A Mosca la polizia mette in cella persino i bambini: portavano fiori davanti all’ambasciata ucraina
dalla nostra inviata Rosalba Castelletti , dalla nostra inviata Rosalba CastellettiMOSCA - Volevano protestare contro la guerra in Ucraina. Con un mazzo di margherite e un foglio bianco dove avevano scritto Njet voyne, "No alla guerra", nella grafia incerta e colorata dei bambini. E invece hanno scoperto che la guerra ce l'avevano nella loro stessa patria, la Russia, e aveva il volto di un poliziotto che strattona tua madre e la trascina su un furgone dietro a una grata, mentre tu puoi soltanto stringerle forte la mano cercando un varco tra le inferriate.
"Mamma, perché sei seduta lì?", chiede Sofia, 7 anni, tra lacrime e singhiozzi. "Andrà tutto bene", risponde Ekaterina Zavizion. "Ma non dire che siamo contro la guerra". Perché per il Cremlino, quella che combatte in Ucraina, non è una guerra, ma "un'operazione militare speciale". E chi osa dire il contrario viene ingabbiato, zittito o epurato. Anche se ha solo sette anni.
Ekaterina lo sapeva che sarebbe stato megl…
MOSCA - Volevano protestare contro la guerra in Ucraina. Con un mazzo di margherite e un foglio bianco dove avevano scritto Njet voyne, "No alla guerra", nella grafia incerta e colorata dei bambini. E invece hanno scoperto che la guerra ce l'avevano nella loro stessa patria, la Russia, e aveva il volto di un poliziotto che strattona tua madre e la trascina su un furgone dietro a una grata, mentre tu puoi soltanto stringerle forte la mano cercando un varco tra le inferriate.
"Mamma, perché sei seduta lì?", chiede Sofia, 7 anni, tra lacrime e singhiozzi. "Andrà tutto bene", risponde Ekaterina Zavizion. "Ma non dire che siamo contro la guerra". Perché per il Cremlino, quella che combatte in Ucraina, non è una guerra, ma "un'operazione militare speciale". E chi osa dire il contrario viene ingabbiato, zittito o epurato. Anche se ha solo sette anni.
Ekaterina lo sapeva che sarebbe stato meglio "stare zitti e non andare da nessuna parte". "Ma non ci riuscivo più". Quando la raggiungiamo al telefono, preferisce non commentare. "Ho già scritto tutto su Facebook". È lì che spiega "la notte di inferno" che le è capitata.
Il racconto di Ekaterina Zavizion
La sua amica Gajane a Kiev le aveva raccontato di stare rannicchiata sotto al tavolo, per sicurezza. Aveva visto "le orribili bombe inumane" su Kharkiv. E aveva deciso che no, non poteva più fare finta che niente stesse accadendo come invece pretendevano autorità russe e tv. “Non potevo più nascondermi in un cespuglio e tremare”.
Per questo, insieme alla sua amica Olga Alter, aveva deciso di portare dei fiori davanti all'ambasciata ucraina a Mosca e di filmare un video da inviare alla sua amica Gajane. "E a tutto il popolo ucraino. Per sostenerli, per dire che ci importa, che anche noi in Russia moriamo di dolore".
Il marito di Olga, Arsenij, era stato già fermato solo per aver mezzo piede in piazza Pushkin, ritrovo dei manifestanti a Mosca. Aveva passato una notte in una cella in un Siso, centro di detenzione amministrativo. “Mi aveva raccontato che non era piacevole, di solito ci sono i senza tetto, c’è un tanfo terribile e si sta in sei in una cella per quattro, niente cibo né acqua”.
Ekaterina lo sapeva. Ma con lei e Olga c'erano i loro figli: Sofia Gladkova e la maggiore Liza di 11 anni e Gosha, Matvej e David Petrov di 11, nove e sette anni. Si illudevano che la repressione risparmiasse i bambini.
L'arresto davanti ai bambini
"Abbiamo deposto rose e tulipani, ma le forze di polizia li hanno calpestati. Sono stata trascinata sul cellulare davanti ai miei figli. È stato qualcosa di surreale. Non ero pronta a questo. Non avevo spiegato ai miei figli che sarebbe potuto succedere. In modo brutale, io, una donna, una madre, una persona pacifica, sono stata caricata sul cellulare della polizia e chiusa dietro a una porta a sbarre. I miei bambini dall’altro lato urlavano disperatamente finché non li hanno fatti salire e si sono precipitati da me".
Ekaterina, Olga e i loro cinque figli sono stati portati al commissariato di Presnenskoe dove hanno trascorso quattro ore. "Cercavo di calmare i bambini, dicendo loro che eravamo insieme, eravamo al sicuro. Benché non ci credessi più. Mi sono spaventata molto quando hanno cominciato a chiedermi per quali motivi avessi messo a rischio la vita e la salute dei bambini. Ho temuto che potessero privarmi dei miei diritti di genitore. L'inferno attorno a noi diventa già così abituale".
Così abituale che Ilija Jashin, uno dei più noti oppositori moscoviti marchiato come “estremista” alla stregua di un terrorista per il suo sostegno ad Aleksej Navalnyj, pubblicando le foto dei bimbi nel cellulare prima e nel commissariato poi, ha commentato: "Niente di straordinario: solo bambini in un furgone dietro a un poster contro la guerra. Questa è la Russia di Putin, gente. Vivete qui".
L'appello di Navalnyj e Khodorkovskij
Dal carcere, Aleksej Navalnyj ha incitato alla rivolta: "Protestate contro la guerra ogni giorno alle 19 e nei fine settimana alle 14” nelle “piazze principali delle vostre città, ovunque voi siate”. E poi: “Ogni cosa ha un prezzo e ora, nella primavera del 2022, dobbiamo pagare questo prezzo. Non c'è nessun altro che può farlo per noi. Non possiamo essere solo contro la guerra, dobbiamo combattere contro la guerra". Anche Mikhail Khodorkovskij ha invitato tutti a scendere in piazza dal suo esilio londinese.
I media imbavagliati
Il "prezzo" di osare sfidare la cortina di silenzio parlando di guerra o contro la guerra oramai lo conoscono in tanti. Oltre 7.500 persone sono state arrestate in 7 giorni di proteste in 50 città russe, secondo Ovd-info. Finiscono nel mirino persino “vip” come Ivan Urgant, il “Giovanni Urganti” degli show di Capodanno Ciao 2020 e Ciao 2021 che si è visto sospendere il suo programma in seconda serata.
I media indipendenti, da Eco di Mosca a Village.ru, sono stati silenziati. Tikhon Dziadko, il direttore di Tv Dozhd, il giorno dopo la messa al bando, è fuggito all'estero insieme a molti colleghi dicendo di essere "in pericolo".
Le leggi repressive
Un disegno di legge, che prevede fino a 15 anni di reclusione per qualsiasi pubblicazione di "fake news" sull'esercito russo, sarà esaminato venerdì alla Duma nel corso di una "sessione straordinaria". Già lo scorso sabato la procura generale aveva ricordato che "fornire assistenza finanziaria, logistica, consulenza o altro" a un'organizzazione o uno Stato straniero per "le loro attività contro la sicurezza della Russia" costituisce "alto tradimento" punibile con 20 anni di carcere. Formulazioni vaghe per rendere possibile ogni applicazione.
Su uno dei loro poster Sofia e gli altri bambini avevano colorato due bandiere e un cuore per dire: "Russia + Ucraina = amore". Un'equazione che nella Russia di Putin però non si può pronunciare.