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La riviera dei carri armati. L'esercito russo attacca Mariupol per strappare all'Ucraina l'accesso al mare

Mariupol in lontananza (afp)
Una zeta sui carri armati, un nastro rosso al braccio, i soldati di Mosca e i volontari del Donbass avanzano lentamente lungo le costee plumbee del Mar Nero
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NOVOAZOVS'K - La riviera del Donbass che si affaccia sul Mare d'Azov è completamente militarizzata. Lungo questi 60 chilometri situati tra la Federazione Russa e la città di Mariupol si stanno concentrando le milizie filorusse che, supportate dall'esercito regolare del Cremlino, tentano di sfondare verso Ovest. L'obiettivo è di prendere il controllo di tutta la costa ucraina che si affaccia sul Mar Nero, per arrivare fino ad Odessa e infine al confine con la Romania. Si tratta di una mossa strategica perché così facendo si priverebbe completamente l'Ucraina dello sbocco sul mare.

La battaglia di Mariupol

Per farlo bisogna prima conquistare Mariupol, l'ultima grande roccaforte dell'esercito di Kiev in questa regione. I russi l'hanno attaccata mercoledì notte e la battaglia è in corso in queste ore. Novoazovs'k è un centro abitato controllato dai separatisti a circa 30 chilometri dalla città. Qui si concentrano massicciamente le seconde linee delle milizie filorusse che aspettano di andare al fronte. Il paese è tappezzato di bandiere russe e manifesti che recitano: “1945-2022. Abbiano vinto la grande guerra patriottica, vinceremo anche oggi”. I soldati sono ovunque. Alcuni viaggiano su carri armati e mezzi corazzati, molti altri bivaccano semplicemente sulle panchine del lungomare, osservando il Mare d'Azov. Un mare di colore grigio, come il cielo invernale. Guardando all'orizzonte non si capisce dove finisca il primo ed inizi il secondo. Lungo la costa verso ovest si vede in lontananza Mariupol. I rumori delle esplosioni provenienti da quella direzione sono forti e costanti, almeno uno ogni dieci minuti.

Le famiglie divise

I pochi civili che si vedono solo soprattutto donne e ragazze. Natalia è una giovane mamma che passeggia con suo figlio e guarda i miliziani. “Spero solo che questa guerra finisca e che vivremo presto sotto la stessa amministrazione che vige a Mariupol. Mio fratello e mia sorella vivono lì e dal 2014 siamo divisi. Li ho visti l'ultima volta due anni fa e spero di poterli riabbracciare presto”. La storia di Natalia è simile a quella di tantissime persone di queste parti che raccontano di avere parenti e amici sia in Russia che nella parte di Ucraina controllata dal governo di Kiev. “Siamo un unico popolo e sotto l'Unione Sovietica vivevamo tutti sotto un unico stato” dice Victoria, signora di mezza età. “Io ho parenti sia in Russia che a Mariupol ed è assurdo vivere ora sotto tre diverse amministrazioni pur essendo geograficamente così vicini”. Quando le si chiede cosa ne pensi dell'arrivo dei soldati di Mosca lei sospira e risponde: “Io non voglio che la Russia prenda in controllo delle nostre zone ma allo stato attuale non vedo come lo si possa evitare. Io vorrei vivere nell'Ucraina che esisteva fino al 2014, ma quell'Ucraina esiste forse ancora? Adesso mi interessa solo poter rivedere presto i miei parenti”.

File di carri armati

La massiccia presenza militare interessa tutta la parte meridionale del Donbass. Lo si nota appena usciti da Donetsk quando si imbocca la strada verso sud, in direzione del Mare D'Azov. Qui si incontrano solo interminabili file di carri armati e altri mezzi militari russi che viaggiano in entrambi i sensi di marcia. Alcuni sono ricoperti di foglie d'edera e rami di abete, per camuffarsi nella natura. Sul fianco di ognuno di essi è stata dipinta una grossa lettera Zeta, il simbolo della campagna militare in corso contro l'Ucraina. Non è ancora chiaro cosa significhi. Alcuni dicono che sia riferito ad Aleksandr Zacharcenko, il primo leader della repubblica separatista di Donetsk ucciso in un attentato nel 2018. Altri sostengono che la Zeta stia per Zelenski, il presidente ucraino, in segno di sfregio. Sul lato occidentale della strada i soldati scavano delle trincee, dove si appostano o dove parcheggiano i carri armati, con i cannoni puntati verso i vicini campi di battaglia. Da quel lato provengono costantemente forti esplosioni, segno che la fanteria russa sta attaccando i villaggi controllati dagli ucraini.

I volontari del Donbass

I posti di blocco sono numerosi. Arrivati all'altezza del villaggio di Starobeseve, a circa metà strada tra Donetsk e il mare, la strada viene bloccata a causa dei bombardamenti. Bisogna aspettare diverse ore prima di proseguire. Nell'attesa si attende nei pressi del check point, di fianco ai carri armati parcheggiati. I soldati indossano divise verdi senza simboli, hanno i passamontagna calati sul volto. Alcuni imbracciano dei kalashnikov. Al braccio o sulla coscia hanno legato un nastro rosso. “Serve da riconoscimento per quando avanziamo“ dice uno di loro. Che continua: “Siamo tutti del Donbass e un tempo eravamo minatori. Alcuni di noi si sono arruolati nella milizia nel 2014, altri con la mobilitazione degli ultimi giorni”. Chiedendo a uno dei volontari perché abbia deciso di mobilitarsi lui risponde: “Per combattere contro i banderisti”. Il riferimento è a Stepan Bandera, collaborazionista con la Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale per contrastare l'Unione Sovietica. Secondo la narrazione delle autorità separatiste, infatti, gli ucraini fedeli al governo di Kiev sono egemonizzati dai neonazisti, eredi di chi negli anni Quaranta sostenne Hitler. L'attacco russo sarebbe quindi una reazione patriottica contro di loro.

Nella notte da Mariupol giungono notizie di pesanti bombardamenti, con la popolazione civile asserragliata nei bunker cittadini e le strade a loro volta militarizzate dall'esercito ucraino che vuole resistere. Secondo i russi la città cadrà entro 48 ore.