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Ucraina, perché torniamo a parlare di seconda guerra fredda: tutte le risposte

Le immagini che provengono da Kiev rievocano memorie di conflitti del secolo scorso: sta per scoppiare la terza guerra mondiale? Dal summit di Jalta a oggi, ecco quello che è successo
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Le immagini che arrivano dall'Ucraina, e che tutti vediamo in tivù o sul telefonino, evocano memorie di conflitti che sembravano inimmaginabili nel 2022, perlomeno nel cuore dell'Europa, suscitando domande angoscianti su quello che ci aspetta, non solo a Kiev, ma in tutto il continente e nel mondo. È l'inizio di una nuova guerra fredda? O sta per cominciare la terza guerra mondiale? Per rispondere bisogna cominciare dall'inizio.

 

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Il primo a usare il termine è stato probabilmente George Orwell, il grande scrittore inglese, autore di romanzi distopici sul totalitarismo come La fattoria degli animali, pubblicato nel 1945, e 1984, uscito nel 1948. Fu lui a parlare di una "guerra fredda" tra l'Unione Sovietica e gli Alleati, in un articolo sull'Observer, alla fine della Seconda guerra mondiale. Preannunciato …

Le immagini che arrivano dall'Ucraina, e che tutti vediamo in tivù o sul telefonino, evocano memorie di conflitti che sembravano inimmaginabili nel 2022, perlomeno nel cuore dell'Europa, suscitando domande angoscianti su quello che ci aspetta, non solo a Kiev, ma in tutto il continente e nel mondo. È l'inizio di una nuova guerra fredda? O sta per cominciare la terza guerra mondiale? Per rispondere bisogna cominciare dall'inizio.

 

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Come è cominciata la guerra fredda?

Il primo a usare il termine è stato probabilmente George Orwell, il grande scrittore inglese, autore di romanzi distopici sul totalitarismo come La fattoria degli animali, pubblicato nel 1945, e 1984, uscito nel 1948. Fu lui a parlare di una "guerra fredda" tra l'Unione Sovietica e gli Alleati, in un articolo sull'Observer, alla fine della Seconda guerra mondiale. Preannunciato da un famoso telegramma del diplomatico americano George Kennan da Mosca e da un celebre discorso di Winston Churchill, "da Stettino nel Baltico a Trieste nell'Adriatico una cortina di ferro è scesa sull'Europa", l'inizio della guerra fredda a livello ufficiale viene fatto coincidere con la cosiddetta "dottrina Truman", una politica espressa dal presidente degli Stati Uniti nel 1947 che la definiva come una sfida tra i popoli liberi e i regimi totalitari, il cui perno era il confronto tra Usa e Urss.

Ma Usa e Urss non erano stati alleati fino a due anni prima contro la Germania nazista?

Sì. E senza quella alleanza, che pure nacque gradualmente perché fino al 1941 Mosca aveva un patto di non aggressione con la Germania, probabilmente la Seconda guerra mondiale non sarebbe finita come finì con la sconfitta del Terzo Reich nel 1945, preso in una tenaglia fra gli americani da ovest e i russi da est. Il prezzo dell'alleanza, tuttavia, furono i controversi accordi del summit di Jalta tra il presidente americano Franklin Roosevelt, il leader sovietico Josif Stalin e il premier britannico Winston Churchill in cui già nel febbraio del '45, a guerra ancora in corso, le tre potenze si spartirono l'Europa, dividendola in area di influenza, inclusa la separazione della Germania in due nazioni distinte. Da lì nacquero i cosiddetti "paesi satelliti" di Mosca in Europa Orientale, mezza dozzina di stati assoggettati al comunismo, privati della democrazia e controllati dal Cremlino.

Perché l'Urss voleva espandersi in Europa orientale?

Invasa due volte da Occidente, prima da Napoleone e poi da Hitler, Mosca teorizzava la necessità di creare degli "stati cuscinetto", in pratica un vasto territorio protettivo, lungo i suoi confini occidentali. Legittima o meno che fosse tale preoccupazione da parte del Paese più grande del mondo, che già da solo occupava un quarto delle terre emerse del globo, questa esigenza si trasformò ben presto in una gara con gli Stati Uniti e in senso più ampio con le democrazie occidentali per la spartizione dell'intero pianeta in aree di influenza: una lotta senza quartiere tra due sistemi, il mondo libero capitalista e il mondo totalitario socialista, con Washington e Mosca impegnate a muovere le proprie pedine come se la terra fosse un'immensa scacchiera.

L'Occidente non sbagliò a concedere a Stalin l'Europa orientale?

