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Attacco a Kiev: la marcia di Putin sull’Ucraina

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Nella notte le truppe russe arrivano nei sobborghi della capitale. La fuga dei cittadini. “Sarà un massacro”
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KIEV - Sveglia, bombardano Kiev. Il boato sordo viene da est. C'è Boryspol, là: l'aeroporto. Per tante notti inquiete avevamo aperto i doppi vetri delle finestre, pareva di sentire fischiare i jet, giù dal letto di balzo, quella cos'era un'esplosione? No, solo suggestioni. Ma stavolta non è ansia: è guerra. E dopo una giornata di bombe e conquiste, di lacrime e fughe, ci si rintana come topi convinti che stanotte sarà persino peggio: "Ci aspettiamo un massacro", dice una fonte ecclesiastica. "Ci aspettiamo l'escalation", dice un fonte diplomatica. Il governo ha le ore contate, e gli alleati studiano una via di fuga per il presidente Zelensky.

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SENTIERI DI GUERRA


Ieri alle 5 le finestre aperte hanno arretrato l'orologio della storia. Indietro tutta fino agli incubi della Seconda guerra mondiale. Oggi tocca ai russi, e la capitale bombardata è quella ucraina. L'aspett…

KIEV - Sveglia, bombardano Kiev. Il boato sordo viene da est. C'è Boryspol, là: l'aeroporto. Per tante notti inquiete avevamo aperto i doppi vetri delle finestre, pareva di sentire fischiare i jet, giù dal letto di balzo, quella cos'era un'esplosione? No, solo suggestioni. Ma stavolta non è ansia: è guerra. E dopo una giornata di bombe e conquiste, di lacrime e fughe, ci si rintana come topi convinti che stanotte sarà persino peggio: "Ci aspettiamo un massacro", dice una fonte ecclesiastica. "Ci aspettiamo l'escalation", dice un fonte diplomatica. Il governo ha le ore contate, e gli alleati studiano una via di fuga per il presidente Zelensky.

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Ieri alle 5 le finestre aperte hanno arretrato l'orologio della storia. Indietro tutta fino agli incubi della Seconda guerra mondiale. Oggi tocca ai russi, e la capitale bombardata è quella ucraina. L'aspettava come inevitabile, questa giornata drammatica. La metropoli scettica e flemmatica si era ormai convinta a credere alle Cassandre britanniche e statunitensi che ripetevano da settimane "è già deciso" ed "è imminente". "Ma no, sono fratelli, non ci attaccherebbero mai", dicevano. Lo hanno fatto, invece, e Kiev si è svegliata in un mondo surreale.


Da tutto il Paese arriva l'eco del grande attacco agli obiettivi militari per annientare il potenziale difensivo, schiantare le contraeree e aprire la via agli elicotteri da combattimento. A Kiev tuonano le esplosioni. Sono lontane, ma alle sei del mattino suonano le sirene di Majdan, l'antiaerea annuncia altri guai in arrivo. Da un'auto della polizia un agente tira fuori dal finestrino un cono dei cantieri stradali e ci urla dentro a squarciagola: "Missili, missili!", tutti a casa. È ancora buio, il "rifugio" dell'albergo è pronto con sedie, bollitori e frutta.

Mezz'ora più tardi, Kiev prova a essere quella di sempre. Apre l'enoteca, la pasticceria sforna torte, il bistrò i caffè. Il clima è surreale: gente con la ventiquattrore cammina rapida per non far tardi in ufficio. Ma come, non hanno sentito le bombe? Le hanno sentite eccome, cento metri più in là ci sono 14 persone in fila davanti al bancomat: si preleva prima che sia tardi, chissà. I trolley scivolano sul marciapiede, gli studenti tornano a casa. Le auto caricano valigie e via. Il segno che questa Kiev è una capitale sconvolta è il traffico che in centro è sparito del tutto. È finito tutte sulle arterie che portano fuori dalla capitale.


Non passa mezz'ora e la tragedia che sta divorando l'Ucraina cala con violenza sulla città della Lavra, la capitale europea che in tutte queste settimane aveva tirato dritto alzando le spalle con un sorriso di fronte alle previsioni nefaste di un'invasione russa in arrivo. Sarebbe assurdo, si diceva. Uno a uno i bar chiudono i battenti. A pranzo non c'è modo di trovare cibo neppure nei grandi alberghi: "La cucina è chiusa, ci sarà un buffet stasera", dicono al Radisson Blu. Allo storico Hotel Ukraina, a Majdan, stipato di giornalisti di tutto il mondo, sbattono fuori tutti e chiudono i battenti perché i dipendenti non sono venuti a lavorare, e non c'è modo di continuare.

