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Russia-Ucraina, Putin dichiara guerra all'Impero delle Bugie: "Chi ci attacca pagherà conseguenze inimmaginabili"

All’alba il discorso del leader russo che dà il via a quella che definisce un'operazione speciale. “Cercheremo di smilitarizzare e denazificare l’Ucraina e porteremo i criminali davanti alla giustizia”. E agita l'arsenale nucleare
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ROSTOV-SUL-DON - Alle 5.45 del mattino del 24 febbraio il presidente russo Vladimir Putin parla ai russi, e al mondo intero, per dichiarare la guerra che l'Occidente aveva previsto, ma non è riuscito a scongiurare. "Ho deciso di lanciare un'operazione speciale militare. Lo scopo è proteggere la popolazione che da otto anni affronta l'umiliazione e il genocidio perpetrato dal regime di Kiev. Cercheremo di smilitarizzare e denazificare l'Ucraina e di portare davanti alla giustizia i responsabili di crimini contro i civili".

I media russi battezzano l'operazione speciale "Donbass", ma è evidente che Donetsk e Lugansk sono solo il pretesto per l'azione di una mente deviata che ha deciso di lanciare una crociata non solo contro l'Ucraina ("un'anti-Russia ostile totalmente controllata dall'esterno"), ma soprattutto contro quello che definisce "l'Impero delle Bugie" creato dagli Stati Uniti …

ROSTOV-SUL-DON - Alle 5.45 del mattino del 24 febbraio il presidente russo Vladimir Putin parla ai russi, e al mondo intero, per dichiarare la guerra che l'Occidente aveva previsto, ma non è riuscito a scongiurare. "Ho deciso di lanciare un'operazione speciale militare. Lo scopo è proteggere la popolazione che da otto anni affronta l'umiliazione e il genocidio perpetrato dal regime di Kiev. Cercheremo di smilitarizzare e denazificare l'Ucraina e di portare davanti alla giustizia i responsabili di crimini contro i civili".

I media russi battezzano l'operazione speciale "Donbass", ma è evidente che Donetsk e Lugansk sono solo il pretesto per l'azione di una mente deviata che ha deciso di lanciare una crociata non solo contro l'Ucraina ("un'anti-Russia ostile totalmente controllata dall'esterno"), ma soprattutto contro quello che definisce "l'Impero delle Bugie" creato dagli Stati Uniti e da alleati a loro immagine e somiglianza, o "satelliti" come li chiama lui. Un "Impero" che, accusa Putin, ha designato la Russia come nemico pubblico e usato illegalmente la sua potenza militare a Belgrado, nonché in Iraq, Libia e Siria.



"La Russia resta una delle più potenti nazioni nucleari", sottolinea dopo averlo già ricordato nel fine settimana lanciando a sorpresa le manovre nucleari Grom. "Ogni potenziale aggressore - prosegue - affronterà la sconfitta e conseguenze inimmaginabili se dovesse colpire direttamente il nostro Paese". Pochi minuti dopo l'esercito russo sfonda i confini, bombarda città e basi militari in Ucraina. È l'inizio di quello che potrebbe essere il più grande conflitto in Europa dopo la seconda guerra mondiale.

Quello che va in scena in tv all'alba del 24 febbraio, confermano i metadati del video caricato sul sito del Cremlino, è solo il secondo atto del discorso andato in onda lunedì quando una lunga digressione storica sull'Ucraina come "creazione artificiale" di Lenin (che già in passato Putin aveva accusato di aver piantato una "bomba a orologeria" sotto le fondamenta dell'Urss) aveva preceduto il riconoscimento dell'indipendenza delle Repubbliche "popolari" di Donetsk e Lugansk. Putin indossa lo stesso abito e cravatta. Anche la scenografia è la stessa: una stanza dai pannelli di legno al Cremlino.



È chiaro che Putin ha pianificato da tempo tutti i tasselli della messa in scena che sarebbe poi culminata nel suo intervento messianico contro "l'Impero delle Bugie": l'ammassamento di truppe al confine ucraino, le richieste di garanzie di sicurezza a Usa e Nato, le accuse di "genocidio" nel Donbass contro Kiev, l'evacuazione dei civili da Donetsk e Lugansk e, per finire, il riconoscimento delle due Repubbliche secessioniste e l'invio di truppe. A differenza che in Georgia nel 2008 e in Crimea nel 2014, stavolta però i pezzi non si allineano perfettamente. Ma propaganda e bufale riescono comunque a far breccia nella popolazione più conservatrice e a disorientare gli spettatori esterni più avveduti.

Putin parla dopo il presidente ucraino Zelenskij. E i due "Vladimiri" non potrebbero essere più diversi. "Volodimir l'ucraino" si appella ai russi, in russo, sua ligua madre, occhi sgranati e cuore in mano, facendo leva su una fratellanza di sangue che nulla ha a che fare con l'eredità sovietica, perché fermino la guerra. "Vladimir il russo", invece, ha gli occhi stretti e luciferini e arriccia il naso in una smorfia di disgusto e provocazione. Il Putin che brandisce il "pulsante rosso" come una minaccia, convinto di essere predestinato a rimediare a un errore storico (la perdita dello status di potenza di Mosca dopo il crollo dell'Urss), è un uomo che ha abdicato a ogni razionalità, a ogni valutazione del rapporto costo-benefici, pronto a trascinare la nazione verso un isolamento incolmabile e l'Europa verso una nuova catastrofe.

Il suo ritrovato satrapo, il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko, prova a prenderne le distanze sostenendo di aver autorizzato la presenza di un contingente militare russo sul suo territorio solo per difendersi da un eventuale attacco di Kiev, ma è dalla Bielorussia che parte semmai una delle direttrici della "speciale operazione" russa. Anche il "cerchio amico" moscovita sembra vacillare.



E Putin allora ne rivendica la lealtà in diretta tv. Martedì inscenando la pantomima del Consiglio di sicurezza con la parata di ministri, spie e burocrati chiamati a pronunciarsi come scolaretti sull'opportunità di riconoscere o meno l'indipendenza di Donetsk e Lugansk, ieri convocando alla sua corte gli imprenditori che saranno i primi a scontare il fuoco incrociato delle sanzioni occidentali per spiegare che "non era rimasta altra scelta". Anche la popolazione è troppo stanca della retorica dello scontro e troppo esposta ai contraccolpi economici delle tensioni geopolitiche per premiare quest'ultima sortita con un'iniezione di consensi come fece nel 2014 dopo l'annessione della Crimea. Un malcontento che potrebbe diventare la vera bomba sotto le fondamenta della nazione Russia.