Sì, ma quella pur cinica decisione, nel contesto della guerra contro la Germania nazista e in un'epoca ancora impregnata dal colonialismo in cui le grandi potenze erano abituate a dividere con disinvoltura territori con un tratto di penna su una carta geografica, appariva come una scelta inevitabile, una sorta di male minore. A parziale discolpa dell'Occidente, nel 1945 a Jalta non era ancora chiaro fino a che punto l'Urss avrebbe esercitato la propria influenza su Polonia, Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania e Germania Est, i paesi legati a Mosca in quello che sarebbe poi stato definito come "il Patto di Varsavia", in contrapposizione con la Nato, acronimo di North Atlantic Treaty Organization.

La guerra fredda è diventata qualche volta una guerra "calda", cioè un confronto non solo politico ma anche militare?

Sì. Anche se truppe americane e sovietiche non si affrontarono direttamente, la guerra di Corea (cioè tra la Corea del Sud filo-occidentale e la Corea del Nord filo-sovietica, 1950-1953) e la guerra del Vietnam (tra il Vietnam del Sud filo-occidentale e il Vietnam del Nord filo-sovietico, 1955-1975) videro impegnate forze appoggiate rispettivamente da Usa e Urss, con la partecipazione diretta al conflitto dell'esercito americano, che soffrì 36 mila morti in Corea e 58 mila morti in Vietnam. La prima si concluse con la spartizione della Corea in due stati separati, che dura tuttora: il Sud democratico e il nord totalitario. La seconda terminò con la vittoria del Nord comunista che conquistò tutto il Sud: una disastrosa sconfitta per gli Stati Uniti e i loro alleati, di fatto la prima, grande sconfitta subìta dall'America nella guerra fredda, un evento che ha avuto profonde ripercussioni nella storia degli Usa. Un altro confronto indiretto tra le due superpotenze è stato la guerra in Afghanistan, in cui la Cia appoggiava e armava i mujaheddin per combattere contro il regime filo-sovietico di Kabul e le stesse forze sovietiche che lo sostenevano: un conflitto concluso con il ritiro delle forze di Mosca e con la caduta del regime filo-sovietico a Kabul e la vittoria dei mujaheddin, anche se poi in Afghanistan la guerra è proseguita, sono arrivati al potere i Talebani, l'America l'ha invaso per vendicare l'attacco terroristico dell'11 settembre 2001 compiuto da al Qaeda che aveva a Kabul la sua base e lo scorso anno i Talebani sono tornati al potere con l'umiliante e disordinato ritiro americano: un ritiro che a giudizio di molti osservatori ha incoraggiato ora Putin a invadere l'Ucraina.

C'è mai stato un momento, nel corso della guerra fredda, in cui Stati Uniti e Unione Sovietica sono sembrati vicini a un conflitto diretto in grado di scatenare la terza guerra mondiale?

Sì. Nel 1962, dopo la rivoluzione che aveva portato al potere Fidel Castro a Cuba e il fallito tentativo americano di invadere l'isola con lo sbarco alla Baia dei Porci, il leader sovietico Nikita Krusciov decise di installare missili nucleari nel piccolo paese comunista dei Caraibi per proteggerlo da ulteriori attacchi degli Usa. Era una mossa nel perenne duello fra le due superpotenze sullo scacchiere internazionale, ma il presidente americano John Kennedy non poteva permettere la presenza di armi atomiche a poche decine di chilometri dalla costa degli Usa, perciò rispose con un blocco navale di Cuba. Per alcuni giorni il mondo apparve vicino a una guerra nucleare fra Stati Uniti e Urss: poi Krusciov accettò di ritirare i missili da Cuba, in cambio della promessa americana di non invadere l'isola.

La crisi di Cuba peggiorò l'atmosfera della guerra fredda?

No, paradossalmente nel medio-lungo termine la migliorò, spingendo le due superpotenze a iniziare negoziati per il controllo e la riduzione degli armamenti nucleari che sono andati avanti per decenni e reggono ancora. Di fatto entrambe le parti si resero conto dei rischi di una guerra atomica da cui nessuno sarebbe uscito vincitore e che avrebbe rischiato di distruggere il mondo. Resta famosa in proposito una frase di Albert Einstein: "Non so come verrà combattuta la terza guerra mondiale, ma so come verrà combattuta la quarta, con pietre e bastoni", ossia con un ritorno all'era primitiva.

Allora i missili nucleari da allora sono diminuiti?