Davanti ai supermercati si formano piccole code, la gente ne esce carica di spesa. Non si trovano autisti, non ci sono taxi. Le strade del centro sono strisce d'asfalto silenziose. In qualche modo rimediamo un'auto per dare un'occhiata ai danni del bombardamento. Accanto al ponte sull'immenso Dnipr si leva alta una nuvola di fumo. Ci avviciniamo a dare un'occhiata, ma alla balaustra ci accorgiamo che è una base militare, e i soldati ci puntano i fucili addosso urlando. Da mezzanotte era in vigore lo Stato d'emergenza, ma con l'attacco russo è scattata anche la Legge marziale, i nervi sono alle stelle. E quella, scopriamo, è una sede dei Servizi ucraini.


Puntiamo su Boryspil, allora. Lungo la strada, centinaia di persone con il dito alzato cercano un passaggio per fuggire dalla città che non può più proteggerli; ma questa è la direzione di Karkiv, un'altra città obiettivo attaccata dai russi. L'aggiornamento costante delle notizie fatto dal ministero dell'Interno è un libro degli orrori. Mostra i "successi", gli elicotteri abbattuti e i russi prigionieri a terra. Mostra i danni, gli edifici sventrati dalla potenza delle deflagrazioni, e i morti di questa guerra russa.
A Boryspil un blocco di polizia non troppo imponente impedisce di svoltare verso l'aeroporto. Non riusciamo a vedere in che condizione sia. Allora puntiamo su Brovary, anche qui hanno segnalato missili. Carri armati sul ciglio della strada, uno è sotto un ponte. L'obiettivo colpito dai missili è una gigantesca caserma militare, con altri tank davanti al cancello. Dentro è un disastro. Il tetto non esiste più, sventrato per qualche centinaio di metri.

Gli edifici militari sembrano gusci senza più gherigli. Accanto ai muri della base, Ira Mikalienko piange disperata sull'uscio di un palazzo popolare squinternato, i vetri alle finestre sono saltati, gli infissi scollati. Ira ha 52 anni, è la proprietaria di un piccolo supermercato proprio adiacente alla base, anche quello fortemente danneggiato dall'esplosione. Dice che nella base ieri c'erano i soldati. Oggi ci sono i morti. Quanti? "Non so, almeno due", dice.


Via di corsa verso Kiev, arrivano gli elicotteri russi e rischiamo di non fare in tempo a metterci al sicuro. La coda al posto di blocco, un cecchino appostato sul ponte sul Dnipr. La città è spettrale, svuotata, senza fiato. Qui e là, un piccolo bar aperto come nulla fosse, un venditore di fiori, due signore che passeggiano piano. Ma la gente è sconvolta. Marina Lvova, 55 anni, si stava iscrivendo alla difesa territoriale, ora che ci siamo è "in panico", chiusa in casa e "pronta a correre al rifugio antiaereo". Olga Kunina invece ha reagito: ha preso per mano i tre bimbi all'alba e "li ho portati via, lontano, in campagna". Via da questa follia, dal sangue, dalla paura.

I russi hanno preso Kherson, la porta del Dnipr dal mar Nero. Hanno colpito duro a Kharkiv, hanno preso Sumy, stanno sbarcando a Odessa, hanno combattuto e preso Marjupol con un bagno di sangue. Stanno arrivando anche a Kiev. Nel Donbass, lungo le trincee, è l'unico posto in cui sembra che la difesa ucraina regga. La Capitale però è accerchiata, i russi arrivano anche dalla Bielorussia, prendono la centrale di Chernobyl. Si fermeranno? Tutti i segnali, tutte le previsioni e le attese dicono di no. Il presidente Volodymir Zelensky invita gli ucraini a nascondersi per la notte in un rifugio, e dice ai veterani di andare a prendere le armi per difendere la patria. Ma lui pure sarebbe pronto a fuggire. Per due volte ha parlato al telefono con Macron. L'ambasciata francese è rimasta aperta e sono arrivate le teste di cuoio da Parigi. Potrebbero "esfiltrare" anche il presidente ucraino, se il baromentro segnasse tempesta. E secondo i Servizi la tempesta è imminente.


Si teme un assalto ai palazzi governativi della capitale. Putin ha deciso che schiantare le difese per "demilitarizzare" l'Ucraina non può bastare. Vuole "denazistificarla", come non sapesse che i partiti di estrema destra qui valgono meno del 5 per cento. Vuole annientare i centri del potere politico, spazzare via questo governo che gli ha a lungo messo i bastoni tra le ruote. Vuole l'invasione dura e completa, la sottomissione totale. Persino l'ambasciata italiana, che resterà attiva, in serata smobilita. La zona è troppo vicina alle istituzioni e non è considerata sicura. Gli italiani che vi si erano rifugiati si spostano al sicuro. E vengono evacuati lì anche i giornalisti, con una fuga rocambolesca prima che scatti il coprifuoco e arrivino gli elicotteri russi: uno stormo è sempre più vicino. Avanzano truppe su entrambi i lati del grande fiume. A mezzanotte sono già ai sobborghi.