MYKOLAJIV - Le città e i villaggi lungo il Mar Nero sono oggi i luoghi più tristi che gli ucraini abbiano mai visto. Fino a dieci giorni fa anche i rami dei peschi fremevano rossi, lieti di lasciarsi alle spalle un altro inverno. Ora sono zone nere di guerra. Le strade si aprono, sconvolte dagli invasori russi. Le case bruciano. I feriti non ricevono cure. I sopravvissuti vagano tra le macerie, in cerca di patate, mele e piccole cipolle. La fame bianca supera Kherson, Mykolajiv e Odessa, per inseguire anche le donne e i bambini che provano a fuggire. La costa del Sud, tra Mariupol e la frontiera con la Moldavia, si sveglia cuore dell’aggressione scatenata da Putin. Presa Kherson, le truppe nemiche ieri hanno scatenato l’attacco decisivo contro i 470 mila abitanti di Mykolajiv. «I russi sono entrati in città – dice Maksim, scultore arruolato nella difesa territoriale – i carri armati sparano contro edifici e supermercati. Sventrato anc…
MYKOLAJIV - Le città e i villaggi lungo il Mar Nero sono oggi i luoghi più tristi che gli ucraini abbiano mai visto. Fino a dieci giorni fa anche i rami dei peschi fremevano rossi, lieti di lasciarsi alle spalle un altro inverno. Ora sono zone nere di guerra. Le strade si aprono, sconvolte dagli invasori russi. Le case bruciano. I feriti non ricevono cure. I sopravvissuti vagano tra le macerie, in cerca di patate, mele e piccole cipolle. La fame bianca supera Kherson, Mykolajiv e Odessa, per inseguire anche le donne e i bambini che provano a fuggire. La costa del Sud, tra Mariupol e la frontiera con la Moldavia, si sveglia cuore dell’aggressione scatenata da Putin. Presa Kherson, le truppe nemiche ieri hanno scatenato l’attacco decisivo contro i 470 mila abitanti di Mykolajiv. «I russi sono entrati in città – dice Maksim, scultore arruolato nella difesa territoriale – i carri armati sparano contro edifici e supermercati. Sventrato anche l’asilo di fianco alla mia casa».
Nei giorni scorsi la resistenza aveva respinto il primo attacco. In queste ore le divisioni aviotrasportate e i reparti d’assalto di Mosca si sono uniti qui ai soldati sbarcati dal mare e alle colonne di camion stipati di detenuti prelevati dalle prigioni in Crimea. La penisola di Mykolajiv, sull’estuario tra i fiumi Bug e Inhul, è nella trappola dell’unico ponte mobile che la collega alla via di fuga verso ovest. «Siamo tappati in casa e nei rifugi sotterranei – dice il sindaco – Oleksandr Senkevych – ma l’esercito regolare combatte. Se cadiamo noi, poi tocca a Odessa».
I russi pretendono l’antica sede della flotta zarista perché colosso dei cantieri militari sovietici, primo porto del Paese per l’esportazione del grano e fortezza estrema a protezione di Odessa. Bombardati in poche ore l’aeroporto Kulbakino, il porto, l’acquedotto, la centrale elettrica e lo stabilimento del pane. La Marina ucraina è stata costretta a sacrificare la propria ammiraglia. La fregata “Hetman Sahaidachny” era all’ancora nel cantiere fluviale. Pur di non farla cadere nelle mani dei russi, al comandante è stato ordinato di affondarla. Fino a quando Mykolajiv, accerchiata e stremata, può resistere? Questo è l’interrogativo senza risposta che ossessiona chi vive lungo i 130 chilometri che portano a Odessa. «È troppo tardi per fuggire – dice Iliya, bloccato su un trattore con moglie e due figli – questo massacro finisce solo se Putin muore». Contro l’attacco da terra e via mare, si alzano le trincee e si minano le spiagge. A Sicavka l’esercito di Kiev difende con la contraerea lo stabilimento che produce ammoniaca e fertilizzanti chimici.
«Un’ora fa è stato sfiorato da un missile – indica una ciminiera Oleksandr, capo della polizia –: se viene centrato, la nube tossica raggiungerà Turchia ed Europa». Lo sgomento dell’attacco russo a Odessa scuote anche la basi militari di Chabanka; migliaia i soldati schierati nelle trincee scavate nella sabbia. Era questo il luogo di lusso per i bagni di chi con il crollo dell’Urss ha fatto i soldi. Appare oggi come un deserto indegno: ronde volontarie armate di kalashnikov, posti di blocco che puntano il mitra contro chiunque transiti. L’insopportabile pace di guerra paralizza anche il centro di Odessa. Le vie barocche hanno assunto l’aspetto di una desolata trincea. Opera, Balletto, cattedrali, palazzi del potere, quartieri generali di esercito, polizia e servizi segreti, parchi, porto, lungomare, grandi alberghi e strade del passeggio sono murati dietro tank, barriere di cemento, cavalli di Frisia, fili spinati e cavi elettrici. Cartelli con il teschio avvertono che il suolo è stato minato. Davvero le autorità farebbero esplodere la città per sottrarla alla pazzia di Putin?
«Aspettiamo – dice il sindaco Gennadiy Trukhanov – ma il mondo ancora non ha visto la forza con cui si sacrifica per la libertà chi ha resistito ai genocidi di Stalin e Hitler». Anche alle porte di Odessa la scelta di una resistenza di popolo è in atto. A Nierubaiske il capo del villaggio dei cosacchi ha riaperto le catacombe che dal 1942 nascosero i partigiani che si opposero all’invasione dei nazisti rumeni, alleati di Berlino. «Chilometri di tunnel scavati nell’arenaria – dice Vladimir – proteggono i nostri soldati e la gente che cerca un rifugio. Migliaia di donne e bambini dormono qui: stiamo portando cibo e coperte, il conflitto sarà lungo e crudele». A Dachnoye, 15 chilometri dalla scalinata Potemkin, è già cominciato. Alle 11.42 un missile ha centrato le case vicine alla base militare. Secondo il comando ucraino l’ordigno è piovuto dalla Transnistria, distante 70 chilometri, dove ci sono le basi russe. A incutere terrore è però il mare. L’assedio è in atto. Una calma profonda avvolge il mondo di chi, cacciato, prova a salvarsi e a respingere il suo assassino. Tende qui la notte a rendere invisibile l’evidenza della realtà.