No, in realtà sono aumentati, ma vi sono meccanismi per garantire che non vengano usati. Fino a oggi ha funzionato la cosiddetta teoria del MAD, acronimo di Mutual Assured Destruction (Distruzione Reciproca Assicurata), secondo la quale le due parti si distruggerebbero a vicenda in una guerra nucleare: chi la provocasse sarebbe "mad", ossia pazzo, perché equivarrebbe a un suicidio.

Ma Putin attaccando l'Ucraina non ha minacciato una guerra nucleare?

Sì. Il leader russo, in un discorso televisivo alla nazione, ha ammonito che qualunque interferenza straniera all'invasione dell'Ucraina provocherebbe una risposta "come il mondo non ha mai visto", apparente allusione all'uso di missili nucleari, in effetti arma mai utilizzata, perché le due atomiche sganciate dall'America sul Giappone a Hiroshima e Nagasaki nella Seconda guerra mondiale erano bombe, non missili, il cui potenziale equivale a quelle che oggi sono chiamate armi nucleari "tattiche" (ciascuna delle quali è in grado di fare centinaia di migliaia di morti) anziché armi nucleari "strategiche" (ciascuna delle quali è in grado di fare milioni di morti).

In base alla teoria del MAD, ciò significa che Putin è pazzo?

In un certo senso, sì: non c'è altra spiegazione plausibile, perché è evidente che, se Putin usasse armi nucleari di qualunque tipo contro un eventuale intervento della Nato in aiuto dell'Ucraina, la Nato risponderebbe a sua volta con armi nucleari, con una escalation che potrebbe provocare la terza guerra mondiale e una distruzione reciproca assicurata, secondo la suddetta teoria. In effetti circolano pareri tra i leader stranieri che lo hanno incontrato negli ultimi giorni, ambienti diplomatici e commentatori che in questa fase Putin abbia perso la testa, accecato da un delirio di onnipotenza, aumentato dalla solitudine autoimposta nei due anni di pandemia. Ciò lo rende ancora più pericoloso, perché da un leader pazzo con il dito sul pulsante nucleare ci si può aspettare di tutto.

E nessuno a Mosca cercherebbe di fermarlo?

Difficile prevederlo, ma c'è un precedente: è emerso che il capo di stato maggiore americano aveva assicurato i suoi pari gradi russi sul controllo sugli arsenali americani nella fase finale della presidenza di Donald Trump, quando si era diffuso il timore che il presidente americano avesse anche lui perso la testa e fosse pronto a qualunque cosa per non cedere il potere. La differenza è che l'America è una democrazia e la Russia no, essendo ormai scivolata, rispetto agli anni di Gorbaciov, di Eltsin e alla stessa prima fase della presidenza Putin, verso un completo ritorno al totalitarismo. Anche all'interno delle dittature, perfino nel Politbjuro dell'era sovietica, esistono però falchi e colombe, moderati ed estremisti: e la maniera sprezzante in cui Putin ha trattato alcuni dei suoi ministri, durante la riunione del consiglio di sicurezza russo che ha approvato il riconoscimento delle repubbliche di Donetsk e Lugansk in Ucraina, lascia intendere che anche al vertice di Mosca ci sia chi comincia a essere preoccupato per come si comporta il capo del Cremlino.

A proposito, quante armi nucleari ci sono nel mondo?

Secondo dati della Federation of American Scientists, la Russia ha 5977 testate atomiche, gli Stati Uniti 5428, la Cina 350, la Francia 290, il Regno Unito 225, il Pakistan 165, l'India 160, Israele 90 e la Corea del Nord 20.

Tornando alla guerra fredda, quale è stata l'arma più efficace dell'Occidente per difendere la democrazia?

Il Piano Marshall, ovvero il programma di ingenti aiuti economici americani ai paesi dell'Europa occidentale, tra cui in prima fila l'Italia, per rafforzare la democrazia, il capitalismo e i partiti fedeli all'Occidente. Occorre ricordare che anche nel nostro Paese, fino alla rottura di Berlinguer con Mosca, il Pci era un alleato dell'Urss da cui riceveva finanziamenti e una "linea politica" da osservare rigidamente.

Ci sono precedenti, nella guerra fredda, in cui l'Occidente ha assistito senza intervenire a un'invasione russa?

Sì, due volte: i carri armati russi invasero l'Ungheria nel 1956 e la Cecoslovacchia nel 1968 per reprimere le svolte riformiste che Mosca considerava una deviazione dal socialismo e una graduale introduzione della democrazia. Ma Budapest e Praga facevano parte del Patto di Varsavia, ossia della sfera di influenza aggiudicata all'Urss al summit di Jalta, mentre l'Ucraina, pur essendo una ex-repubblica sovietica, è stata dal 1991 in poi un paese democratico indipendente. L'altra notevele differenza è che, a parte barricate e proteste di civili nelle strade, in Ungheria e Cecoslovacchia l'Armata Rossa non combatteva contro l'esercito di un altro paese: invece nell'attacco a Kiev si trova di fronte l'esercito ucraino in quella che è una guerra tradizionale.

