per come lo intendevo io, lavoravo nell’interesse della Russia. Non l’ho mai nascosto. Non ricevevo ordini del Cremlino, ma la mia missione principale era stabilire rapporti con le élite russe, riferire all’élite russe lo stato effettivo delle cose nel Donbass".
Gli contestiamo, allora, che in un'intercettazione agli atti dell'inchiesta sul volo Mh17 disse: "Eseguo gli ordini e proteggo gli interessi di un unico e solo Stato: la Russia". Borodaj sospira, poi risponde: "Dovete capire che, attorno all’idea della riunificazione del Donbass con la Russia, sin dai tempi della “Primavera della Crimea”, si è formato molto velocemente un gruppo di gente che la pensava allo stesso modo. Questo gruppo era inquadrato in una certa gerarchia di cui io non ne ero al vertice. Posso solo dire che tutte queste persone sono personaggi molto influenti nella Federazione russa. Ma in quel momento nessuno era un funzionario pubblico"
I servizi segreti Fsb? Girava voce che anche lui, come Strelkov, ne avesse fatto parte. "Io non ho mai detto di lavorare per loro. Agivo da privato", taglia corto fumando l'ennesima sigaretta.
L'abbattimento del volo Mh17
Alla domanda sull'abbattimento del volo Mh17, prima ancora che riusciamo a completarla, parte con l'excusatio non petita. È stato il governo ucraino, contesta tra una sigaretta e l'altra, a trattenere sia gli sherpa malesi che i periti internazionali a Kiev e a impedire loro di raggiungere subito il luogo dello schianto. "Fortunatamente la delegazione malese capitanata dal colonnello Mohamed Sakri è riuscita a scappare da Kiev di notte ed è arrivata a Kharkov da dove mi ha chiamato chiedendo se potessi andare a prenderli. Gli ho spiegato che, per andare a prenderli a Kharkov, avrei dovuto prima conquistare Kharkov". Ride.
È a loro che infine consegna salme e scatole nere in cambio del riconoscimento: "il primo accordo internazionale firmato dalla Repubblica di Donetsk". Perché è solo allora, sostiene, che l’Osce gli dà l’autorizzazione a raccogliere i corpi. Ma non era stato accusato del contrario? Di aver rimosso i corpi per spostarli in celle frigorifere e compromesso la scena dello schianto?
"Abbiamo seguito alla lettera il divieto che ci era stato imposto: non toccare i cadaveri finché non fossero arrivati gli esperti stranieri", insiste e ci racconta quella che definisce una "storia di humour nero": "Una babushka andò dai militari che circondavano il luogo dello schianto a chiedere che cosa fare di un cadavere che aveva centrato la sua abitazione finendo sul suo letto. Le dovettero dire di aspettare".
Della procura olandese che, lo scorso dicembre, ha chiesto l'ergastolo per Strelkov e gli altri tre incriminati per lo schianto del volo Malaysia, dice: "È un processo preconcetto. Tutto l'Occidente finanziava l'Ucraina nel 2014, era impossibile che dessero la colpa a Kiev che però, pur essendoci una guerra, non aveva chiuso lo spazio aereo ai voli civili. Noi non avevamo né il motivo né i mezzi per abbattere un aereo". Ma del Buk, il missile in dotazione alla 53esima brigata antiaerea delle forze armate russe che, stando all'inchiesta internazionale, centrò l'aereo MH17 uccidendo le 298 persone a bordo, ci sono anche diverse foto e filmati. "Non avevamo nessun Buk", ribatte secco Borodaj.
A capo dell'Unione dei volontari del Donbass
L'esperienza da premier dura poco. Tra gli ucraini dell'Est cresce l'insofferenza verso la gestione "russa" della rivolta e ad agosto Borodaj cede il potere ad Aleksandr Zakharchenko (che verrà ucciso da un'autobomba quattro anni dopo) . È vero, chiediamo citando un suo recente video subito rimosso, che decise di dimettersi "per dare l'impressione che il governo fosse nato dal basso"? Stavolta non svicola. "È stato il motivo principale".
Borodaj, però, continua a lavorare per il Donbass anche da Mosca. Guida l'Udv che conta 16 mila "volontari" (c'è chi li chiama mercenari), la maggior parte veterani. "Molti sono stati feriti o hanno perso il lavoro. Le autorità statali non li aiutano perché non sono state loro a inviarli a combattere, perciò abbiamo creato un'organizzazione di mutuo soccorso che allo stesso tempo raggruppa le risorse da mobilitare in caso di escalation, proprio come adesso".
È per l'Udv, dice, che lo scorso settembre si è candidato alla Duma insieme al partito al potere Russia Unita vincendo un seggio: per ottenere quel riconoscimento negato alle compagnie militari private considerate illegali a Mosca. Ma in realtà, ci tiene ad aggiungere, "già da consulente, partecipavo a diversi progetti politici, ma come regista o sceneggiatore dietro il sipario. Poi nel 2014 è nata la necessità di salire sul palcoscenico, un ruolo che all'inizio non avevo previsto".
Ora la sua unica preoccupazione, però, è che "la guerra invecchia chi la fa" e non tutti i volontari dell'Udv "hanno più il fisico" per tornare sul fronte. "Ma molti - assicura - sono pronti a tornare a combattere nel Donbass. Abbiamo iniziato la mobilitazione. La guerra si farà. Prima o poi".