Cracovia, allo stadio del Wisla dove i polacchi portano aiuti per i profughi. "Dopo l'Ucraina potrebbe toccare a noi"
di Salvatore Giuffrida , di Salvatore GiuffridaSEGUI LA DIRETTA
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CRACOVIA - Otto ore per riempire lo stadio del Wisla Cracovia "Henryk Reyman" di centinaia e centinaia di tonnellate di beni alimentari, medicine, pannolini, coperte, batterie, generatori. E tutta la notte per caricare i pacchi su pullman e Tir e poi via di corsa, due ore di autostrada per portarli ai profughi ammassati in migliaia ai checkpoint polacchi di Przemysl o Medyka o ucraini come Krakowiecz, se possibile fino a Leopoli nell’inferno delle bombe russe.
Alla frontiera tra Ucraina e Polonia si sentono in lontananza le esplosioni e le sirene antiaeree: Leopoli è lontana pochi decine di chilometri, la guerra è già sulla frontiera dell’Unione Europea. La Polonia si mobilita: il Comune apre lo stadio del Wisla dalle 12 alle 20 per raccogliere beni di prima necessità e in…
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CRACOVIA - Otto ore per riempire lo stadio del Wisla Cracovia "Henryk Reyman" di centinaia e centinaia di tonnellate di beni alimentari, medicine, pannolini, coperte, batterie, generatori. E tutta la notte per caricare i pacchi su pullman e Tir e poi via di corsa, due ore di autostrada per portarli ai profughi ammassati in migliaia ai checkpoint polacchi di Przemysl o Medyka o ucraini come Krakowiecz, se possibile fino a Leopoli nell’inferno delle bombe russe.
Alla frontiera tra Ucraina e Polonia si sentono in lontananza le esplosioni e le sirene antiaeree: Leopoli è lontana pochi decine di chilometri, la guerra è già sulla frontiera dell’Unione Europea. La Polonia si mobilita: il Comune apre lo stadio del Wisla dalle 12 alle 20 per raccogliere beni di prima necessità e in pochi minuti arrivano centinaia di persone con pacchi e buste. Si va al supermercato e si compra di tutto, molti passanti si fermano e aiutano la polizia municipale a gestire il flusso di persone: spuntano megafoni, a destra dell’ingresso si lascia il cibo, a sinistra i medicinali, pannolini, coperte.
Alle 18 lo stadio di Cracovia è già diventato il simbolo della mobilitazione polacca. La coda di macchine ferme in fila inizia in ulitsa Miekoska, in pieno centro: molti scendono e proseguono a piedi, non c’è tempo da perdere. Al parcheggio dello stadio una fila di furgoni bianchi è in attesa coi i motori accesi: caricano pacchi alimentari e partono verso i checkpoint per prendere donne e bambini in fuga dalle bombe russe e riportarli a Cracovia, dove saranno ospitati da amici o parenti: il passaparola corre veloce sui gruppi Facebook, nessuno rimarrà escluso. Ma il numero dei profughi aumenta di ora in ora. Cinquemila persone bloccate al checkpoint di Krakowiecz in Ucraina dove la notte si arriva a -3 e i bambini piangono e si stringono intorno alla madre, ma sempre meglio il gelo e la strada piuttosto che le bombe russe.
Il numero dei profughi bloccati alla frontiera continua a crescere, sabato sera a Krakowiecz erano più di 5mila. Non c’è tempo da perdere. Allo 20 lo stadio è un brulicare di volontari che sistemano i pacchi, li avvolgono con il cellophane, li posano sui pallet e li portano con il muletto agli agenti della Strad Miejska, la polizia municipale, che li caricano nei container e li chiudono. Avanti un altro. È una catena di montaggio, sono lo 20, lo stadio è ormai pieno fino all’inverosimile e in centinaia rimangono tutta la notte per caricare i pacchi sui pullman pronti a partire per la frontiera. Gli ultimi due partono alle prime luci dell’alba.
“Noi polacchi non ci siamo mai tirati indietro per aiutare altri popoli ma questa volta è diverso”, spiega Piotr, 48 anni, esausto, alle tre e mezza di notte. “È una questione che ci tocca da vicino, più importante. I nostri vicini sono stati attaccati dai russi, gli eterni aggressori. E abbiamo l’obbligo di combattere per un futuro migliore”. Poi si ferma, soppesa le parole e conclude. “Li aiutiamo perché sappiamo che possiamo essere i prossimi”. Cento anni fa Cracovia e Leopoli facevano parte dell’Impero Austroungarico, la vicinanza con gli ucraini è comprensibile. Ma c’è anche tanto sentimento antirusso, e le parole di Piotr sono le stesse di tanti polacchi. “Ci sono tante compagnie di trasporti che vogliono aiutarci – spiega Monika Chylaszek, portavoce del sindaco di Cracovia – ma sta diventando sempre più difficile attraversare il confine”.