Quando è finita la guerra fredda?

Tra il 1989, con il crollo del muro di Berlino, la riunificazione della Germania e la fine del comunismo nei paesi dell'Europa orientale, e il 1991, con il crollo dell'Unione Sovietica.

Chi ha vinto la guerra fredda?

L'America, la Nato, l'Occidente libero e democratico, che ha ottenuto la riunificazione dell'Europa, con l'ingresso dei paesi dell'Europa dell'est nell'Unione Europea e nella Nato, e per un breve periodo anche la democratizzazione della Russia e di alcune delle altre ex-repubbliche sovietiche, tra cui l'Ucraina.

Perché l'Urss non si oppose al crollo del muro di Berlino?

Perché l'allora leader sovietico Michail Gorbaciov cercava di democratizzare anche l'Urss e si opponeva all'uso della forza. Per questo ottenne il premio Nobel per la pace.

Cosa sperava di ottenere Gorbaciov?

Il suo sogno era creare una "casa comune europea", in cui l'Urss e l'Europa democratica fossero alleati e cooperassero.

Ottenne delle promesse sull'allargamento della Nato a est?

Sì, ma soltanto verbali. Non ci fu mai alcun impegno scritto a non allargare la Nato agli ex-paesi del Patto di Varsavia o ad altri nell'ex-Urss. Il timore che la Russia tornasse a essere un sistema totalitario, come è avvenuto, ha gradualmente spinto gli ex-paesi satelliti di Mosca e tre ex-repubbliche sovietiche (Lituania, Lettonia, Estonia) a entrare nella Nato per sentirsi protette, poiché ogni attacco contro un paese dell'Alleanza Atlantica è considerato un attacco contro l'intera Alleanza. Va però ricordato che la Nato è un'alleanza difensiva, che non minaccia direttamente la Russia o altri paesi.

La Nato è mai intervenuta in conflitti che non minacciano un suo stato membro?

Sì, nella guerra nella ex-Jugoslavia, dopo l'assedio serbo-bosniaco di Sarajevo, per proteggere la popolazione musulmana bosniaca da un genocidio. Lo ha fatto con bombardamenti aerei che hanno capovolto rapidamente le sorti della guerra e contribuito a portare agli accordi di pace. In altre occasioni, per esempio, nella guerra in Iraq del 1992-2003 per proteggere i curdi e nella guerra civile in Libia del 2011, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno creato delle "no fly zone", zone di interdizione di volo, in cui l'aviazione irachena e libica non potevano entrare, se non volevano venire attaccate dalle forze americane.

In definitiva, la guerra in Ucraina segna l'inizio di una nuova guerra fredda?

Sì. Comunque finisca il conflitto, ne deriverà un lungo periodo di confitto politico radicale tra l'Occidente e la Russia, a base di sanzioni economiche, minacce e forti tensioni geopolitiche. Un ritorno all'atmosfera degli anni peggiori della prima guerra fredda. Anche se molti storici affermano che quanto sta accadendo in Ucraina ricorda più l'inizio della Seconda guerra mondiale, quando nel 1939 la Germania nazista invase la Cecoslovacchia, più che la guerra fredda.

C'è il rischio di diventi una guerra calda, facendo scoppiare la terza guerra mondiale?

Il rischio esiste. La guerra si combatte lungo i confini della Nato. Ci sono ora forze americane alla frontiera della Polonia e dei paesi Baltici. Incidenti spontanei o provocati potrebbero causare una escalation. La speranza è che Putin non sia talmente "mad", talmente pazzo, da scatenare un'apocalisse del genere, o che a Mosca ci sia qualcuno capace di trattenerlo. Anche per questo finora la reazione americana appare meno bellicosa rispetto al linguaggio del leader russo.

Quanto durerà questa seconda guerra fredda? E come finirà?

Probabilmente a lungo, perlomeno fino a che Putin sarà al potere: e potrebbe restarci altri quindici anni, se a Mosca qualcuno non interverrà prima per togliergli il potere. Prima o poi, tutte le guerre - calde o fredde - finiscono. La lezione della prima guerra fredda è che, per vincere, l'Occidente deve restare unito, credere nella democrazia e appoggiare in tutti i modi possibili i popoli che si battono per la libertà.